Ddl Alfano, quella piazza non è la nostra

Dopo aver appreso, quasi per caso, della partecipazione di Radicali Italiani alla manifestazione contro il ddl Alfano, interveniamo per spiegare perché noi non condividiamo questa scelta. Come radicali, di bavagli abbiamo una lunga esperienza. Eppure stavolta la chiamata in piazza non ci attira neanche un po’.

Il ddl Alfano è il classico esempio del metodo di legiferazione in stile berlusconiano con la giusta dose di tempismo sospetto e di inconcludenza. Su un punto siamo sicuramente in disaccordo: la pubblicità dei processi, come prevista dalla nostra Costituzione, va salvaguardata. Ma, a parte questo, si tratta davvero di un mostro legislativo?
Al di là della retorica demagogica e chiassosa, che dovremmo lasciare a chi è aduso a coniare slogan talebani (come l’ormai arcinoto “intercettateci tutti”), in Italia l’abuso di questo mezzo di ricerca della prova (non prova di per sé!) è un fatto assodato, patente, tranne che per i casi disperati. Così come ugualmente assodati sono gli abusi che si sono verificati nel corso di questi decenni nella pubblicazione delle intercettazioni: tale fenomeno è indispensabile che sia fatto decisamente rientrare in una visione della libertà di informazione che non può mai prevaricare i diritti di riservatezza delle persone e la tutela del segreto investigativo. Ma questo è un Paese bizzarro, dove il diritto alla libertà di stampa viene invocato a giorni alterni proprio dagli stessi che alla loro libertà rinunciano quotidianamente e consapevolmente.

Nell’unico Paese, in cui esiste un Ordine dei giornalisti, che cosa fa o, meglio, potrebbe forse fare questa legge? A noi sembra che voglia semplicemente far rispettare le regole già vigenti, dato che le infrazioni attualmente previste dall’ordinamento si sono dimostrate insufficienti. Ci riuscirà? Ne dubitiamo. Il vero dramma è che delle buone leggi esistono pure, ma sono quotidianamente violate ad opera di chi da sessant’anni occupa abusivamente le istituzioni politiche, economiche e sociali italiane. E’ per questo che noi siamo radicali.

A ben vedere (sempre a patto però di mettere da parte  i veli ideologici), una buona legge ce l’avremmo già: gli articoli 114 e 329 del Codice di procedura penale, che in modo cristallino stabiliscono i paletti tra il diritto all’informazione e quello alla riservatezza. Segreto istruttorio, indagini rigorosamente segrete,  intercettazioni solo in presenza di gravi indizi di reato. C’è già tutto bell’e scritto. Ma allora, ci chiediamo, dov’erano magistrati e giornalisti, dipietristi e pddini, quando in barba alla legge già vigente si sono sbattute in prima pagina vicende private e privatissime, prive di rilevanza penale, se non per alimentare il più becero voyeurismo italiota? Dov’erano lorsignori quando i limiti temporali indicati tassativamente dalla legge sono stati più e più volte violati, quando le immagini degli “ammanettati” sono state diffuse nell’euforia collettiva o nel sorriso malizioso di fronte all’ennesima malefatta del “duce lussurioso”? Dov’erano quando noi radicali occupavamo la Rai per l’abuso che di essa faceva Berlusconi durante la campagna elettorale?
Non basta neppure impugnare il divieto di diffamazione come deterrente alla pubblicazione. Non basta perché, come già dimostrano i fatti, l’azione per risarcimento dei danni in sede civile dura meno di due anni e i suoi costi possono essere ampiamente coperti dagli introiti delle vendite. Aggiungiamo, inoltre, che la difesa delle libertà e garanzie individuali è (o, meglio, dovrebbe essere) la bussola della nostra azione radicale. Per questo, anziché cercare una toppa quando ormai lo strappo è fatto, il problema va affrontato a monte.
C’è da augurarsi che le disposizioni contenute nel ddl Alfano e la loro osservanza possano servire a ricondurre entro la normalità l’uso di un così delicato strumento di indagine, spesso necessario, ma che deve sempre rispettare i diritti della persona. Occorre tuttavia che alla nuova configurazione dell’istituto delle intercettazioni telefoniche e ambientali si accompagni finalmente il recupero della terzietà del Giudice chiamato ad autorizzare le intercettazioni richieste dal PM, recupero che può essere garantito solo attraverso la ormai improcrastinabile separazione delle carriere e dei ruoli di giudici e pubblici ministeri. Se ciò non avverrà, anche questo disegno di legge sarà presto destinato ad essere eluso ed aggirato da quella stessa magistratura chiamata a dargli concreta attuazione. Né più, né meno.

Ecco, noi piuttosto organizzeremmo una manifestazione dei lettori, degli elettori, dei cittadini vittime di questo Regime partitocratico, che impesta l’Italia e propina brandelli di mala informazione.
Con la FSNI e coi giornalisti, che si rendono complici e artefici, insieme a certi magistrati, del ladrocinio di legalità sulla pelle dei cittadini in nome di un nuovo diritto, quello allo sputtanamento altrui, noi non scendiamo in piazza. Saremmo con loro se manifestassero per il libero mercato nell’editoria italiana, per la libertà dalla politica che li tiene sottoscacco, da un Ordine che è esso il vero bavaglio.  Per il resto deve essere chiaro che in uno Stato di Diritto i giornalisti non possono pubblicare tutto, soprattutto non possono pubblicare ciò che è frutto di intercettazioni illecite, e quindi non utilizzabili nel processo, o notizie irrilevanti per un procedimento.

Da liberali ci rifiutiamo di vivere in uno stato di polizia e rifuggiamo dalle logiche emergenziali, che nella storia, anche italiana, hanno giustificato i peggiori crimini di stato. Da radicali difendiamo il rispetto dei diritti della persona e non manifestiamo con chi il bavaglio lo mette a noi. Non è né Berlusconi né tanto meno Alfano, ma la tutela dei diritti costituzionali dei cittadini ad imporre che le intercettazioni ordinarie debbano essere drasticamente ridimensionate. Dopodichè, se proprio si vuole, possiamo anche esaminare in concreto se tutto ciò debba essere compensato, per l’efficacia delle indagini, con minori limiti alle intercettazioni preventive (che non costituiscono mai prova).

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133 comments for “Ddl Alfano, quella piazza non è la nostra

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