Andreotti cinico su Ambrosoli

Indro Montanelli un giorno di Andreotti disse : “o Andreotti è il più scaltro criminale–impostore, perché è sempre stato capace di farla franca, oppure è l’uomo più perseguitato di questo Paese”.

Due anni fa dopo aver visto il film di Paolo Sorrentino su Andreotti,  “Il Divo”, sono rimasto nel dubbio. Forse Andreotti è entrambe le cose; è il buco nero della nostra storia.

Non per niente il film è un ritratto freddo e spietato su una delle persone più controverse della politica italiana, un enigma, indecifrabile, impenetrabile: un uomo freddo, cinico, intelligente e spregiudicato, macchiavellico.

In questi giorni una incredibile dichiarazione fatta dall’ex-presidente del Consiglio sta  suscitando sconcerto, incredulità, indignazione.

Mi  riferisco alla recente trasmissione televisiva “La Storia siamo noi” su RaiDue, durante la quale davanti a Gianni Minoli, il senatore Andreotti parlando dell’uccisione dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, ha dichiarato che se Giorgio Ambrosoli è stato ammazzato è perché se l’è andata a cercare.

Poi ha cercato di rimediare sostenendo di essere stato frainteso per essersi espresso in gergo romanesco. A mio avviso comunque tale giustificazione non ha ridotto l’effetto negativo delle sue parole.

Ricordo che il killer Joseph Aricò, un italo-americano di Cosa Nostra ingaggiato dal bancarottiere Michele Sindona per 50.000 dollari, la sera dell’11 luglio 1979 a Milano, uccise con quattro colpi di pistola l’avvocato Ambrosoli e, quasi con cortesia, gli disse “mi scusi, avvocato Ambrosoli”.

A distanza di trenta anni Andreotti continua, di fatto,  a mostrarsi più vicino a Sindona che ad Ambrosoli. Non per niente a suo tempo, davanti alla commissione parlamentare aveva dichiarato che aveva conosciuto Michele Sindona come il banchiere considerato da tutti “il salvatore della lira”.

Ricordo anche che lo Stato (allora Andreotti era il presidente del Consiglio) non aveva presenziato al funerale dell’avvocato liquidatore e, come ho letto anche su “Il Riformista”,  “non  risulta che Andreotti abbia avuto o trovato, in questi anni, il tempo e il modo di rendere omaggio, se non ai familiari della vittima, almeno alla sua memoria”.

Concordo quindi con la dichiarazione che ha fatto Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno: “Giorgio Ambrosoli non se l’è andata a cercare. Ha ricevuto, senza sollecitarlo, un incarico professionale gravoso. Lo ha portato avanti basandosi solo sulla sua competenza e sul suo senso del dovere”. Non dimentichiamo che Giorgio Ambrosoli è stato un professionista onesto e rigoroso, un vero servitore dello Stato, che si scontrò per alcuni anni (dal ’74 al ’79) con i poteri forti della politica e della finanza, con la mafia e la P2.

Infine un ricordo personale degli inizi degli anni ’90.  Ricordo che assieme ad una delegazione milanese del partito liberale abbiamo posto una corona di fiori davanti alla casa dell’avvocato Ambrosoli (luogo dell’uccisione) e di essere intervenuto personalmente  in Consiglio comunale di Milano (come consigliere liberale) proponendo di dedicare una strada o una piazza ad Ambrosoli,  tesi condivisa dall’intero Consiglio comunale. Successivamente il Comune, tra Corso Vercelli e Piazzale Aquileia, ha intitolato una piccola piazza ad Ambrosoli.

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