L’architettura del mondo nuovo. Governance economica e sistema multipolare.

1. Il 15 luglio u.s. l’A.R.E.L. (Agenzia Ricerche e Legislazione) e l’I.A.I. (Istituto Affari Internazionali) hanno presentato a Roma una raccolta di saggi su “L’architettura del mondo nuovo – Governance economica e sistema multipolare”, edita da “Il Mulino” (pagg. 271, euro 22), che è stata curata da Paolo Guerrieri (professore ordinario di economia internazionale, vice-presidente dell’I.A.I. e direttore scientifico e direttore del Laboratorio di economia politica dello stesso I.A.I. nonché consulente di molte istituzioni internazionali) e da Domenico Lombardi (presidente dell’Oxford Institute for Economic Polity e Senior Fellow presso la Brookings Institution nonché consigliere scientifico del G-20 Research Group presso l’Università di Toronto).

La ricerca ha ricevuto il sostegno della Fondazione del Monte dei Paschi di Siena.

La prefazione è stata redatta dall’On.le Enrico Letta.

2. Alle origini della crisi non vi è solo – come indica l’On.le Letta – l’avidità dei banchieri o la miopia degli economisti – anche se vi sono indubbiamente state – ma anche le omissioni di chi aveva la responsabilità a livello politico della regolamentazione dell’economia mondiale e dei mercati finanziari internazionali. A ciò si è aggiunto – diremmo noi – le improvvise decisioni delle autorità statunitensi che hanno favorito la concessione in misura abnorme di mutui edilizi principale causa della crisi.

Ora che l’economia mondiale inizia a mostrare qualche segnale di ripresa vi è la tentazione di considerare che la Grande Depressione sia definitivamente terminata donde anche il pericolo di un ritorno al «business as usual». Occorre avere, per contro, ben presente che la velocità e l’intensità della crisi hanno amplificato a dismisura le fluttuazioni tipiche del ciclo economico e che il ripetersi di un tale fenomeno non è affatto da escludere e che lo stesso risulterebbe, ove avvenisse, insostenibile stante la globalizzazione, ormai irreversibile, dell’economia e della finanza. Per evitare che ciò accada occorre che la «politica» intervenga mettendo in atto un ampio programma di riforme del sistema economico-internazionale, impresa questa molto difficile ma indispensabile.

Il «Rapporto de La Rosière» ed il «White Paper» statunitense, pubblicati i mesi scorsi, hanno fornito analisi articolate di ciò che durante la crisi non ha funzionato e, per conseguenza, hanno costituito degli utili punti di partenza per le proposte normative in seguito avanzate. Dall’analisi all’elaborazione di una strategia globale di ampio respiro il passo rischia, però, di essere lento. E lo dimostra il mancato accordo nell’ambito dell’ECOFIN del dicembre u.s. che ha, per ora, chiuso la porta alla creazione di un’autorità unica dotata dei necessari poteri di decisione e d’intervento senza la quale l’integrazione, sempre più avanzata, dei mercati finanziari potrà comportare forti rischi sistemici.

Allo stato cioè non si intravede ancora una soluzione convincente al problema della frammentazione dei poteri di vigilanza e di controllo dei mercati e, per conseguenza, al problema della possibilità che gli operatori finanziari, di cui è nota l’auri horrida fames, continuino, in assenza di vincoli regolamentari virtuosi, nelle loro attività come nella fase precedente la crisi.

Malgrado il successo, durante la crisi, degli interventi operati dal Fondo Monetario Internazionale volti a fornire un canale d’emergenza ai paesi con problemi di liquidità sovente di concerto con altre istituzioni internazionali tra cui la Commissione Europea e, successivamente, dei vertici dei G-20. I recenti incontri a Washington del F.M.I. e del G-20 dei Ministri delle Finanze insieme all’ultimo Vertice G-8 del 25-26 giugno u.s. in Canada hanno invero, messo in luce le perduranti divergenze su un ampio ventaglio di tematiche: dall’aumento dei diritti di voto delle economie emergenti in seno al F.M.I. al progetto di creare un meccanismo di finanziamento per futuri salvataggi degli istituti di credito, alla proposta britannica per un’imposta globale sulle transazioni finanziarie.

D’altra parte occorre tener presente che lo scenario economico-finanziario mondiale si è, come sopra detto, profondamente modificato. Nell’ultimo decennio, infatti, si è andato consolidando un assetto multipolare dell’economia planetaria attraverso la moltiplicazione dei centri di potere e degli attori in essa presenti. Fattori strutturali di medio-lungo periodo, soprattutto legati alle trasformazioni tecnologiche e produttive in atto, hanno fatto sì che alcuni paesi ed aree abbiano assunto un ruolo decisivo: l’Asia del Pacifico con Cina ed India in primis. E questo ha, ovviamente, comportato un mutamento nei rapporti di forza che ha interessato le relazioni tra le aree maggiori – Stati Uniti, Europa e paesi asiatici del Pacifico – rendendo sempre meno rilevante quella che fino ad ora è stata la struttura di regole e strumenti di governo dell’economia e della finanza internazionali (F.M.I., Banca Mondiale, G.A.I.T., W.T.O.).

Si è pertanto determinato un vero e proprio vuoto di «governance» a livello globale. I nuovi meccanismi che hanno cercato in questi anni di colmarlo, frutto delle scelte di politica economica soprattutto americane ed asiatiche, si sono rivelate nel complesso fragili ed incapaci a fronteggiare i grandi problemi quali, innanzitutto, gli squilibri macroeconomici e finanziari e nei pagamenti internazionali che trovavano la loro causa nella nuova configurazione dell’economia internazionale. In questa nuova realtà, conseguente alla gravissima crisi degli ultimi due anni, appare una nuova configurazione dell’economia mondiale in un sistema multipolare cui fanno riscontro le risposte inadeguate che sono state fornite alla domanda di governo globale del nuovo assetto. La sfida maggiore da fronteggiare appare perciò essere ora quella del modo di assicurare stabilità all’economia multipolare e garantirle una nuova fase di crescita economica. Il che pone una serie d’interrogativi sulla struttura di “governance” che si affermerà nel nuovo sistema multipolare.

Le nuove grandi potenze economiche, India e Cina, utilizzeranno il loro potere in maniera pacifica ovvero cooperando o conflittuale nei confronti soprattutto degli altri leader cioè Stati Uniti ed Europa?

Inoltre la nuova “governance” riuscirà ad assicurare stabilità all’economia del pianeta ed a garantirne la crescita?

Una soluzione complessiva di tipo cooperativo sembra necessaria ma, nel contempo, molto difficile con il rischio che la concorrenza tra i vecchi ed i nuovi protagonisti dell’economia s’intensifichi e degeneri fino ad assumere forme di aperta conflittualità. Da ciò potrebbe discendere una forte rallentamento se non  un vero e proprio ristagno, a medio termine, della crescita globale con conseguenze gravi ed imprevedibili per la stabilità politica internazionale.

Nella consapevolezza che in questa prospettiva il problema principale risiedesse attualmente nel modo di assicurare stabilità al governo della nuova realtà economica globale è nata la ricerca degli studiosi dell’A.R.E.L. e dell’Istituto Affari Internazionali, di cui qui parliamo, che ha come finalità principale quella di analizzare limiti e potenzialità dell’attuale sistema di “governance” nel nuovo quadro multipolare delineando scenari di riforma sia delle regole che delle principali istituzioni multilaterali.

Nei diversi capitoli in cui si articola la ricerca viene perciò analizzata in primo luogo la fase in corso mettendone in luce alcune evoluzioni positive ma anche tendenze di fondo non del tutto rassicuranti. Tra gli eventi positivi si indica la decisione, già ricordata, adottata nel Vertice G-20 di Pittsburg del settembre 2009 (il terzo della serie dopo quelli di Washington e Londra) di affidare, in pratica, a tale foro la gestione dell’economia mondiale. Tale decisione assume grande rilevanza in quanto sancisce il nuovo ruolo delle economie emergenti riconoscendo loro una partnership pressoché paritaria rispetto ai paesi già sviluppati e riflette la presa d’atto della sfida da fronteggiare ovvero assicurare all’economia globale una capacità di governo altrettanto globale. D’altro canto la ricerca segnala come l’evoluzione in corso dell’architettura della «governance» si riveli, come sopra accennato, tuttora instabile e come il sistema esistente di regole appaia, in molti casi, del tutto inadeguato a fronteggiare i nuovi grandi problemi dell’economia globale.

Tra questi vengono indicati il rischio del perdurare di ancora forti squilibri nei pagamenti internazionali e quello della possibile inversione di tendenza del processo di liberalizzazione commerciale che potrebbe arrivare ad una ripresa del protezionismo con conseguenti effetti negativi sulla fase di crescita economica mondiale che sembra essere iniziata.

Si sta altresì rivelando difficile introdurre nuove regole e misure di controllo non solo a livello nazionale ma ancor più a livello internazionale onde evitare il ripetersi di nuove crisi finanziarie.

Da ultimo si appalesano grandi ostacoli nel rispondere alle sfide epocali in tema di energia ed ambiente. Si pensi, ad esempio, alla politica spregiudicata che svolge la Cina in Africa e, in genere, nei paesi in via di sviluppo per approvvigionarsi di materie prime con scarso rispetto dell’ambiente.

3. Tutte queste problematiche vengono trattate con accuratezza di analisi e dovizia di dati nei nove capitoli della ricerca:

Capitolo 1: L’avvento del G-20: verso una nuova Bretton Woods? (a cura di F. Saccomanni);

Capitolo 2: La governance multilaterale e gli squilibri dell’economia globale (di cui è autore P. Guerrieri);

Capitolo 3: Strategie di cooperazione nel sistema monetario internazionale (a cura di P. Surbacchi);

Capitolo 4: La riforma della regolamentazione finanziaria: le cose fatte e da fare (ne è autore E. Hebleiner);

Capitolo 5: La crisi economica e la nuova architettura finanziaria (di A. Elson);

Capitolo 6: Globalizzazione, sistema monetario e riforma del Fondo Monetario Internazionale (per la penna di D. Lombardi);

Capitolo 7: Il Fondo Monetario Internazionale e la sfida delle regole (di E.M. Truman);

Capitolo 8: Le istituzioni multilaterali e le crisi finanziarie (di B. Bossone);

Capitolo 9: I paesi in via di sviluppo e le riforme del sistema monetario internazionale (di B. Momani).

4. E’ di tutta evidenza l’impossibilità di analizzare in questa sede tutti questi scritti la cui lettura ci sentiamo di raccomandare agli studiosi ed a chi (specie i politici) voglia meglio comprendere le sfide epocali di fronte alle quali ci troviamo e dalla cui soluzione dipende il futuro dell’umanità. Ci limiteremo perciò a formulare qualche considerazione della cui inadeguatezza, in relazione all’importanza della materia, siamo perfettamente consapevoli e di cui, fin da ora, chiediamo perciò venia al lettore.

L’esito delle future riunioni del G-20 (la prossima si terrà a Seul nel novembre p.v.) fornirà, forse, qualche chiarimento circa l’evoluzione della situazione sul piano globale. Il quadro appare, infatti, ancora molto incerto e non potrebbe essere altrimenti stanti gli interessi, rilevantissimi e spesso contrastanti, in gioco.

A livello europeo, ad esempio, mentre, da un lato, è diventata operativa dal 1° luglio u.s. l’European Financial Stability Facility (E.F.S.F.), il fondo, dotato di 440 miliardi di Euro, che potrà essere chiamato ad intervenire nell’eventualità in cui un paese dell’Eurozona dovesse trovare difficoltà a finanziare il proprio debito così come è avvenuto alla Grecia, dall’altro, stenta a vedere la luce un sistema efficace di vigilanza europea. Se ne ipotizza anzi uno fatto di sistemi di vigilanza nazionali «che vanno (come ha scritto D. Masciandaro su “Il Sole-24” Ore del 18 luglio u.s.) a costituire una sovrastruttura europea con poteri deboli e vaghi e spezzettata tra controlli bancari, mobiliari ed assicurativi».

Anche negli Stati Uniti, che peraltro sono all’origine della crisi, il sistema di vigilanza, recentemente riformato con la legge Dodd-Franck, non sembra esser stato intaccato nella sua frammentazione malgrado la pessima prova data sul campo con evidente anche se dissimulata soddisfazione dell’industria finanziaria. Si è, per contro, previsto un «Financial Crisis Fund» a spese dei  contribuenti.

Sempre in materia di vigilanza non si intravedono sostanziali progressi neanche a livello europeo. Il Parlamento di Strasburgo cerca di far approvare le proposte avanzate da de Larosière ma la cosa preoccupa il Consiglio Europeo dove potrebbero sorgere ostacoli, derivanti dagli egoismi e dalle suscettibilità delle varie istituzioni nazionali, molto forti. Qualche progresso sembra, invece, registrarsi in materia di definizione dei nuovi e più severi requisiti di capitale e liquidità delle banche (il c.d. Basilea 3). Stando, infatti, alle ultime dichiarazioni del Presidente del Comitato di Basilea la riforma dovrebbe essere pronta per il vertice del G-20 di novembre p.v.. Il Comitato di Basilea ha anche concordato sulla necessità di dotare le banche di un “cuscinetto” di capitale sufficiente a proteggerlo contro perdite potenziali future (riserve patrimoniali anti-cicliche). Salvo errore non sembra però che nei vari fori si discuta una regolamentazione “preventiva” delle transazioni finanziarie nel senso di una “disciplina generale” delle operazioni da considerare lecite e di quelle che presentano, invece, un alto grado di pericolosità per il sistema finanziario internazionale e, per conseguenza, da vietare.

In conclusione appare ancora prevalere nei governi e nelle varie istituzioni una visione legata agli interessi nazionali o settoriali di breve periodo. Spesso, cioè, «rixatur de lana caprina» (= si discute di lana caprina cioè di cose di poco conto) con il rischio, non adottando misure tempestive e preveggenti a livello globale, di «navem perforare in qua ipse naviget» (=Fare buchi nella nave su cui si naviga). Come ha ricordato nella sua prefazione l’On.le Letta è, per contro, necessario che i decisori politici non perdano l’occasione d’intervenire nel processo di riforma del sistema.

Onde fotografare la situazione ci piace concludere con un verso di una canzone composta nel 1911 da Jack Judge la quale, adottata nell’agosto del 1914 da soldati inglesi in partenza per il fronte francese, divenne molto popolare e che dice: «It’s a long way to Tipperary, it’s a long way to you» ovvero ”è lungo il cammino per Tipperary – località dell’Irlanda ; è lungo il cammino per tornare da te”. Anche nella materia “de qua agitur” siamo in presenza ad un conflitto (d’interessi) e la via per una governance (Tipperary) e la stabilità ed il benessere che ne deriva (= You) sembra ancora molto lunga ed impervia.

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *