LE GRANDI RIFORME LIBERALI PER RILANCIARE L’ITALIA

Cartalibera aderisce al manifesto dei “Liberali in rete” e invita i suoi lettori a sottoscriverlo.

LE GRANDI RIFORME LIBERALI PER RILANCIARE L’ITALIA
I PRINCIPI CHE CI ISPIRANO, GLI OBIETTIVI CHE VOGLIAMO REALIZZARE

L’Italia, e tutto l’Occidente, vivono una crisi politica e culturale prima che economica, che riguarda i sistemi di governo di una realtà globale sempre più complessa e interdipendente.

Da un lato infatti i cittadini sono sempre più consapevoli della inadeguatezza dei “politici” nel gestire i problemi della società moderna; dall’altro però cercano sempre più “nello Stato”, e cioè alla fine in quegli stessi politici, il rifugio entro cui cercare riparo dalla crisi. Questo paradosso crea un clima generale di sfiducia e inerzia civile, tale da far prevedere a molti come ineluttabile il rapido declino politico ed economico dell’Europa.

A questo declino noi liberali non vogliamo rassegnarci, convinti che i valori che hanno portato la nostra civiltà ad essere la più libera e prospera della storia dell’ umanità possano ancora essere una guida per il futuro.

Noi liberali crediamo che le soluzioni ai problemi del nostro tempo non stiano in approcci dirigisti, o in grandi progetti di ingegneria sociale, ma possano essere trovate soprattutto restituendo ampi spazi di libertà alla società civile, affidando alle persone ed alle comunità la responsabilità di forgiare il proprio destino, moltiplicando le opportunità di esercitare la creatività e l’iniziativa individuale.

Noi liberali attribuiamo allo Stato, o meglio al regolatore pubblico nelle diverse forme che oggi assume (Unione Europea, Stato nazionale, Regioni, Enti locali) alcuni compiti fondamentali, cui vanno riconosciute adeguate dignità e risorse. Riteniamo che lo Stato di diritto debba essere lo spazio nel quale si definiscono e si fanno rigidamente rispettare regole comuni di convivenza; siamo però convinti che dare allo Stato poteri e obiettivi molto più ampi ed ambiziosi riduca gli spazi d’azione individuali e comprometta l’efficienza dell’apparato pubblico.

Il nostro scopo è di essere presenti nelle sfere della politica, dell’economia e della cultura per promuovere un rinnovamento dei rapporti tra istituzioni e società civile, per realizzare le riforme liberali necessarie allo sviluppo del Paese.

Il compito dei liberali è di far valere le proprie proposte nel contesto politico oggi esistente, e cercare di far evolvere questo stesso contesto in senso più liberale. Il sistema elettorale maggioritario dovrebbe da un lato garantire alternanza di potere e scelte politiche chiare, ma ispirate a moderazione per non perdere l’elettorato centrista. L’anomalia italiana, rappresentata da una sinistra largamente rappresentata da elementi massimalisti e giustizialisti, e da una destra caratterizzata nel bene e nel male dalla personalità del suo leader, non ha consentito in questi anni, se non occasionalmente, di assistere ad un dibattito realmente centrato su proposte riformatrici in senso liberale.

A questo fine ci ispiriamo e condividiamo i seguenti principi:

1) Lo Stato è in primo luogo il simbolo dell’unità nazionale, come realizzatasi nella storia patria, e deve essere confermato e rafforzato nel proprio ruolo di casa comune di tutti gli italiani, forte nella tutela della sicurezza dei cittadini e delle loro proprietà, attento alla difesa dei loro interessi su scala internazionale, disponibile ma attento nella cessione di ambiti di sovranità alle nuove forme che l’unione politica europea vorrà assumere, aperto alla cittadinanza di nuovi entranti di diversa origine, ma solo una volta che essi abbiano dimostrato di condividere con le opere i principi fondatori della Repubblica ed i valori, le regole, la lingua e la cultura della nostra società.

2) Il federalismo, anche letto alla luce del criterio di sussidiarietà, è un principio affine e prezioso per un liberalismo moderno, purché si traduca in un rafforzamento del controllo dei governanti sui governati, nella limitazione della discrezionalità burocratica, nella più diretta partecipazione delle singole comunità ai benefici generati dal carico fiscale da loro sopportato, nell’attenuazione della “lontananza” e impersonalità del potere pubblico nei confronti dei cittadini. Sono invece pericolose ed illiberali, nel ricordo della preveggente opposizione di Einaudi alla istituzione delle Regioni come si realizzò negli anni ’70, quelle forme di cosiddetto “federalismo” che in realtà moltiplicano invece che semplificare i centri decisionali, burocratici e di spesa e gli apparati di potere. La forma statuale non è dunque un obiettivo di per sé, ma lo strumento per realizzare al meglio le aspirazioni dei cittadini. Per i liberali la forma migliore è quella che garantisce l’efficienza dei servizi forniti dalla pubblica amministrazione con la minimizzazione dell’apparato burocratico.

3) Tra le conquiste più preziose della cultura liberale vi è il principio della separazione dei poteri, che attribuisce ambiti limitati ed autonomi a Governo, Parlamento e Magistratura, principio ultimamente messo in discussione da reciproche invasioni di campo. Se occorre vigilare che la Magistratura non diventi un obbediente strumento del potere esecutivo, particolarmente insidioso è il rischio che essa si tramuti in casta intoccabile, non al servizio della giustizia e dei cittadini, ma di proprie ideologie o ambizioni di potere, unica autorità di fatto irresponsabile delle proprie azioni e libera di attribuirsi compiti che non le competono. La separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, un accresciuto ruolo riconosciuto alle procedure arbitrali, una gestione meritocratica delle carriere sono necessari e devono essere inseriti in una complessiva riforma della giustizia che ne garantisca la maggiore efficienza e ne tuteli la effettiva indipendenza e autorità.

4) La qualità del sistema educativo di un paese è il primo indicatore del suo futuro benessere. La scuola italiana ha bisogno di gestire meglio le proprie risorse, di standard più elevati di riferimento e di maggiori elementi di concorrenza e meritocrazia. Programmi obsoleti, la dispersione delle sedi universitarie per accontentare poteri locali, la deresponsabilizzazione del management scolastico e degli insegnanti, una certa cultura lassista fintamente “progressista” che finisce invece per accentuare le divisioni di classe sono distorsioni da correggere, con una gestione più aperta alla sperimentazione responsabile ed attenta ai risultati raggiunti. Più autonomia e più responsabilità alle diverse scuole e Università, con chiari e selettivi standard comuni di valutazione e forte meritocrazia nella assegnazione delle risorse, ed una competitiva coabitazione di pubblico e privato, sono primi passi da compiere. Il miglioramento del sistema educativo e la sua maggiore vicinanza alle esigenze della mutevole realtà economica sono i principali strumenti per combattere il grave problema della disoccupazione giovanile, della quale il diffuso precariato è solo una conseguenza.

5) L’economia di un paese non si regge sulla molteplicità dei meccanismi redistributivi del reddito prodotto, ma sulla vitalità del sistema imprenditoriale che produce questo reddito. Rimettere i produttori di reddito, e non i percettori di rendite, al centro della politica è l’unico metodo per ridare slancio al nostro sistema produttivo. Le imprese si aiutano non attraverso meccanismi protezionisti che ritardano solamente il corretto percorso di innovazione e ricambio che sta alla base dell’economia, ma, oggi ancor più di ieri, togliendo i lacci e lacciuoli che ne imbrigliano il dinamismo. Un sistema di regole chiare, di controlli e di meccanismi di trasparenza devono valere anche per il sistema finanziario, per evitare il ripetersi di crisi che si allargano all’intero sistema economico, dove l’intervento dello Stato finisce con il privatizzare gli utili e socializzare le perdite, e garantire una corretta concorrenza.

6) La lotta alle rendite di posizione passa anche attraverso l’abolizione dei vincoli all’accesso alle professioni ed alla riforma degli albi e degli altri meccanismi che penalizzano clienti e nuovi entranti a vantaggio degli attuali titolari, siano essi tassisti, avvocati o professori universitari. Le modalità di queste indispensabili liberalizzazioni devono garantire standard di servizio adeguati e risarcimenti per gli eventuali investimenti effettuati, ma non devono fungere da alibi per tutele corporative di alcun genere.

7) Una politica energetica e ambientale all’altezza delle sfide che ci attendono è uno degli elementi che discrimineranno i politici che pensano alle prossime generazioni da quelli che pensano alle prossime elezioni. Sono necessarie risposte pragmatiche, né negazioniste né ideologicamente allarmiste, ai problemi dell’inquinamento e del cambiamento climatico, volte a individuare soluzioni specifiche attraverso l’innovazione e la ricerca, non a rinnegare il nostro modello di sviluppo o a colpevolizzare stili di vita “borghesi”, che sono per gran parte dell’umanità un positivo punto di riferimento e non un peccato di cui scusarsi. In questo contesto non può esservi alternativa, ma sinergia, fra il ritorno al nucleare e lo sfruttamento delle energie rinnovabili.

8) Il livello complessivo di imposizione fiscale è in qualche modo il primo indicatore di quanto i cittadini di un paese siano effettivamente liberi di scegliere. Il fatto che la metà del reddito nazionale sia gestito oggi dalla mano pubblica va considerato un elemento patologico, in una società che vuole essere libera. La riduzione delle imposte è quindi un imperativo strategico, la cui attuazione va solo condizionata al contenimento del deficit pubblico: la diminuzione della spesa pubblica è quindi il primo obiettivo di una azione liberale, attraverso la eliminazione degli enti pubblici inutili, la privatizzazione di molti beni e servizi ancora gestiti dalla mano pubblica (compresa la RAI), a livello statale e locale, la riduzione di molti trasferimenti e sussidi statali. Il sistema impositivo va riequilibrato, oltre che semplificato e ridotto nella sua voracità: occorre andare verso una prevalenza di tasse sul consumo e sull’utilizzo di servizi specifici piuttosto che sul reddito, in modo da distribuire il carico fiscale in base al potere d’acquisto e non al reddito dichiarato.

9) Dire, come si usa, che il lavoro è un diritto è una nobile ed inutile menzogna, essendo come dire che qualcuno ha l’obbligo di fornirlo. L’occupazione non nasce da legislazioni rigidamente vincolistiche, ma da un sistema produttivo efficiente e libero. La tutela, di chi si trova in difficoltà sul fronte occupazionale, come in qualsiasi caso di disagio sociale, è un traguardo delle moderne società industriali e va rafforzata nei limiti delle disponibilità pubbliche, ma la natura privatistica dei contratti di lavoro va riaffermata, in modo che le parti coinvolte trovino esse stesse il punto d’equilibrio nel contemperare le reciproche esigenze. La consapevolezza che avere un lavoro vuol dire “produrre” un reddito, e non “percepire” un reddito deve guidare le scelte pubbliche, che non devono proteggere ostinatamente realtà senza speranza ma, attraverso politiche attive del lavoro, orientare le risorse verso il loro più efficiente utilizzo futuro.

10) L’ incremento continuo della aspettativa di vita della popolazione pone problemi epocali sul fronte della sanità e delle pensioni, ma offre anche delle opportunità. Una generazione di “giovani anziani” sana e dotata di competenze aggiornate può essere una risorsa per la società e non un peso, e quindi le politiche pubbliche devono incentivare un passaggio graduale e progressivo dalla vita lavorativa a quella inattiva, ritardando l’età pensionabile e fornendo strumenti flessibili per mantenere parzialmente al lavoro gli ultrasessantenni. In questo modo si renderà sostenibile sia il sistema pensionistico, non ancora sufficientemente riformato, e si troveranno le risorse per finanziare una domanda di assistenza sanitaria che crescerà prevedibilmente in modo sostenuto.

11) La politica estera di un paese liberale non può che ispirarsi al rispetto delle alleanze consolidate con i paesi del mondo libero, nella consapevolezza che esistono forze ad esso ostili che vanno combattute con fermezza, nell’ambito di strategie di lungo periodo che garantiscano il più possibile la pace internazionale ed il rispetto dei diritti umani. E’ attraverso l’apertura dei mercati e la interdipendenza economica reciproca che possono essere raggiunti risultati di maggiore convivenza e pacificazione. In particolare, nell’aiuto ai paesi in via di sviluppo, sono da censurare politiche di assistenza e di lobby a lungo perseguite da molti organismi internazionali, che “tolgono ai poveri dei paesi ricchi per dare ai ricchi dei paesi poveri” generando corruzione e spreco, e vanno invece incentivati accordi commerciali e l’apertura dei mercati agricoli occidentali, smantellando la iniqua, inefficace e protezionista politica agricola comunitari.

12) Uno stato liberale è per definizione uno stato laico, nel quale non vi è confusione tra credo religioso e diritto positivo. Il dibattito sul riconoscimento giuridico di diverse forme di convivenza civile, come le coppie di fatto, i diritti di adozione per coppie omosessuali, o di definizione del significato di persona e della sua tutela, come nel dibattito sull’aborto e sul fine vita, non si deve dunque basare, pur nel rispetto dell’autorità morale della Chiesa Cattolica, su precetti dottrinari, ma sulla interpretazione e contemperazione di valori e diritti diversi ed a volte contrastanti, tra i quali devono primeggiare la tutela per la persona ed il rispetto della libertà individuale. In un’ottica liberale, la famiglia tradizionale come istituzione consolidatasi nei secoli come base della vita civile merita tutela e rispetto, ad esempio con formule di sostegno come il quoziente fiscale familiare; altre forme di convivenza possono trovare, con l’aiuto della legge, adeguata protezione grazie a forme pattizie e contrattuali.
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