Il lodo Alfano “allargato”? Per i ministri no, non si può

(pubblicato sul Secodo d’Italia del 2 luglio 2010)

La pasticciata vicenda di Aldo Brancher credo che abbia segnato un punto di non ritorno. I siti web sono stati presi d’assalto da elettori di centrodestra che iniziano ad avere perplessità sulla direzione che sta prendendo una certa politica. Negli ultimi dieci anni sono state votate leggi che una parte della stampa e dell’opinione pubblica di sinistra ha definito ad personam. Si può discutere se alcune di quelle leggi non fossero state concepite per finalità generali, ma è in ogni caso comprensibile e giustificabile consentire al premier eletto dagli italiani, fra l’altro con ampie maggioranze, di portare a termine gli impegni presi con gli elettori, ovviamente avendo sempre cura di evitare conseguenze negative sulla efficacia del complessivo sistema penale. Si è detto con ragione che occorreva evitare che la volontà degli elettori venisse sovvertita per via giudiziaria, in un frangente storico in cui una parte, ancorché minoritaria dei giudici, sosteneva teoremi di natura politica.

Il caso Brancher con tutto questo non ha però nulla a che fare. È il sintomo che quello scudo, che doveva servire a difendere la sovranità popolare, si è trasformato in una prassi senz’altro inaccettabile che crea ormai le premesse per la legittimazione del privilegio. Di questa vicenda la parte più amara, come già per il caso Scajola, è rappresentata dai commenti, anche giornalistici, non solo politici, che hanno stigmatizzato non i fatti in sé, quanto la scarsa avvedutezza dei personaggi coinvolti. Scajola, è stato osservato, avrebbe eventualmente sbagliato perché sarebbe stato un ingenuo, doveva essere più furbo. Ancora più esplicitamente si è detto di Brancher che avrebbe dovuto aspettare a utilizzare il legittimo impedimento, per non dare nell’occhio. Un titolo di giornale definiva gli ingenui dirigenti del centrodestra dei “pirla”. La legge la puoi dunque aggirare purché non ti faccia beccare. In questo contesto anche certi emendamenti al ddl intercettazioni, per fortuna poi ritirati, che per esempio avrebbero fatto decadere automaticamente tutti i pm che avessero in passato espresso giudizi pubblici sui processi in corso, correvano il rischio di essere intesi come un tentativo di bloccare alcuni processi eccellenti. C’è poi un altro fenomeno che sta a testimoniare il rischio di una deriva inaccettabile: le nomine a vari livelli di parenti, clienti, signorine procaci senza titoli particolari, conviventi. L’ultimo caso, di una lista sempre più lunga, è quello dell’ Aci. È evidente che questo tipo di politica alimenta il sospetto di una oligarchia sensibile soprattutto ai propri interessi, che ricorre fra l’altro alla moltiplicazione degli incarichi presso poche mani per rafforzare il controllo sulla società e mantenere in una cerchia chiusa la direzione della politica.

Di fronte a questa progressiva degenerazione del costume politico che nulla ha a che vedere con la salvaguardia della sovranità popolare, appare senz’altro discutibile la proposta che si avanza ora di estendere lo scudo previsto dal cosiddetto lodo Alfano anche alle inchieste iniziate prima della nomina a ministro di un soggetto indagato. È invero politicamente ingiustificato estendere ai ministri una protezione che ha un senso se è riferita ad un soggetto che ha vinto le elezioni con una propria lista di riferimento, come Silvio Berlusconi, non ne ha alcuno se esteso a personaggi che sono stati nominati successivamente all’inizio delle indagini e che magari potrebbero nemmeno essersi sottoposti al voto degli elettori.

Se non ci sarà un deciso cambiamento di rotta temo che la disaffezione verso la politica aumenterà a dismisura con esiti imprevedibili.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *