Se la colpa di Fini è aver parlato di legalità…

Articolo pubblicato su www.generazioneitalia.it

Una delle differenze più rilevanti fra prima e seconda repubblica è la diversa valutazione dei comportamenti etici della politica.

E’ opinione diffusa che nella prima repubblica la corruzione servisse soprattutto per arricchire i partiti di riferimento, lasciando peraltro nelle tasche dei politici avanzi non di poco conto. Oggi, essendo i partiti strutture più leggere, la corruzione è esclusivamente a favore del singolo. Questa differenza, di per sé non marginale, è senz’altro di minor rilievo rispetto ad un’altra. Nella prima repubblica ogni politico, anche il più corrotto, si sentiva in dovere di condannare il malaffare. Nessun democristiano, nessun socialista, anche il più compromesso in vicende affaristiche, avrebbe mai difeso in pubblico i corrotti, né avrebbe mai dichiarato che non devono essere cacciati dalla politica. Questo atteggiamento psicologico, che ad alcuni sembrerà ipocrita, aveva però la importante conseguenza che la corruzione era pubblicamente disprezzata, che nessuno avrebbe mai potuto prendere esempio da un corrotto, e che dunque il senso etico era salvaguardato.

Naturale conseguenza di ciò furono le dimissioni di massa di centinaia di politici coinvolti in Tangentopoli. Va detto che, tranne forse poche eccezioni, quei politici non furono vittime di una persecuzione giudiziaria e tuttavia ebbero il merito di sentirsi in dovere di dimettersi, in molti casi addirittura al semplice arrivo di un avviso di garanzia.

I politici condannati sparirono quasi tutti dalla scena, l’eccezione più nota è, per paradosso, quella di Umberto Bossi.

Oggi, caso unico fra le democrazie occidentali, in Italia una condanna penale non è mai causa di dimissioni, anzi più si è inquisiti e più si acquisiscono meriti e si ricevono nuovi incarichi. D’altro canto nella prima repubblica a nessuno passò per la testa di cambiare le leggi per salvare una intera classe dirigente, che, sia detto per inciso, aveva rovinato, non meno di certo sindacato, i conti dello Stato e l’efficienza della nostra pubblica amministrazione.

Nemmeno un caso Brancher sarebbe mai stato possibile nella cosiddetta prima repubblica.

Parallelamente, anche la coscienza popolare sembra oggi più rilassata o quanto meno più rassegnata.

Questa involuzione etica trova nelle vicende degli ultimi mesi una singolare conferma. Molti autorevoli politici ebbero a commentare il caso Scajola in modo assai singolare: la colpa maggiore del ministro sarebbe stata quella di non essere stato sufficientemente “furbo”.

E’ egualmente singolare che gli attacchi al presidente della Camera abbiano spesso un comune fondamento: non gli viene perdonato di aver parlato di legalità, di aver fatto il “moralista”, di aver detto che un politico non deve farsi corrompere, che deve guardare all’interesse generale della nazione.

E’ il messaggio politico di Fini che ha infastidito così tanto coloro che erano riusciti  ad addormentare le coscienze della gran parte degli italiani, coloro che ritengono che la morale sia un inutile e ipocrita impiccio.

E’ proprio quel messaggio politico, volto a ridare al centrodestra la cultura della legalità e del rispetto delle regole, che tutte le persone per bene devono aver il coraggio di non lasciar cadere nel vuoto.

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