Insegnamento e ricerca, malavita organizzata, spesa pubblica, evasione ed elusione fiscale: le più pericolose palle al piede del sistema Italia

Il nostro paese avrebbe in teoria, grazie all’inventiva ed alla laboriosità dei suoi abitanti, le capacità per  assicurarsi anche in futuro un tasso di sviluppo economico e sociale raffrontabile con quello dei  nostri principali partners  europei e di altre importanti nazioni concorrenti, ma è come un Maratoneta che sia costretto a competere avendo alle caviglie catene con pesanti palle di ferro. E  deve affrontare nuovi concorrenti dai tassi di sviluppo elevati, che cioè corrono molto più velocemente e bene(v. Cina ed India )!

“Hannibal ad portas” dicevano  i Romani  per indicare un gravissimo ed imminente  pericolo.
Noi ci troviamo in una situazione simile. Non possiamo  più tergiversare nel porre rimedio ai nostri mali. L’allargamento dei mercati, la riduzione delle distanze e dei tempi fanno sì che le decisioni debbano essere sempre più rapide. Il che vale, ovviamente e vieppiù, anche per quanto attiene all’adozione  di misure  politico-legislative volte a porre rimedio a situazioni negative, specie se sistemiche, di un paese.

Esaminiamo ora quali sono, a giudizio dell’estensore di queste note, i principali mali che affliggono l’Italia. Ve ne sono naturalmente molti altri (l’inefficienza del sistema giudiziario, la litigiosità  politica etc.)  ma non  è, ovviamente, possibile trattarli tutti nello spazio di un breve articolo.
Si tratta delle carenze del  sistema scolastico e  correlate ad esse quelle della ricerca, del flagello della malavita organizzata, dell’eccessiva spesa pubblica, dell’evasione, dell’elusione e delle frodi fiscali.
“Aliud ex alio malum” – Dall’uno di questi mali spesso ne deriva l’altro perché in un organismo, fisico, sociale o statuale, tutto è, in un certo senso, interconnesso.

Senza un sistema di formazione scolastica efficiente, che sia cioè in grado di fornire, con  la necessaria tempestività, all’apparato amministrativo e produttivo di un paese le forze di lavoro  indispensabili al suo funzionamento ed aventi un livello di preparazione raffrontabile con quello dei principali paesi concorrenti, risulta, in termini comparativi, ridotta la produttività complessiva del  paese stesso e, per conseguenza, le sue  capacità competitive.
Un sistema scolastico ed universitario inefficiente ha ripercussioni negative anche nel campo della ricerca. Ricercatori poco preparati non saranno in grado di effettuare ricerche utili. Se poi li si paga male e si forniscono loro scarsi mezzi l’insuccesso è quasi garantito. E questo ha conseguenze  sfavorevoli anche sull’apparato produttivo. Alle industrie non vengono, infatti, forniti strumenti (uomini preparati, brevetti) idonei a competere nell’agone, sempre più difficile, del mercato ormai globale. L’Italia, priva d’importanti materie prime, è, peraltro, costretta ad essere un paese trasformatore competitivo pena l’emarginazione e la decadenza.

A sostegno di quanto sopra detto in materia di formazione scolastico-universitaria ci duole  ricordare che negli ultimi decenni (in conseguenza, secondo noi, del famigerato ‘68) si è registrata  una decadenza  del livello medio degli istituti tecnici e dei licei.
I primi, infatti, sovente non offrono, ad es., una formazione correlata alle mutate necessità della produzione, in generale, o delle diverse realtà territoriali. Anche i secondi – che sono deputati a  preparare la classe dirigente – non  sono stati indenni  da questo processo involutivo.
Da una recente indagine svolta dagli esperti dell’INVALSI (v. “Il Corriere della Sera” del 30-6-2010, pag.27) solo il 20% dei liceali sarebbe stato nella redazione di un tema in grado di ricevere all’esame di maturità un voto di sufficienza e le “eccellenze” sarebbero solo il 4% !
Il Ministro Gelmini ha finalmente impartito direttive per rendere più severi gli studi e gli esami. E qualche frutto sembra apparire ma ai guasti di decenni non si può porre rimedio in breve tempo.

Le cose non vanno, come è noto, neppure bene nel comparto universitario.
Il Ministro della P.I. ha, ad es., di recente denunziato il fallimento delle c.d. “lauree brevi” (corso di studi, complice la mentalità esterofila dei c.d. consiglieri dei vari titolari del Ministero, malamente ripreso da altri sistemi) dato che quelli che conseguono siffatti titoli  incontrano poi molte difficoltà  nel reperire un lavoro.

Alti lai si possono levare esaminando la situazione del corpo docente universitario.
La selezione del medesimo sembra essere sempre più improntata non a criteri meritocratici bensì ad un nepotismo che sfiora talora l’impudenza.
A ciò si aggiunga l’esiguità delle retribuzioni del corpo accademico e le storture dello stesso meccanismo retributivo che é basato sull’anzianità. Ad es. un professore ordinario di 1° fascia che si trova, per età, nel periodo più produttivo percepisce solo 2.600 euro al mese. I ricercatori universitari (25.800) percepiscono uno stipendio medio iniziale di 1.200 euro al mese. Solo dopo 8 anni potranno raggiungere i 2.000 euro mensili!

Risulta evidente che chi può svolge “a latere” un’attività professionale con conseguente detrimento per la ricerca e la didattica. Quelli poi che nutrono maggiori ambizioni accademiche o di ricerca – in genere si tratta dei migliori ? cercano di trovare una più promettente e meglio remunerata  sistemazione in Atenei o centri di ricerca esteri. E questo si traduce in un depauperamento del patrimonio culturale e scientifico nazionale a vantaggio di paesi a noi concorrenti (ad es.  in materia di brevetti) nonché in uno spreco delle risorse pubbliche dato che si calcola che le spese per la formazione di un laureato (dalla scuola primaria alla  laurea) ammontino a non meno di 100.000 euro.
Lo sciupio di fondi pubblici tocca in questo campo vertici inimmaginabili.

Sono state, invero, istituite, illudendo i discenti, facoltà del tutto inutili (tranne, naturalmente, per i docenti ed il personale amministrativo) e numerose sedi universitarie, principali e secondarie.
E questo quasi sempre con la connivenza o il plauso dei docenti e delle autorità locali forti, queste ultime, dell’interessato appoggio di albergatori, affittacamere, ristoratori e commercianti indigeni. Per fare un solo esempio a questo proposito sarà sufficiente citare il caso delle Marche, regione non estesa, di 1,5 milioni d’abitanti c.a., dove, anche se le distanze tra una località e l’altra sono modeste, ci sono ben cinque Università (Ancona, Macerata, Camerino, Urbino, Fabriano) e varie sedi distaccate (la sola Macerata, ad es., ne annovera sei, cinque quella di Ancona e via dicendo).

L’altra palla al  piede — la più difficile da eliminare — è rappresentata dalla malavita organizzata,  che — unico caso tra i paesi comunitari — controlla, malgrado gli indubbi successi conseguiti negli ultimi anni dalle forze dell’ordine sotto la guida del Ministro Tremonti e dalla Magistratura, buona parte di vaste e popolose Regioni (Campania, Calabria, Sicilia e, parzialmente, la Puglia meridionale). Il che, oltre a gravare pesantemente sulla finanza pubblica a causa delle spese necessarie alla sicurezza (nel 2001, ad es., sono stati spesi a tale scopo ben 15 miliardi di euro), inquina il mondo politico e l’amministrazione pubblica (si pensi solo ai comparti dell’edilizia e degli appalti pubblici), impedisce il libero esercizio della concorrenza, scoraggia drasticamente il sorgere di nuove e sane iniziative imprenditoriali segnatamente ad opera di piccoli  e medi operatori che in  altre regioni rappresentano la forza del tessuto produttivo.

In altri termini un’importantissima parte della popolazione italiana non riesce a fornire un contributo alla creazione della ricchezza nazionale che sia proporzionato alla sua consistenza numerica ed all’ampiezza del  territorio in cui abita.

Il cancro della malavita organizzata è indubbiamente la causa principale del perdurare del divario economico e sociale esistente tra Meridione e Settentrione.

L’annoso problema della spesa pubblica è emerso in maniera eclatante in coincidenza con la crisi economico-finanziaria mondiale.
Il debito pubblico, che ad aprile di quest’anno era di 1813  miliardi di euro pari al 117,5% del P.I.L. contro i 1.749 miliardi di euro pari al 114,7 % del P.I.L. del 2009, ”deve” essere ridotto. Per conseguire un tale risultato occorre assolutamente tagliare la spesa pubblica, specie quella in larga misura improduttiva delle Amministrazioni Regionali e in particolare di quelle meridionali. Il federalismo fiscale potrebbe essere lo strumento  giusto.
Comunque non ci sono alternative o si riduce la spesa pubblica o ne pagheremo pesantemente il fio (sanzioni comunitarie, aumento del costo dell’emissioni di titoli di Stato etc.). ”Tertium non datur”!

“Last but not least” l’evasione fiscale (=operazioni di vendita senza emissione di fatture o scontrini fiscali con conseguente mancata dichiarazione al Fisco), l’elusione fiscale (=falsificazione della vera natura dell’operazione allo scopo di beneficiare di minori imposte), la frode fiscale (=sofisticati meccanismi quali, ad es., la produzione di fatture false, al fine di creare un’apparente  regolarità amministrativa e rendere, in tal modo, più difficile l’accertamento da parte degli organi tributari).

Gli effetti perniciosi di questi fenomeni: il contribuente disonesto non paga al Fisco il dovuto; il contribuente onesto si sente gabbato ed è tentato di imitare il disonesto; il gettito fiscale viene ridotto e  risultano così diminuite le risorse pubbliche che possono essere destinate ad investimenti produttivi; vi è il rischio di un innalzamento della pressione fiscale con possibili ricadute sulla coesione sociale e sulle capacità competitive dei nostri esportatori; viene ridotto il livello della concorrenza se non  ne  viene impedito  del tutto l’esercizio.
Il fenomeno ha un’ampiezza  notevolissima. Secondo studi dell’ISTAT e dell’Agenzia delle Entrate l’evasione corrisponderebbe, infatti, al 18% c.a. del  P.I.L.
Per tentare di risolvere questo arduo problema un primo passo, che si inquadra nella prospettiva del decentramento, è stato fatto dal Governo in carica attribuendo nel 2008 agli  Uffici Tributari dei Comuni il diritto di accedere ai dati fiscali ed economici dei contribuenti residenti e, nel 2009, di segnalare all’Agenzia delle Entrate i casi giudicati sospetti.

In questi ultimi anni è stata anche intensificata dalla Guardia di Finanza con apprezzabili risultati  l’opera di prevenzione e quella di recupero di somme dovute al Fisco.
Crediamo, però, che per cercare di ridurre il fenomeno a dimensioni fisiologiche occorra  soprattutto creare nel contribuente l’interesse concreto a pretendere il rilascio delle ricevute e degli scontrini fiscali, aumentando il numero delle spese dallo stesso deducibili ai fini della dichiarazione dei redditi, così come già accade in altri paesi dove il fenomeno evasivo ha dimensioni molto più contenute che in Italia.

Questi sono i problemi che il Governo dovrebbe iscrivere nella propria agenda e non demordere prima di averli avviati o tentato seriamente di avviarli a soluzione.
Il disegno di legge sulle intercettazioni può essere migliorato, ma non può essere uno degli argomenti che più impegnano Governo e forze politiche. Il Paese non comprende tutto  questo. Pensa che “Majora premunt”, come quelle che ci siamo sforzati di ricordare.

Ci piace concludere con due detti latini che indirizziamo umilmente ai supremi reggitori:

-“Senatu deliberante Saguntum perit” (= Mentre il Senato discute Sagunto perisce);
-“Salus rei publicae suprema lex esto” (= La salvezza dello Stato sia  la legge suprema).

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