Matteo Ricci – Un gesuita alla Corte di Pechino

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I. E’ nostro convincimento che l’Italia abbia una peculiarità che la rende un “unicum” nel panorama delle nazioni: la grande ricchezza culturale e di personalità geniali presente nelle sue regioni.

Ove si consideri, da una parte, che il nostro territorio è, in larga misura, montagnoso o collinare con un solo grande fiume (il che, ovviamente, ostacola i collegamenti), che per ragioni storiche, l’unità nazionale è stata raggiunta solo 140 anni fa, e che, d’altra parte, sono scarsissime le materie prime presenti, che le coltivazioni agricole non danno – tranne che in aree, peraltro, non troppo estese – rendimenti notevoli, è miracoloso l’apporto fornito, in tutti i campi, dall’Italia alla civiltà europea e, per conseguenza, al mondo.

Sotto questo profilo giova anche osservare come sovente tale eccezionale contributo sia stato dato, e lo sia tuttora, da regioni relativamente poco estese e scarsamente popolate.

Basti pensare alla Toscana, culla del Rinascimento, che ha visto nascere sul proprio suolo un numero incredibile, e riteniamo non eguagliato, di geni universali o la grande Repubblica Veneta che ha edificato su poche isolette una delle più belle città del mondo e dominato per secoli nel Mediterraneo orientale fronteggiando la potenza ottomana.

Anche una regione poco conosciuta – le Marche – anch’essa di non estesa superficie (9.694 km/q), prevalentemente montagnosa o collinare (rispettivamente 31% e 68,8%) quindi non beneficiata dalla natura sotto il profilo economico, scarsamente popolata (attualmente i residenti sono 1.470.581), ha dato al mondo un numero ragguardevole di grandi personaggi. Si pensi a Federico da Montefeltro che fece di Urbino (sperduta località dell’Appennino) uno dei centri del “Rinascimento”, a Raffaello Sanzio ed al Bramante, sommi artisti, al genio giuridico del XIII° secolo, Bartolo da Sassoferrato, soprannominato “Lucerna juris”, al grande Sisto V che in soli cinque anni di regno rimise ordine nello Stato Pontificio e nelle sue finanze, riorganizzò la Curia e lasciò una traccia imperitura nell’urbanistica di Roma (la realizzazione di rettifili quali, ad esempio, la Via Sistina, la ricollocazione degli obelischi tra i quali quello neroniano in Piazza S. Pietro. Quest’ultima opera fu, sotto il profilo tecnico, un’impresa, per l’epoca, difficilissima), a Papa Leone XII, dal breve e travagliato pontificato, a Pio IX, discusso pontefice per quanto riguarda l’aspetto politico, cui si deve, tuttavia, la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, la definizione di quello dell’infallibilità del Papa e l’impostazione, in chiave moderna, del problema del “ritorno” dei Cristiani ortodossi nella Chiesa cattolica. Ed ancora i compositori Giovan Battista Pergolesi, Gaspare Spontini, Gioacchino Rossini, Terenzio Mamiani della Rovere, insigne uomo politico e letterato del Risorgimento, (questi ultimi due pesaresi), Maria Montessori, inventrice dell’omonimo e rivoluzionario metodo pedagogico per l’infanzia che è ora adottato in moltissimi paesi.

Nell’ambito di questa regione, già ricca di uomini insigni, si distingue per il numero di personaggi famosi la provincia di Macerata (2.774 km/q; 224.000 abit. circa). Ci riferiamo a S. Nicolò da Tolentino, asceta e taumaturgo, ad Annibal Caro (il traduttore in italiano dell’Eneide), all’Ingegnere militare Pierpaolo Floriani che rafforzò Vienna, realizzò varie fortificazioni in Germania, Boemia, Ungheria e, inviato nel 1634 a Malta da Urbano VIII per consigliare il Gran Maestro dell’Ordine sulle Opere di difesa dell’Isola, progettò una linea di fortificazioni a La Valletta nei cui limiti sorse nel sec. XVIII° un quartiere che, in suo onore, prese il nome di “Floriana”; ad Alberico Gentili, professore di diritto civile ad Oxford, quindi Cancelliere di quell’Ateneo, uno dei massimi studiosi di diritto internazionale; a Giacomo Leopardi, al grande tenore Beniamino Gigli, al pittore, protagonista della “Scuola Romana”, Scipione, ad Enrico Mattei, fondatore dell’E.N.I. Ed è a Macerata che nacque il 6 ottobre del 1552 Matteo Ricci, straordinaria figura di missionario, di linguista e scienziato, non troppo nota al grande pubblico, di cui ci accingiamo a parlare.

II. Matteo Ricci, vide la luce il 6 ottobre 1552,come detto, a Macerata, città che allora contava una diecina di migliaia di abitanti ed era un centro importante dello Stato Pontificio dato che vi risiedeva anche l’amministratore apostolico dell’intera Marca.

Il padre, Giovanni Battista, di professione faceva lo speziale cioè il farmacista.

Apparteneva, però, ad un’antica famiglia ma di un ramo un po’ decaduto. Era, tuttavia, uno dei maggiorenti della città dato che era stato membro delle magistrature civiche. Nel 1596 avrebbe anche fatto parte del Consiglio di Credenza, quel che oggi chiameremmo il Consiglio Comunale. Alcuni suoi parenti poi avevano svolto o, all’epoca, ancora svolgevano, funzioni pubbliche. Altri risiedevano a Roma dove occupavano cariche nell’ambito della corte pontificia. La madre, Giovanna Angiolelli, apparteneva anch’essa ad una famiglia di notabili maceratesi. Matteo era il primogenito di una numerosa prole: ben undici figli.

Iniziò gli studi in casa avendo come precettore il sacerdote senese Nicolò Bencivegni. Quando questi entrò nella Compagnia del Gesù Matteo continuò il proprio “cursus” scolastico nel Collegio dei Gesuiti che, per volere dello stesso S. Ignazio, era stato aperto a Macerata nel 1561 e dove insegnavano ottimi docenti.

L’Istituto era perciò frequentato dai rampolli delle principali famiglie maceratesi.

Uno dei più proficui frutti della Controriforma fu, infatti, la costituzione della Compagnia del Gesù la quale si distinse subito per la cultura, l’insegnamento e lo zelo missionario.

Matteo Ricci, studiando in tale istituto le c.d. Umanità e Retorica, corrispondenti alle nostre lettere classiche, primeggiò tra gli allievi per le sue capacità intellettuali cui unì una precoce vocazione religiosa.

I progetti del padre Giovanni Battista per il figlio erano, però, diversi da quelli del sacerdozio.

Voleva probabilmente avviarlo alla carriera amministrativa nello Stato Pontificio o a quella legale dove già operavano altri membri della famiglia.

Quando Matteo terminò gli studi secondari, infatti, lo inviò a Roma perché seguisse gli studi di giurisprudenza nello locale Università.

Fu così che nell’autunno nel 1568  l’allora sedicenne Matteo raggiunse la capitale. Da quel momento non rivide più la città natale.

L’Urbe era allora immersa nell’atmosfera della Controriforma, contava 100.000 abitanti. Era diventata uno dei maggiori centri artistici del mondo. La basilica di S. Pietro, ad es., era in corso di edificazione.

Da due anni era asceso al soglio pontificio Pio V, Antonio Maria Glisleri, che verrà poi proclamato santo, e che fu inflessibile persecutore delle eresie arrivando, nel 1570, a scomunicare la regina Elisabetta d’Inghilterra. Ebbe, tuttavia, anche il grandissimo merito di promuovere la Santa Alleanza tra la Spagna, la Repubblica Veneta ed altri minori principati cattolici italiani, ivi compreso lo Stato Pontificio, che consentirà la vittoria navale di Lepanto sui Turchi impedendo in tal modo che gli Ottomani controllassero completamente il bacino del Mediterraneo.

Nel XV° secolo le due maggiori potenze marittime cattoliche, che si affacciavano sull’Atlantico, Spagna e Portogallo, avevano aperto le rotte verso il Nuovo Mondo e l’Oriente lungo le quali nel secolo successivo si intensificarono i viaggi dei missionari (Francescani, Agostiniani, Gesuiti) nell’intento di convertire gli infedeli.

In quest’atmosfera di fervore culturale, artistico e religioso si trovò immerso il giovanissimo maceratese mentre seguiva le lezioni di diritto canonico e civile e, secondo l’uso, alcune ore di teologia nel locale Ateneo.

Ben presto fu anche associato alla Congregazione dell’Annunziata fondata alcuni anni prima e di cui facevano parte gli studenti del Collegio Romano dei Gesuiti per favorire le opere di pietà: assistere gli infermi, i poveri, i carcerati ed i condannati al patibolo.

Fu anche grazie alla frequentazione di tale sodalizio che Matteo maturò in quegli anni la propria vocazione religiosa.

Il 15 agosto 1571, a 19 anni, Matteo Ricci fece il grande passo: presentò domanda alla Compagnia del Gesù per essere ammesso al noviziato i cui locali si trovavano allora accanto alla chiesa di S. Andrea al Quirinale.

Fu esaminato da Alessandro Valignano, un sacerdote abruzzese che sarà suo superiore negli anni di missione e con cui s’intenderà perfettamente.

Il padre, appresa la notizia, partì subito alla volta di Roma per fargli cambiare idea ma, giunto a Tolentino, cadde malato con una febbre violentissima e non poté proseguire. Interpretò il fatto come un segnale divino di non opporsi cioè alla decisione del figlio talché, ristabilitosi, gli scrisse che accettava la sua scelta.

I novizi della Compagnia del Gesù erano sottoposti ad una rigorosa disciplina onde mortificarne l’amor proprio, l’orgoglio e la vanità ed arrivare in tal modo alla perfetta obbedienza sì da servire al meglio la Chiesa che in quegli anni doveva affrontare l’eresia luterana e la minaccia turca. Il loro tempo era perciò scandito dalle pratiche di carità, dai lavori più umili, dalle preghiere e dagli esercizi spirituali, dallo studio del catechismo.

Il 25 maggio del 1572 Matteo assieme al sacerdote francese Pierre Duchesne ed al giovane marchese Fabrizio Pallavicini pronunziò i voti nell’antica chiesetta di Santa Maria della Strada.

Avrebbe compiuto 20 anni di lì a quattro mesi!

Il 17 settembre dello stesso anno Matteo fu trasferito nella sede del Collegio Romano per riprendere gli studi.

Ai primi di ottobre fu inviato a Firenze per seguire uno corso superiore di “umanità” cioè di lettere classiche tenuto da Martino de’ Fornari.

Lo studio del latino e del greco comportava, secondo la tecnica didascalica dei Gesuiti, l’esercizio spinto dall’arte della memoria quale strumento per l’apprendimento e la pratica delle scienze e la cura della vita interiore. Si chiedeva, ad esempio, di apprendere a memoria tutte le lezioni e lunghi brani di autori. Matteo Ricci raggiunse un livello straordinario nell’arte della memoria.

Elaborò un proprio metodo che gli consentì, dopo aver letto una sola volta pagine intere di testi latini o greci, di ripeterle senza errori subito dopo.

Elaborò anche un trattatello – una “summa” – sul suo metodo.

Dal 1574 al 1577 seguì al Collegio Romano anche i corsi di filosofia e quelli di fisica e matematica.

Questi ultimi erano tenuti dal celebre astronomo e matematico tedesco Cristoforo Clavio (al secolo: Christoph Klau; 1537-1612).

In quegli anni la matematica e l’astronomia, grazie a Galileo ed a Keplero, stavano acquisendo una sempre maggiore considerazione tra i teologi – in primis presso quelli della Compagnia del Gesù – quale strumento per una miglior comprensione delle leggi che governano l’universo.

Nello stesso periodo in cui Ricci seguiva le lezioni del Clavio una Commissione, nominata da Papa Gregorio XIII, di cui faceva parte lo stesso Cristoforo Clavio, stava studiando la correzione del Calendario giuliano, che porterà, nel 1582, alla promulgazione di quello gregoriano. Non è da escludere che Matteo Ricci abbia approfondito con il Clavio alcuni problemi di calcolo correlati ai lavori della Commissione. Al Collegio Romano si studiavano anche la geografia e la cartografia che, dopo le scoperte dei territori d’oltremare, avevano registrato notevoli progressi sotto il profilo tecnico.

E il Ricci seguì anche queste discipline impratichendosi delle tecniche per disegnare le mappe e costruire globi della volta celeste e della terra.

Partecipò anche allo studio ed alla costruzione di strumenti per l’osservazione astronomica come l’astrolabio ed il sestante e per la misurazione del tempo cioè orologi solari e meccanici.

Tutte queste conoscenze teorico-pratiche si riveleranno preziose per il successo nella sua missione in Estremo Oriente di cui parleremo.

Nell’estate del 1576 Matteo Ricci, che aveva stretto amicizia con padre Martino da Silva, procuratore della provincia dell’India, venuto nell’Urbe per la terza Congregazione triennale dei procuratori delle provincie della Compagnia del Gesù, maturò probabilmente la decisione di dedicarsi alla conversione dei non cristiani.

Fatto gli è che nella primavera del 1577, forse anche per l’appoggio di padre Martino da Silva, Matteo Ricci fu destinato dal Superiore Generale, padre Everando Mercuriano, alle missioni dell’India portoghese.

Qualche giorno dopo Papa Gregorio XIII ricevette padre Mercuriano, il rettore del Collegio Romano, Ludovico Maselli, padre da Silva, fratel Matteo Ricci e fratel Francesco Pasio per salutarli e benedirli prima della loro partenza verso la terra di missione.

Matteo non aveva ancora compiuto 25 anni.

Il 18 maggio 1577 Matteo Ricci, assieme al condiscepolo bolognese Francesco Pasio e ad altri Gesuiti destinati alle missioni in Oriente, lasciò la Capitale per recarsi a Lisbona da dove partivano le navi dirette in quei territori.

Il Portogallo, in forza del Trattato di Tordesillas nel 1494, esercitava, infatti, la sovranità sulle terre brasiliane e l’Asia ad eccezione delle Filippine mentre quelle dell’America Latina, esclusion fatta, come detto, del Brasile, erano di competenza della Corona di Spagna.

Prima di partire Matteo non si recò a Macerata per salutare i famigliari. Forse voleva farli trovare di fronte al fatto compiuto non rischiando di essere indotto ad un ripensamento.

La sua era una scelta radicale di vita con una vena di aspirazione al martirio, sentimento comune in quel periodo a molti giovani Gesuiti.

Matteo non rivedrà più i suoi cari e di essi riceverà scarse notizie. D’altra parte chi partiva per l’Oriente in quegli anni era conscio che ben difficilmente sarebbe tornato e ricevuto frequenti notizie.

Si pensi, ad esempio, che solo una nave su quattro giungeva a destinazione senza contare i pericoli di ogni genere che si incontravano in loco. I messaggi, “quando arrivavano”, impiegavano non meno di sei mesi-un anno. Tenuto conto di ciò  la corrispondenza dei Gesuiti dall’Oriente veniva, ad un certo momento, spedita, per sicurezza, in duplice copia: una lettera era consegnata ad una nave che faceva rotta verso l’America Latina e da là verso i porti europei; l’altra ad un Vascello che si dirigeva verso l’Europa circumnavigando l’Africa!

A fine giugno il gruppo di missionari giunse a Lisbona dove dovette sostare fino alla primavera successiva dato che i bastimenti diretti in India partivano solo in quella stagione al fine di sfruttare i venti favorevoli ed i monsoni sull’Oceano Indiano.

Fratel Ricci approfittò del lungo soggiorno portoghese, che trascorse a Coimbra, già allora famosa sede universitaria, in un Collegio della Compagnia, per apprendere il Portoghese, la cui conoscenza era indispensabile per operare nelle colonie lusitane, ed anche per frequentare i corsi di teologia.

La sera del 23 marzo 1578 Fratel Matteo s’imbarcò, assieme a padre Edoardo de Sande, a Michele Ruggieri (religioso di origine pugliese di cui parleremo ancora), a Baldassare Siqueira e Domenico Fernandez, su una caracca (vascello armato a tre alberi, alto di bordo), il “San Luigi”.

Gli altri Gesuiti, una diecina, tra i quali padre da Silva, Francesco Pasio ed il futuro beato e Superiore dell’Ordine Rodolfo Acquaviva, salirono, invece, a bordo delle altre due caracche che facevano parte della flottiglia.

Matteo Ricci non rimetterà più piede neppure in Europa.

La navigazione procedette con notevoli difficoltà. Lo spazio a bordo era, infatti, limitatissimo ed una violenta tempesta spinse la nave verso le coste brasiliane. Un altro fortunale poi fece quasi affondare il naviglio presso il Capo di Buona Speranza, capo che, non a caso, Bartolomeo Diaz, che per primo lo doppiò nel 1488, chiamò “Cabo Tormentoso”!

Il 13 settembre del 1578 cioè dopo quasi sei mesi di navigazione – il che all’epoca rientrava nella normalità – la caracca, infine, approdò a GOA.

Nella colonia portoghese Francesco Saverio aveva edificato un maestoso Collegio, il San Paolo, dove venivano istruiti nelle lettere ma anche nelle scienze e nel diritto centinaia di giovani di varie nazionalità: Indiani, Giapponesi, Cinesi. Nell’attigua chiesa si trova anche la tomba del Santo.

Ad ottobre Matteo Ricci iniziò il primo anno di studi regolari di teologia.

Ricevette, nel contempo, anche l’incarico d’insegnare nella prima classe di “umanità”, soprattutto grammatica e lingua latina.

Nella primavera del 1579 fu colpito da una gravissima malattia  che per poco non lo portò alla morte. Si trattò, forse, di malaria.

Nel 1580 per agevolarne la guarigione i superiori lo trasferirono nell’allora più salubre avamposto portoghese di COCHIN sulla costa indiana a sud di GOA.

A Cochin Matteo Ricci rimarrà quasi un anno tenendo corsi di “umanità” nella locale scuola gesuitica.

In tale località sarà anche ordinato sacerdote e il 26 luglio del 1580 celebrerà la prima messa.

Alla fine del 1580 verrà richiamato a GOA per frequentare il 2° ed il 3° anno di teologia.

Nel frattempo padre Alessandro Valignano era stato nominato coordinatore delle missioni in Oriente.

Il giovane superiore abruzzese – aveva appena 34 anni – dal notevole carisma, dopo alcuni viaggi in India ed un soggiorno di un anno a Macao, si era convinto che i missionari, per avere successo nella loro opera di proselitismo, avrebbero dovuto apprendere la lingua dei paesi di missione, studiarne i costumi ed adattarvisi a meno che gli stessi non fossero in contrasto con la morale cristiana.

Si era anche persuaso che valesse la pena di tentare di evangelizzare la Cina paese “nobile e grande” governato “con pace e prudentia”.

Questo convincimento contrastava, peraltro, con quello della quasi totalità dei confratelli che riteneva impossibile convertire i Cinesi anche in considerazione della politica di chiusura verso gli stranieri praticata da quel governo.

Per dar concretezza al suo progetto Valignano, prima di partire alla volta del Giappone, impartì a padre Ruggieri che, dopo un viaggio in India, era stato inviato, nel luglio del 1579, a MACAO, la raccomandazione d’apprendere il cinese.

La prospera colonia lusitana di MACAO (dal portoghese “AMACAO”, parola derivante dai termini cinesi “AMA”, una divinità locale, a “GAU”, porto), posta sull’estuario del fiume delle Perle e confinante con la ricca regione del GUANDONG e vicina a CANTON, rappresentava per i Portoghesi il porto principale dove praticare il lucroso commercio con la Cina.

Questo consisteva, in larga misura, nelle importazioni della pregiata seta cinese che veniva pagata in argento metallo che veniva acquistato dai mercanti portoghesi a buon prezzo in Giappone. Il prezzo dell’argento era in Cina più elevato che in Giappone.

I Cinesi utilizzavano questo metallo per coniare monete e fabbricare oggetti ornamentali. I Portoghesi vendevano la seta in Europa ed anche in Giappone con lauti guadagni.

La città di MACAO aveva uno “status” ambiguo. Era, infatti, formalmente, un territorio dell’Impero Cinese ma, 25 anni prima dell’arrivo di Matteo Ricci, era stato permesso ai Portoghesi di risiedervi per ringraziarli per il decisivo aiuto da loro fornito al Celeste Impero nella vittoriosa campagna condotta dalle forze imperiali contro i pirati cino-giapponesi che in quel periodo infestavano le coste del GUANDONG.

Le autorità cinesi e la popolazione di MACAO nutrivano, però, una forte ostilità nei confronti dei Portoghesi sia per la durezza di alcuni loro comportamenti sia perché avevano il timore che avessero mire espansionistiche.

Il comune interesse commerciale faceva tuttavia sì che l’ambigua situazione continuasse.

Secondo le istruzioni del Valignano padre Ruggieri si era subito dato allo studio del cinese ma i progressi erano stati molto modesti anche per la mancanza d’insegnanti indigeni all’altezza.

A ciò si aggiungeva l’ostilità dei confratelli in loco che mal tolleravano che egli fosse stato dispensato dal Superiore da svolgere altri incarichi onde dedicarsi allo studio di quella lingua anche perché erano convinti dell’inutilità dello sforzo. I Cinesi non avrebbero, infatti, secondo tali confratelli, mai consentito ai missionari di penetrare nel Celeste Impero.

Padre Ruggieri, persuaso, invece, della possibilità, prima o poi, di entrare in Cina, ritenne utile chiedere – e lo fece ripetutamente – a Valignano d’inviare a MACAO il suo compagno di viaggio, Matteo Ricci, di cui, evidentemente, aveva apprezzato l’acuta intelligenza, la grande memoria ed il fervore missionario, affinché lo coadiuvasse.

Il Superiore alla fine acconsentì.

Nell’aprile del 1582 Matteo, che condivideva le idee del Valignano, come si evince da una sua lettera al nuovo Superiore Generale, padre Rodolfo Acquaviva, ricevuto l’ordine, s’imbarcò con entusiasmo per MACAO dove giunse tre mesi dopo, il 7 agosto del 1582.

Durante il viaggio cadde ancora una volta tanto gravemente malato che temé di morire.

Giunto, però, a destinazione si ristabilì. Installatosi nella residenza di San Martino, Matteo Ricci si dedicò, in conformità con le istruzioni del Valignano che erano state avallate anche dal Superiore Generale Acquaviva, allo studio del mandarino, la lingua colta dell’impero di difficilissimo apprendimento, e delle usanze e costumi cinesi.

Grazie alla sua naturale, eccezionale memoria ed alle memo-tecniche apprese – a da lui perfezionate – al Collegio Romano, il Marchigiano in un anno fece notevoli progressi nella conoscenza del mandarino, della ricca letteratura cinese e dei costumi di quella grande nazione.

Alla fine del ‘500 la Cina contava, infatti, circa 200 milioni di abitanti.

Dal 1368 regnava la dinastia MING (un appellativo che significa “luce) che aveva avuto il merito di eliminare la dominazione mongola.

Dal 1573 governava il giovane ZHU-JIJUN detto WAN-LI.

L’imperatore, chiamato anche “Il figlio del Cielo”, era un sovrano assoluto che governava l’immenso paese attraverso una struttura burocratica di funzionari – i “GUAN” – reclutati  mediante pubblici concorsi molto selettivi.

La Cina, salvo l’eccezione di MACAO e dei necessari, peraltro non troppo frequenti, contatti commerciali con altri paesi, era del tutto chiusa agli stranieri considerati dei barbari ignoranti e bellicosi. Entrare nel Celeste Impero era perciò difficilissimo. Quasi impossibile il risiedervi.

Fino ad allora avevano provato inutilmente ad entrare in Cina almeno venticinque Gesuiti, ventidue Francescani, due Agostiniani ed un Domenicano.

Nel 1580, cioè due anni prima dell’arrivo di Matteo a Macao, però, padre Ruggieri era riuscito a recarsi a GUANGZHOU al seguito di mercanti portoghesi che erano stati autorizzati dal governatore della provincia a partecipare ad una delle due importanti fiere che annualmente colà si tenevano.

Nel 1582 il missionario esperì un secondo tentativo  per entrare nel Celeste Impero che ebbe un successo insperato.

Grazie anche ai donativi (un paio di occhiali ed un orologio meccanico, oggetti allora sconosciuti in Cina, ed alcune pezze di velluto) offerti al Governatore del GUAN DONG, CHEN RUI, che risiedeva a ZHAOQING, a nord ovest di CANTON, ottenne, infatti, un lasciapassare che lo autorizzava a risiedere, assieme ad un confratello, in Cina.

A fine dicembre dello stesso anno Ruggieri e Pasio raggiunsero ZHAOQING.

Poco tempo dopo riuscirono ad ottenere dalle autorità il permesso di farsi raggiungere da un confratello, Matteo Ricci.

Di lì a poco, però, il governatore che aveva autorizzato l’ingresso dei Gesuiti venne destituito.

La permanenza dei religiosi a ZHAOQING divenne, perciò, ben presto impossibile.

Nel luglio del 1583 i missionari furono, perciò, costretti a rientrare a MACAO. La speranza di entrare in Cina sembrò svanire completamente.

Padre Pasio fu pertanto destinato dai superiori alla missione in Giappone.

Nell’agosto dello stesso anno, però, cioè poco tempo dopo il loro ritorno, i padri ricevettero con loro somma meraviglia una lettera del prefetto della regione in cui si trovava ZHAOQING, WANG PAN, con la quale lì si invitava a ritornare in quella città ed a risiedervi stabilmente.

I motivi di questo colpo di scena non furono mai chiariti del tutto.

Forse il desiderio del prefetto WANG-PAN di avere dagli stranieri anche lui un orologio meccanico come quello che era stato donato al governatore CHEN-RUI e che era considerato in Cina una meraviglia?

O la notizia che i due religiosi erano esperti di matematica e di calcoli astronomici, scienze queste apprezzate dai Cinesi?

O, come dirà successivamente padre Ruggieri, un intervento della Divina Provvidenza?

Fatto gli è che il 10 settembre del 1583 i due Gesuiti, padre Ruggieri e padre Ricci, scortati da soldati cinesi inviati dal Prefetto e con, al seguito, alcuni servitori ed un convertito cinese quale interprete, arrivarono a ZHAOQING dove furono accolti con molta benevolenza dallo stesso WANG-PAN. Questi, che aveva molto gradito i presenti portatigli, soprattutto l’orologio meccanico ed un prisma veneziano di vetro capace di scomporre la luce, anch’esso una novità per la Cina, e che era stato aggiunto ai donativi, autorizzò i padri a costruire una casa ed anche una chiesetta. Questi edifici rappresenteranno, dopo MACAO, il primo insediamento cattolico nel Celeste Impero.

Le costruzioni, tuttavia, non potettero essere completate che nel 1585 per sopraggiunte difficoltà d’ordine finanziario che, per fortuna, i religiosi riusciranno a superare anche se padre Ruggieri fu costretto a recarsi, tra la fine di dicembre ed i primi di gennaio del 1584, a MACAO per ottenere le somme necessarie.

Per rendersi bene accetti dai Cinesi i due missionari, che avevano dichiarato al Prefetto di essere dei religiosi non aventi altre finalità che quella di adorare il loro dio vivendo in pace secondo le leggi del governo cinese di cui apprezzavano la saggezza e la volontà di pace, decisero di abbigliarsi come i religiosi buddisti cioè con una veste grigia e modesta dalle ampie maniche e di radersi capelli e barba.

Per meglio inserirsi nella società locale decisero anche di traslitterale i loro nomi.

Dato che i cognomi cinesi constano di una sola sillaba e che la “r” non viene pronunziata “Ricci” divenne “Li” e “Matteo” “Madou”, Ruggieri “Lou Mingjian”.

Da allora così furono chiamati nel Celeste Impero.

Più tardi a Matteo Ricci fu anche dato il nome di “Xitai” ovvero il “Maestro dell’Occidente”, segno questo del rispetto che si era conquistato nel paese.

Il religioso marchigiano ben presto capì quale fosse la mentalità cinese come si evince da passaggi di sue lettere ai superiori: “In questo principio (N.d.r.: della permanenza a ZHAOQING) è necessario andar molto soavemente con questa gente e non muoversi con fervori indiscreti perché è molto facile a perdere questa comodità la quale non so quando si potrebbe aver un’altra volta. Dico questo perché questa gente è inimica de’ forestieri e tiene paura particolarmente de’ Cristiani vedendosene da queste parti circondato de’ Portughesi e Castellani (N.d.r.: forse i Castigliani cioè gli Spagnuoli) tenendola per gente bellicosa”.

In un’altra epistola formula anche acute osservazioni sulla popolazione ed il paese quali: “La Cina è differentissima dalle altre terre e genti percioché è gente savia, data alle letture e puoco alla guerra, è di grande ingegno e sta adesso più che mai dubbia delle sue religioni o superstizioni…”; “In tanta ampiezza di questo regno…… avviene che in   niunaltro luogo del mondo si trovi tanta varietà di cose quante nascono sotto quel cielo; “La terra è tutta divisa per fiumi navigabili maggiori che il Po talché di qui a Pechino, che è la Corte del re, che sono tre mesi di cammino, tutto si può andare per barca e con barche molto grandi nella bellezza delle quali ben gli possiamo cedere noi di Europa e tutte le altre nazioni”.

All’accoglienza amichevole del prefetto WANG-PEN ben presto non corrispose, però, quella della popolazione.

Ricci, infatti, venne accusato di aver voluto vendere come schiavo a MACAO un ragazzo che, in realtà, si era introdotto nella casa dei padri per rubare e, sorpreso, era stato prima immobilizzato da un servitore ma poi liberato; Ruggieri di aver cercato di usare violenza alla moglie di un giovane convertito; entrambi, poi, dal Consiglio degli Anziani di Canton di essere agenti dei Portoghesi e di volere creare un centro eversivo.

Per fortuna, grazie, sia alle oneste testimonianze di alcuni cinesi che al fermo ed abile comportamento dei padri, le autorità giudicarono non fondate le accuse.

Malgrado le assoluzioni l’atmosfera non era affatto ospitale: insulti venivano loro rivolti mentre transitavano nelle strade, scritte ingiuriose erano poste sui muri della città, sassi venivano talora lanciati contro la casa e la piccola chiesa.

La situazione migliorò tuttavia un poco quando WANG PEN fece affiggere sulla porta dell’alloggio dei Gesuiti un editto che diffidava chiunque dal molestarli.

Inoltre i padri erano riusciti ad allacciare buone relazioni con i Mandarini della città.

Questi, incuriositi per la costruzione di tipo europeo dell’alloggio gesuitico e per gli oggetti esotici ivi contenuti (mappamondi, sfere celesti, orologi solari fabbricati dal Ricci, alcuni dei quali erano stati loro donati), avevano, infatti, preso l’abitudine, come, d’altronde, facevano con le residenze di altri bonzi, di recarvisi per conversare ed anche per banchettare.

A ciò si aggiunga che Matteo Ricci cominciava ad esprimersi abbastanza bene in mandarino e questo fece accrescere nei suoi confronti il rispetto da parte dei  maggiorenti della città.

La situazione però rimaneva sempre precaria e poteva peggiorare da un momento all’altro a seconda degli umori e degli interessi delle autorità locali.

Nel luglio del 1589, infatti, il nuovo governatore di ZHAOQING, Liu Jezhai, decise di requisire la residenza dei missionari con l’intenzione di trasformarla, come era uso tra i governatori, in un tempio dove avrebbe collocato la propria statua e di espellerli.

Ricci era rimasto nel frattempo per circa otto mesi senza il confratello Ruggieri richiamato a MACAO dal Valignano per prepararsi ad andare in Europa dal re di Spagna, Filippo II, che era diventato anche sovrano del Portogallo, e dal Pontefice onde convincerli ad inviare un’ambasceria all’Imperatore cinese rappresentando a tal fine le notevoli difficoltà che incontravano con quelle autorità i missionari e, nel contempo, le potenzialità offerte tuttavia all’evangelizzazione da quel grande impero.

Padre Ruggieri s’imbarcò alla volta dell’Europa nel Novembre del 1588. Sbarcò a Lisbona il 13 settembre del 1589.

Giunto a Madrid fu ricevuto più volte nei primi mesi del 1590 dal Sovrano Spagnolo che si dichiarò disposto ad inviare suoi plenipotenziari a Pechino.

L’ambasceria non ebbe, però, mai luogo perché Ruggieri non riuscì a dar concretezza al progetto in quanto morirono in un biennio ben quattro papi (Sisto V ed Urbano VII nel 1590; Gregorio XIV ed Innocenzo IX nel 1591) e, la Spagna aveva, nel frattempo, gravi problemi interni ed internazionali da risolvere.

Le autorità gesuite alla fine furono costrette a rinunziare al  progetto.

Padre Ruggieri non tornò più in Cina.Si trasferì a Salerno dove morì un quindicennio dopo.

Padre Ricci, su consiglio di Valignano dal quale si era subito recato a MACAO, chiese al Governatore di potersi trasferire in un’altra località ricevendone un diniego.

Rifiutò, coraggiosamente, la somma, in pratica irrisoria, che il governatore gli offriva per la casa e la chiesuola.

Il rifiuto adirò il governatore anche perché avrebbe potuto essere successivamente accusato di fronte ai temutissimi censori (gli ispettori del governo centrale) di essersi impossessato delle costruzioni per tornaconto personale e l’eventuale imputazione sarebbe stata di particolare gravità.

Il 15 agosto 1589 padre Ricci ed il giovane confratello Antonio De Almeida, che lo aveva da qualche tempo raggiunto, s’imbarcarono, salutati dai circa 80 neofiti e da alcuni amici cinesi per CANTON da dove sarebbero dovuti rientrare a MACAO.

Giunti a Canton ebbero, però, la grande sorpresa di essere avvicinati da funzionari provinciali inviati dal Governatore con l’ordine di riportarli immediatamente a ZHAOQING.

Il Governatore, temendo di non poter dimostrare di aver pagato la casa dei Gesuiti perché Ricci si era anche rifiutato di firmare un documento attestante l’avvenuta offerta di danaro, ci aveva ripensato.

Consentì, infatti, come era stato già richiesto dal Ricci, ai missionari di trasferirsi in un’altra località nella sua giurisdizione ottenendo in contropartita l’accettazione da parte di padre Matteo della somma offerta per la residenza.

Il difficile negoziato fu così concluso. Matteo vi aveva dimostrato la fermezza del proprio carattere, la propria abilità e l’ormai acquisita conoscenza  della mentalità cinese.

Anche se i due missionari non avevano fatto molti proseliti perché i Cinesi non facevano grande differenza tra le varie confessioni quantunque le stesse, per motivi politici, venissero attentamente controllate dal governo attraverso un alto funzionario , il Ministro dei Riti  ,avevano tuttavia posto le basi per l’evangelizzazione.

Avevano, infatti, fatto tradurre da un letterato cinese nella lingua mandarina i Dieci Comandamenti, il Padre Nostro, l’Ave Maria ,il Credo ed un Catechismo redatto da padre Ruggieri.

Affinché questi testi potessero avere la massima diffusione e facilitassero la predicazione furono stampati.

Il Catechismo, redatto in forma di dialogo, fu xilografato, come era uso in Cina ,e riprodotto nel novembre del 1584 e rappresenta la prima opera pubblicata dagli Europei in Cina. Furono fatte più di mille copie.

Importantissima poi, ai fini della penetrazione dei Gesuiti in Cina, fu l’opera scientifica di Matteo Ricci (di cui si parlerà più diffusamente più avanti) che prese inizio proprio a Zhaoquing.

Questi, vista una carta geografica cinese, si accorse che rappresentava la terra come piatta e quadrata, ignorava l’Europa ed il Nuovo Mondo e poneva al centro di tutto la Cina che aveva per di più dimensioni di gran lunga maggiori di quelle dell’India, della Corea e del Giappone.

Ritenne perciò opportuno, anche perché richiesto da Wang Pen, far conoscere ai Cinesi le terre da cui veniva e gli altri continenti.

Disegnò a tal fine una carta dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe, dei monti, dei mari e dei fiumi rispettosa delle reali dimensioni e corredata con informazioni in cinese. Il mappamondo fu inciso su blocchi di legno e xilografato nel 1584 e fu la prima carta geografica di tipo occidentale in versione cinese. Wang Pen ricevette la prima copia che apprezzò molto.

Apprezzamenti furono espressi anche da altri funzionari e letterati locali. Il che fece naturalmente accrescere la considerazione delle menti locali  più acute ,e  per questo piu’ ben disposte, verso i missionari venuti dall’Occidente.

Padre Ricci e De Almeida scelsero la città di SHAOZHOU tra le due località proposte loro dal Governatore (l’altra era il monastero buddista di NANHUA) come sede. Si trattava di una ricca cittadina, più popolosa di ZHAOQING, posta a settentrione, ai confini del Guandong con lo Jiangxhi alla confluenza di due fiumi navigabili e non lontana dall’importante porto fluviale di NANXIANG da cui transitavano le merci provenienti dall’Europa e dall’India dirette verso l’interno.

La zona però era paludosa e malarica talché i due confratelli si ammalarono gravemente. Ristabilitisi fecero edificare su un terreno concesso dallo stesso Governatore una casa (in stile cinese, però, onde evitare invidie o tentazioni di requisizione) ed un’ampia cappella. Da MACAO giunsero più tardi due giovani novizi cinesi.

La vita della comunità di religiosi, dedita alla preghiera, alle opere di bene e ad intrecciare relazioni con gli abitanti, iniziò.

Ricci e De Almeida  furono raggiunti anche da un altro sacerdote ,l’Italiano, Francesco De Petris.

Ben presto la residenza fu frequentata da funzionari (i “Guan”) ed intellettuali (gli “Shidafri”) attirati dalla fama di cartografo e di fabbricante di oggetti straordinari acquisita dal Ricci a Zhaoquing.

Nel 1590 uno “Shidafu” dal nome di Qu Rukui, più noto con l’appellativo di Qu Taisu( figlio di un mandarino morto in giovane età ma molto conosciuto perché era stato “Ministro dei Riti”, una delle più importanti cariche imperiali) che  aveva già incontrato i Gesuiti a Zhaoquing ,venne a trovare Padre Ricci spinto dal desiderio di apprendere da lui i segreti dell’alchimia di cui era un grande appassionato e di cui credeva che il missionario, come si vociferava a Zhaoquing, fosse espertissimo.

Gli chiese perciò di diventare suo “maestro”. Si trattava di una richiesta che denotava da parte di un Cinese una grande considerazione tanto più che proveniva da una persona di elevato rango sociale. Matteo Ricci accettò precisando però che non gli avrebbe insegnato le tecniche di trasformazione degli elementi bensì una disciplina che lo avrebbe aiutato a coltivare la propria mente: la matematica.

In quell’epoca in Cina la matematica era meno coltivata che in Europa anche se così non era stato in passato soprattutto nel XIII° secolo e si usava ancora il pallottoliere per i calcoli.

Qu Taisu accettò e ben presto si appassionò alla materia. Lo colpì soprattutto il metodo ipotetico-deduttivo d’origine euclidea utilizzato in Occidente che differiva molto da quello cinese che era più orientato a risolvere casi specifici ragionando di preferenza più per analogia che per passaggi logici successivi.

Qu Taisu rimase a Shaozhou per tutto il 1590 ed i primi mesi del 1591 studiando indefessamente ed apprendendo, sotto la guida del Ricci, anche a costruire orologi solari.

Con Ricci collaborò alla traduzione in Cinese del primo libro degli “Elementi di Geometria” di Euclide dalla versione latina del Clavio.

Le cose sembravano andare anche questa volta in maniera incoraggiante ma nel gennaio del 1591, durante una cerimonia in chiesa, alcuni giovani, approfittando della confusione, scagliarono sassi contro l’edificio e picchiarono i domestici.

I colpevoli, rapidamente individuati, erano rampolli di famiglie di notabili. Ricci rinunziò a presentare denunzia.

Una notte del luglio dell’anno successivo,però, la residenza fu assalita da una ventina di uomini armati che ferirono De Pretis e Ricci i quali furono costretti a barricarsi nelle loro stanze. Ricci scavalcò allora una finestra per recarsi a chiedere aiuto e si slogò gravemente una caviglia che non guarì più tanto che il Marchigiano rimase da allora sempre molto claudicante.

Si appurò che gli aggressioni erano gli stessi del gennaio dell’anno prima ma Padre Ricci non volle, anche questa volta, denunziarli.

Nel novembre del 1593 Francesco De Pretis, che stava diventando un valido collaboratore di padre Ricci, fu colpito da un grave attacco di malaria e in pochi giorni spirò.

Matteo si ritrovò di nuovo solo e lo sconforto dovette prenderlo, anche perché De Pretis era un Italiano con cui poteva perciò parlare nella lingua materna ,come si può evincere da alcuni passaggi delle sue lettere in cui, dando notizia del decesso al Superiore Generale Acquaviva, scrive di aver perduto “l’amatissimo confratello” “l’unico compagno e refugio in questo deserto” o supplica gli amici di scrivergli perché ricevere posta era per lui “una grande consolatione”.

Inoltre il proselitismo risultava molto lento (solo una ventina di convertiti).

Per fortuna a metà del 1594 lo raggiunse un altro Italiano ,Lorenzo Cattaneo, originario di Sarzana.

Questi portò anche l’autorizzazione di Valignano ai missionari di indossare, nelle occasioni ufficiali, come gli stessi avevano sollecitato, una veste di seta simile a quella degli “shidafu” e di presentarsi con il titolo di “daoren” (predicatori letterati).

Questo permesso giungeva particolarmente opportuno perché, come scrive Matteo Ricci, “(la setta) dei bonzi……… è la più bassa per essere di gente povera senza studio di lettere. Per questo ………… molti fanno scorno di noi e i letterati non ci vogliono dare luoghi che conviene……… perché nessun gentiluomo tratta con un bonzo familiarmente”.

La decisione di assumere l’aspetto di letterati, che comportava l’indossare una veste a larghe maniche di seta rossa bordata di azzurro ed il farsi crescere barba e capelli, risultò particolarmente opportuna perché Ricci riceveva continuamente visite di personalità del Guandong attratte dalla fama, acquisita dal sacerdote marchigiano, di uomo saggio, fabbricante di strumenti scientifici e di matematico. Anche il Ministro dei Riti di Nanchino, Wan Zhongming, cioè un altissimo dignitario, dimessosi per motivi di salute, volle, mentre rientrava nella sua città natale sull’isola di HANAN, incontrarlo e conversare con lui per un giorno intero.

L’abito ed il titolo di letterati erano, in una società come quella cinese molto formale e che, come si è detto, poneva al primo posto nella scala gerarchica i letterati, uno strumento importantissimo per l’opera di evangelizzazione.

Nel frattempo padre Ricci non cessava di studiare il cinese classico ed i testi canonici che i mandarini dovevano conoscere alla perfezione per superare i difficili esami imperiali. Matteo capì, infatti, che senza la conoscenza di quei testi – i c.d. “Quattro libri” che raccoglievano la dottrina di Confucio, sistema di regole per tenere un buon comportamento morale e sociale e di suggerimenti per il buon governo, e che costituiva la base dell’ordinamento sociale cinese – non avrebbe potuto discutere da pari a pari con gli intellettuali cinesi.

Aveva anche deciso di tradurre i testi in latino per far conoscere ai confratelli d’Europa il pensiero del maggior filosofo del Celeste Impero, facendosi aiutare da un dotto cinese.

Il lavoro fu portato a termine nel 1594.

Il manoscritto purtroppo è andato perso ma servì da testo di riferimento per l’opera “Confucius Sinarum Philosuphus”, la prima illustrazione della vita e delle opere del filosofo cinese apparsa in Occidente ,che venne pubblicata a Parigi nel 1687 da un gruppo di Gesuiti coordinato da Philippe Couplet.

La scelta di Shaozhou come sede, però, si rivelò non molto proficua: il clima era molto insalubre e la malaria vi era endemica, una parte della popolazione era ostile ed in quattro anni solo 40 erano stati i battezzati.

Anche questa volta in accordo con Valignano Ricci decise allora di cercare un’altra sede e, se fosse stato possibile, di arrivare a Pechino (“Beijing” = la capitale del Nord), sede del potere imperiale, in quanto, come scrisse, “intesi sempre che non si può fare nulla di buono in questo regno fino a tanto che non facciamo stanza in Pechino”.

L’occasione sembrò presentarsi quando nel maggio del 1595 passò per Shaozhou un alto funzionario, Shi Xing, diretto a Pechino dove avrebbe dovuto assumere la carica di vice-ministro della Guerra e guidare l’armata cinese contro i Giapponesi che avevano invaso la Corea, Stato vassallo dell’Impero.

Questi era accompagnato dal figlio maggiore, di 21 anni ,che era profondamente depresso per non aver superato il primo livello degli esami d’ammissione alla carriera di funzionario.

Shi-Xing, venuto a conoscenza della fama di uomo saggio e di scienziato acquisita da Matteo Ricci, gli chiese di curarlo precisando però che non poteva trattenersi a lungo.

Ricci colse l’occasione al volo e gli propose di accompagnarlo dato che il viaggio, per via fluviale, sarebbe durato almeno due mesi il che gli avrebbe consentito di prestare le proprie cure al giovane e visitare anche la provincia di Jiangxi che lo interessava.

Padre Ricci sperava però di riuscire ad accompagnare il Mandarino fino a Pechino. Shi Qing accettò ed il governatore concesse a Ricci il lasciapassare limitandolo tuttavia alla provincia di Jiangxi.

Il 18 maggio 1595 la flottiglia di giunche (quella molto grande e lussuosa del funzionario e quelle del seguito tra le quali una noleggiata da padre Ricci che si era fatto accompagnare da due giovani catechisti cinesi giunti da Macao e da due servitori) partì in direzione di Nanxiong. Durante il percorso nel tratto del fiume tra GANZHOU e WA ‘NAN detto, non a caso, delle “Diciotto insidie”, la barca in cui si trovavano le tre mogli, le concubine ed i figli del Mandarino ,fece naufragio ma per fortuna i passeggeri, rifugiatisi a poppa, furono posti in salvo da padre Ricci sopraggiunto con la propria imbarcazione. L’indomani una tempesta capovolse la navicella del missionario che, non sapendo nuotare, si salvò per un vero miracolo aggrappandosi ad una fune. Non fu così per uno dei due catechisti cinesi malgrado sapesse nuotare ché morì annegato.

Il 31 maggio 1595 la flottiglia, attraverso il Fiume Azzurro (quarto corso d’acqua del mondo per lunghezza), arrivò a Nanchino (“NANJING” = capitale del Sud), città molto popolosa, ricca di monumenti e palazzi, circondata da tre cerchia di mura (ancora, in parte, conservate) che era stata dal 1356 al 1403 prima di Pechino la capitale dell’impero.

Da Nanchino il Mandarino proseguì alla volta di Pechino rifiutandosi,però, di portare al suo seguito il missionario. Padre Ricci cercò allora di rimanere a Nanchino ma, malgrado gli incontri avuti a tal fine con alcuni maggiorenti, i suoi tentativi andarono a vuoto. L’atmosfera era molto ostile tanto che, poco dopo, fu espulso dalla città.

Decise allora di ripiegare su NACHANG, come d’altra parte, previdentemente, gli aveva suggerito il Mandarino Shi-Xing e, in precedenza, il discepolo Qu Taisu.

Dopo l’insuccesso di Nanchino di nuovo fu  preso dallo scoraggiamento.

Una notte tuttavia – come scrisse – durante il viaggio sognò Cristo che gli veniva incontro e lo rassicurava del buon esito dei suoi progetti e, subito dopo, si vide mentre camminava in una città imperiale bellissima.

Durante una sosta nel viaggio verso NACHANG Ricci aveva incontrato un notabile di quella città che gli aveva promesso che lo avrebbe aiutato a trovare un alloggio nella sua città presso suoi conoscenti.

Fu di parola perché, giunto a Nachang alla fine di giugno del 1595, il missionario trovò alcuni servitori del dignitario che lo condussero in portantina nella casa che lo avrebbe ospitato.

La città ordinata, ricca ed elegante, era soprattutto abitata da funzionari e letterati ed era famosa per l’efficienza delle sue scuole statali che preparavano agli esami imperiali.

Grazie alle lettere di presentazione pervenute, come premesso, da Shi Xing alle più influenti personalità della città (in particolare al medico Wang Jilou che aveva in cura anche il figlio del Governatore della provincia) l’accoglienza fu, questa volta, favorevole al Marchigiano.

In occasione di un banchetto che tale medico aveva organizzato in suo onore invitando i notabili, Ricci ebbe la possibilità di fare anche la conoscenza di due altezze imperiali: Kang Yi, principe di Jian’an, e Duo Geng, principe di Le’an, che, come prescriveva una legge adottata nel 1403 al fine di evitare lotte intestine, erano obbligati, in quanto discendenti dei figli non primogeniti degli imperatori, a risiedere molto lontano da Pechino.

I due principi mostrarono molta benevolenza verso il Ricci e così il Governatore Lu Wan’gai che gli concesse il permesso di risiedere in città.

Avuta l’autorizzazione Ricci acquistò una casa in prossimità della residenza del Governatore cui fece omaggio di due orologi solari in pietra.

Un orologio in pietra ed un globo terrestre furono donati anche al principe di Jian’an.

Ben presto Ricci cominciò a frequentare gli intellettuali della città e fu – onore straordinario – ammesso, tramite il presidente Zhang Doujin al sodalizio, molto elitario, dei letterati della città: l’Accademia della Grotta del Cervo Bianco.

Il soggiorno a Nachang si rivelò particolarmente fecondo anche sotto il profilo scientifico-letterario.

Padre Ricci, infatti, per soddisfare la curiosità del mondo occidentale da parte dei suoi amici cinesi elaborò un atlante illustrato con la rappresentazione dei cinque continenti e del cosmo secondo Tolomeo con la terra al centro ed i nove cieli intorno: la “Descrizione di tutto il mondo universale”.

Il tutto era, probabilmente, stato corredato dalla traduzione in cinese dei testi.

Scrisse, inoltre, in cinese (e fu la prima volta che apparve un testo in lingua cinese scritto da un Occidentale) un “Trattato sull’amicizia” sentimento questo considerato molto importante nella società confuciana, in cui veniva condensato, sotto forma di massime (settantasei), il pensiero europeo a tale proposito: da Aristotele ad Orazio, Cicerone, Seneca, S. Agostino, Erasmo da Rotterdam.

La scelta delle massime aveva come criterio conduttore la dimostrazione delle affinità tra i principi morali delle culture cinese ed europea.

L’operetta fu dedicata al principe di Jian’an e fu da lui molto apprezzata così come da Zhang Doujin e dagli altri letterati.

La stessa fu successivamente stampata a Ganzhou ed a Nanchino con prefazione di Qu Taisu quindi, portata a 100 massime, a Pechino nel 1601.

Alla fine del 18° secolo verrà inserita nella selezione della Letteratura universale cinese.

Altro testo redatto in cinese da Matteo Ricci durante il suo soggiorno a Nanchang fu il “Trattato della memoria locale”, con dedica al Governatore, compendio delle tecniche mnemoniche che avevano formato oggetto dell’operetta scritta anni prima quando frequentava il Collegio Romano.

Anche questa operetta riscosse notevole successo tra i letterati e la classe dirigente locale anche perché Matteo aveva dato pubblica dimostrazione di possedere capacità mnemoniche eccezionali. Era, infatti, riuscito a ripetere immediatamente e perfettamente diecine di difficili vocaboli scritti in cinese che erano stati scelti poco minuti prima da alcuni letterati.

E’ dello stesso periodo (fine del 1599) “Le venticinque sentenze”, l’adattamento in cinese dell’Encheiridion (“Manuale”) del filosofo di scuola stoica Epitteto (50-138 d.C.) in cui figurano le sue massime più importanti riguardanti la pratica delle virtù che avevano, perciò, molto in comune con la dottrina confuciana.

La fama di “sapiente” di Matteo Ricci venne poi rafforzato dalla perizia che dimostrò in materia astronomica.

Riuscì, infatti, a predire in modo più preciso degli astronomi cinesi, che – si noti – erano tutt’altro che scientificamente arretrati in tale disciplina, l’eclisse di sole del 22 settembre 1596.

L’ottima conoscenza dei calcoli astronomici dimostrata dal missionario marchigiano gli consentirà, come vedremo, di raggiungere qualche anno dopo l’agognato obiettivo: andare a Pechino.

I tempi sembravano, nel frattempo, maturi per consolidare la presenza missionaria a NANCHANG. Ricci ottenne perciò dai superiori di MACAO che lo raggiungessero, senza che le autorità cinesi frapponessero ostacoli, altri religiosi: il Portoghese J^oao Soerio, il cinese Huang Ming – sha (alias: Francisco Martines), due giovani cinesi in probazione per essere ammessi nella Compagnia e cinque servitori.

Nell’agosto del 1597 Valignano lo nominò superiore della missione e gli ordinò di fare ogni sforzo per arrivare a Pechino dove sperava di ottenere la protezione imperiale alle iniziative dei Gesuiti.

A Shaozhou, infatti, la situazione dei missionari era ancora piuttosto precaria essendo cresciuta l’ostilità della popolazione nei loro confronti al punto tale che erano stati costretti a demolire la cappella.

Il Superiore fece  anche pervenire a Ricci doni da presentare, se del caso, all’Imperatore.

Per riuscire nell’impresa, che era di particolare difficoltà, erano necessarie autorevolissime presentazioni e Ricci, in un primo momento, aveva pensato di sollecitare il sostegno delle due altezze reali di NANCHANG ma ben presto gli fu fatto presente che sarebbe stato un grave errore perché quei principi erano, anche se risiedevano lontano, pur sempre dei possibili congiurati contro il sovrano.

Padre Ricci si ricordò allora del Ministro dei Riti di Nanchino, Wan Zhong Ming, conosciuto a SHAIZHOU mentre stava rientrando nella natia HANAN, e di cui aveva appreso che doveva ritornare a NANCHINO perché gli era stato conferito un secondo mandato e che nel suo viaggio sarebbe sicuramente transitato per SHAOZHOU.

Ritenendo che il Mandarino non doveva mancare di entrature a Pechino, chiese ai confratelli di SHAOZHOU, qualora egli fosse passato colà, di fargli sapere che LI MADOU avrebbe voluto solleticare il suo aiuto.

Indovinò perché di lì a poco Wang Zhong Ming passò per SHAOZHOU e, informato dell’intenzione di Matteo Ricci, partì espressamente per Nanchang per discutere della cosa con lui.

Al termine del colloquio con il missionario giudicò possibile esperire un tentativo per far ottenere al missionario un’udienza dal Figlio del Cielo.

Gli propose anzi di venire con lui a NANCHINO da dove sarebbe stato più facile cercare entrature per soddisfare il desiderio dell’amico LI-MADOU.

Il 25 giugno 1598 Padre Ricci, accompagnato da Padre Cattaneo e da due convertiti cinesi, Manuel Pereira e Sebastiâo Fernandes, e da alcuni servitori, s’imbarcò con il Ministro dei Riti lasciando Joâo Soerio e Joâo da Rocha nella missione di Nanchang.

La sosta a Nanchino, cui giunsero due settimane dopo, per cercare le entrature necessarie per Pechino si rivelò infruttuosa. La guerra cino-giapponese in Corea era ripresa e in città regnava il timore di un’invasione e ciò faceva sì che l’atmosfera di sospetto verso gli stranieri si fosse di nuovo accresciuta.

Nessun funzionario osò perciò assumersi la responsabilità di trasmettere alla Corte la richiesta di udienza che era necessario far pervenire preliminarmente.

Wang Zhong’ Ming allora decise, coraggiosamente, di prendere a bordo della sua imbarcazione Matteo Ricci e di portarlo con sé a Pechino dove doveva comunque recarsi per partecipare al mese di celebrazioni per il compleanno dell’Imperatore Wan Li che avrebbe compiuto 35 anni a settembre. Aveva anche appreso che sarebbe stato forse nominato Ministro dei Riti di Pechino. Attraverso lo Yangze, prima, quindi il “Grande Canale”, la colossale arteria fluviale artificiale (2500 km. di lunghezza), iniziata tra il VI ed VII secolo d.C., che collegava il meridione con il settentrione della Cina, il 7 settembre 1598 Matteo Ricci ed i suoi compagni giunsero nell’agognata Pechino. Anche questa volta, però, furono delusi.

Perdurava, infatti, la guerra con il Giappone e Wang, non ricevendo la nomina a Ministro dei Riti della capitale, non aveva la possibilità di procurar loro le famose “entrature” di cui abbisognavano.

Inoltre Wang, terminato il mese di festeggiamenti e tardando sempre la nomina, fu costretto a lasciare la capitale.

Qualche tempo dopo, visti inutili i tentativi di ottenere l’appoggio per l’udienza da parte dei vari funzionari imperiali contattati nel frattempo che, per di più, si dimostravano sempre più ostili, fu giuocoforza rientrare.

Il viaggio di ritorno iniziò il 5 novembre 1598 ma, ben presto, a causa dell’irrigidirsi della temperatura che faceva ghiacciare le acque dei canali, fu necessario che Cattaneo e gli altri si fermassero in attesa del disgelo a Linging, al confine tra lo SHANDONG e l’HEBEI. Ricci volle, invece, proseguire a cavallo verso la città natale dell’amico Qu Taisu, posta a sud est di Nanchino poco distante dall’odierna Shangai. Il viaggio, in pieno inverno cinese, fu molto faticoso e Matteo cadde malato. Riuscì tuttavia, anche se a stento, a raggiungere l’amico che si era temporaneamente trasferito nella vicina DAYANG.

Curato amorevolmente da Qu Taisu dopo un mese di ristabilì e decise di andare a Nanchino per ottenere da quelle autorità il permesso di risiedere a Shauzhou.

Arrivato,  per la terza volta, nella capitale del sud nel febbraio del 1599 ,si accorse che l’atteggiamento ostile verso gli stranieri che erano prima sospettati di essere delle spie era mutato perché la guerra con il Giappone si era conclusa nel settembre precedente con il ritiro dei soldati nipponici dalla Corea.

A Nanchino trovò anche il Ministro dei Riti Wang Zhong Ming ,rientrato anch’egli dalla capitale e sempre in attesa della nomina a Ministro dei Riti di Pechino ,che lo ricevette con grande cordialità invitandolo, addirittura, a risiedere nel suo palazzo (ma Ricci declinò l’invito) e lo introdusse nei circoli esclusivi della città.

In poco tempo le sue indubbie capacità e saggezza furono molto apprezzate ed il ministro, convintosi che Matteo Ricci avrebbe dato lustro alla città, tentò di persuaderlo a stabilirvisi.

Matteo, convintosi dell’opportunità di accettare la proposta che gli sembrò essere anche un segno della Provvidenza, decise di restare a Nanchino e di aprirvi una residenza.

Acquistò perciò una casa piuttosto ampia e ad un prezzo molto ridotto perché il proprietario credeva che fosse infestata da spiriti maligni i quali, però, dopo l’aspersione di acqua benedetta nei locali fatta dal Ricci e dagli altri Gesuiti (Cattaneo, Fernandes, Pereira) nel frattempo arrivati, non si manifestarono più. Il che accrebbe la stima degli abitanti verso i letterati venuti dall’Occidente.

A Nanchino i missionari iniziarono naturalmente l’opera di evangelizzazione che ebbe un certo successo tra gli strati più umili della popolazione ma non tra quelli elevati. Questi, infatti, praticavano spesso un sincretismo religioso cioè un compendio di confucianesimo, buddismo e daoismo.

Come lucidamente scrisse Ricci ai Superiori, in Cina occorre molta più pazienza che altrove e lui ed i suoi confratelli stavano solo dissodando il campo, altri più  tardi“verranno con la gratia del Signore che scriveranno le conversioni e fervori de’ Christiani”.

Durante la permanenza a Nanchino Ricci, malgrado i continui inviti che riceveva dagli alti funzionari e letterati e le lezioni di matematica che impartiva ad alcuni amanti cinesi della materia, non trascurò di diffondere con gli scritti la cultura e le scienze occidentali considerando questo un importante strumento per l’evangelizzazione.

Scrisse perciò in mandarino il “Trattato dei Quattro Elementi” per illustrare le teorie cosmologiche europee (rotondità della terra, sistema tolemaico, etc.).

Su sollecitazione del mandarino Wu Zuohai, alto funzionario del Ministero degli Uffici Civili di Nanchino ,ridisegnò, integrandolo con maggiori informazioni, il “Mappamondo” che aveva edito nel 1584.

Tempo dopo l’opera verrà trasferita da Guo Qingluo, Vicerè della provincia di Guizhou e grande letterato, in un atlante di varie pagine con, in allegato, la trascrizione dei nomi dei luoghi figuranti nella carta ed ampie spiegazioni geografiche ed astronomiche.

Anche questa edizione accrebbe il prestigio di Li Madou.

Nella primavera del 1600 Ricci, essendo ben avviata l’attività della residenza di Nanchino, giudicò giunto il momento per tentare, ancora una volta, come gli era stato ordinato, di raggiungere Pechino.

Ricevuto il permesso di viaggio dal Censore del Tribunale dei Riti, Zhu Shilin, e lettere credenziali per amici pechinesi  da Wang Zhou  Ming, s’imbarcò il 18 maggio del 1600 portando con sé i sontuosi doni per l’Imperatore pervenutegli da Canton l’anno prima tra i quali il prezioso orologio meccanico monumentale con suoneria ,un orologio meccanico da tavolo ed un nuovo strumento musicale :un clavicordo ,un antesignano del clavicembalo.

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Al suo seguito il giovane Diego Pantoja, i due fratelli cinesi, Zhong Migren e Manuel Pereira, ed alcuni domestici. A Nanchino fu lasciato l’ormai esperto Cattaneo.

Giunti ai primi di luglio per via fluviale a Linqing, dove due anni prima aveva dovuto svernare Cattaneo, padre Ricci si trovò di fronte ad un enorme, inaspettata difficoltà.

Nel periodo MING era andato crescendo il numero ed il potere degli eunuchi (i “Taijian”) al servizio dell’Imperatore. Alla fine di tale dinastia erano circa 100.000.

Provenivano da famiglie molto povere che per sfamarli e sperando anche di trarne un qualche vantaggio li facevano evirare offrendoli poi all’amministrazione imperiale.

All’inizio gli eunuchi erano stati utilizzati esclusivamente per il servizio delle mogli e delle concubine dell’Imperatore poi, stante la loro abilità ed astuzia specie negli intrighi di palazzo, il loro impiego si era diversificato.

A poco a poco erano riusciti a diventare una sorta di amministrazione parallela dell’Imperatore non soggetta neppure al controllo dei temutissimi censori.

Nel 1426 era stata anche costituita una scuola di palazzo per educare gli eunuchi.

Ai migliori di essi veniva concesso di proseguire gli studi fino a raggiungere un livello di erudizione comparabile a quello dei maggiori letterati.

Oltre che a Corte, dove ne vivevano circa 20.000, i “taijian” erano impiegati nelle amministrazioni provinciali, nell’esercito, nella polizia segreta, nelle esattorie e dogane e nelle missioni all’estero.

Avevano così occupato, a poco a poco, i posti chiave dell’Impero ed erano in grado di condizionare la vita politico-amministrativa dell’intero paese. Importantissimo sotto questo profilo era l’incarico che erano riusciti ad ottenere della gestione della trasmissione a Corte dei memoriali che pervenivano a migliaia ogni giorno da funzionari e privati cittadini. Questa funzione, infatti, dava loro un enorme potere di controllo e di ricatto anche nei confronti dei più importanti funzionari. Nulla, in pratica, si muoveva, specie con imperatori deboli come era quello che regnava all’epoca di Matteo Ricci, WANLI, se gli eunuchi facevano opposizione.

Durante la navigazione lungo il Gran Canale fu necessario ,ai primi di luglio, fare sosta a Linqing dove si trovava un ufficio per la riscossione dei tributi che era diretto da un potentissimo ed avidissimo eunuco, MA TANG.

Questi, informato dal capo della flottiglia, anch’egli un eunuco, che trasportava Matteo e compagni, che gli stranieri portavano preziosi doni all’Imperatore volle trarre vantaggio dalla situazione. Ispezionò perciò i regali e trattenne il memoriale che Matteo, in ossequio al protocollo, aveva predisposto per ottenere l’autorizzazione imperiale ad entrare nella Città Proibita, promettendo di inoltrarlo lui stesso a Pechino.

Nel contempo obbligò i missionari con i loro bagagli e donativi a restare sotto sorveglianza a Linqing mentre la flottiglia di giunche fu autorizzata a proseguire alla volta di Pechino.

Dopo un mese li portò con sé a Tianjin dove doveva consegnare i tributi riscossi.

In agosto inviò alla Corte un memoriale con cui notificava che aveva trattenuto i forestieri ed i loro doni senza specificare quali fossero questi presenti e che attendeva istruzioni.

L’intento dell’eunuco nell’omettere indicazioni precise sui doni era, probabilmente, quello di non ricevere nessuna risposta dalla Cancelleria imperiale perché l’informazione non era stata giudicata degna d’interesse o di ricevere un divieto ad autorizzare gli stranieri a proseguire il viaggio.

Nell’una e nell’altra eventualità l’eunuco avrebbe avuto carta bianca per ricattare i suoi ospiti forzati ed impadronirsi dei loro ricchi doni.

Dopo un mese giunse però da Pechino una risposta interlocutoria: fornisse l’eunuco l’elenco dei doni per l’imperatore.

Ma Tang inviò allora un secondo memoriale con la lista dei doni e, in attesa della risposta, fece rinchiudere gli stranieri in una fortezza militare dove gli fece oggetto di continue angherie.

La situazione dei missionari nella gelida fortezza (si era, infatti, in pieno inverno) stava diventando drammatica.

Erano trascorsi ben sei mesi dall’invio del secondo memoriale a Pechino e sembrava concretizzarsi per i missionari il pericolo di un’espulsione dalla Cina se non qualche cosa di peggio.

Inaspettatamente nel gennaio del 1601 giunse la risposta da Pechino. L’imperatore, volendo vedere “l’orologio che suonava da solo”, aveva non solo siglato l’autorizzazione all’ingresso dei missionari a Pechino ma ordinava che di loro si occupasse il Ministro dei Riti, che fossero senza indugio condotti nella capitale a spese dell’erario secondo le procedure che prevedevano in questi casi l’equiparazione ad ambasciatori di regni stranieri.

Il 20 gennaio 1601 Ricci ed i suoi compagni, dopo ben otto mesi da quando avevano lasciato Nanchino, poterono finalmente partire per la capitale accompagnati da un funzionario imperiale ed aiutati da una trentina di facchini.

Arrivarono a Pechino il 24 gennaio 1601. L’ingresso nella città fu solenne. I missionari, vestiti da letterati confuciani, furono scortati da guardie imperiali.

La fama di Li Madou, il sapiente occidentale che portava doni straordinari all’Imperatore, lo aveva preceduto.

L’avvenimento non fu, evidentemente, ritenuto secondario se venne registrato dagli storici ufficiali cinesi dell’epoca.

La  speranza coltivata da padre Ricci in tanti anni si era realizzata come, peraltro, gli era stato predetto anni prima in  sogno dal Salvatore durante il triste viaggio da Nanchino a Nachang.

Il 27 gennaio 1601 Li Madou fece pervenire agli uffici imperiali un altro memoriale all’attenzione dell’Imperatore WAN LI nel quale si presentava come un religioso senza né moglie né figli e, per conseguenza, non chiedeva favori ma solo di poter mettere a disposizione dell’Imperatore di un regno così civile le sue conoscenze di astronomia, geografia e matematica e di offrire alcuni oggetti prodotti nel suo paese.

Gli orologi ,una volta consegnati a Corte, suscitarono un grande interesse nell’Imperatore tanto che, appena si fermarono perché non si era provveduto a caricarli, mandò alcuni eunuchi ad apprendere dagli occidentali la tecnica di ricaricarli.

A tal fine Ricci dettò loro  in cinese le relative istruzioni. Del pari WAN LI fu incuriosito dal clavicordo ed ordinò ad altri eunuchi, esperti di musica, di prendere lezioni dai Gesuiti per suonare quello strumento così diverso da quelli cinesi.

Su richiesta degli stessi musicisti di Corte Matteo Ricci compose “otto canzoni per clavicembalo occidentale”.

Si trattò di composizioni di argomento morale che il Maceratese trovò nei suoi libri e trasformò in canzoni in lingua mandarina. Nella prima composizione (“Il mio augurio a chi sta in alto”) si invitava l’Imperatore ad invocare il Signore del Cielo, a fare del bene ed a giudicare in maniera equanime. Le sonate furono apprezzate nei circoli intellettuali.

Attraverso gli eunuchi che frequentavano i missionari l’Imperatore s’informava  anche dei costumi e delle città dell’Occidente.

Malgrado la buona accoglienza ricevuta a Corte il permesso per l’udienza con l’Imperatore non giungeva.

Il responsabile dell’Ufficio del Ricevimento al Ministero dei Riti, offeso per non aver incontrato i Gesuiti ed ispezionato i loro doni prima che fossero consegnati nella Città Proibita come prevedeva il protocollo, aveva fatto portare i missionari nel c.d. Palazzo dei Forestieri” dove gli ambasciatori o i mercanti stranieri che per fare affari si spacciavano per ambasciatori erano costretti ad alloggiare in ambienti piuttosto squallidi prima dell’udienza imperiale.

Dopo pochi giorni di forzata permanenza in quell’edificio, però, giunse la notizia tanto attesa: i Gesuiti erano stati ammessi all’udienza con l’imperatore.

Era la fine di febbraio o l’inizio di marzo del 1601. L’udienza consisteva in una fastosa cerimonia di omaggio al Figlio del Cielo che si svolgeva nel cortile prospiciente al Palazzo della Suprema Armonia all’interno del quale si trovava la sala del Trono. A tale cerimonia, però, durante il regno di Wan Li, l’Imperatore, che non amava le cerimonie, non era presente.

L’omaggio al Sovrano attraverso la genuflessione e la pronunzia della rituale formula di augurio – “Diecimila anni” (= lunga vita) – quindi avveniva, in realtà, di fronte ad un trono vuoto.

Malgrado l’avvenuta udienza il permesso di soggiorno nella capitale non arrivava ed i missionari erano costretti a rimanere nel freddo “Palazzo dei Forestieri”. La burocrazia cinese opponeva ancora altri ostacoli. Finalmente grazie all’intervento di un membro del Ministero del Personale, a Padre Ricci ed ai suoi compagni fu concesso di uscire dal palazzo e di prendere in affitto una casa e ricevere, a spese dello Stato ,viveri e legna.

Anche se, formalmente, nessun permesso di residenza era stato rilasciato ,“de facto” l’autorizzazione era stata accordata dall’Imperatore  dato che non aveva preso in considerazione i memoriali contrari giuntigli dai funzionari .I  riottosi mandarini si erano perciò dovuti, alla fine, adeguare.

Era il mese di maggio del 1601. Il sogno di Ricci ,coltivato per tanti anni con la tenacia propria – direi – dei Marchigiani sorretta da una grande fede religiosa ,si era veramente realizzato. Matteo non si allontanerà più da Pechino!

La notizia del tacito permesso di residenza ottenuto fece sì che innumerevoli furono le visite rese da dignitari alla casa dei missionari per felicitarsi.

La consacrazione sociale definitiva si ebbe quando il Gran Segretario, Shen Jaomen, andò a trovare Li Madou a casa ricevendo in regalo una preziosa meridiana ed organizzò successivamente un banchetto in suo onore.

Il suo esempio – organizzare banchetti in suo onore – fu presto seguito da moltissimi dignitari.

Gli inviti erano così numerosi – due-tre al giorno – che i missionari erano talora costretti a rifiutarli per mancanza di tempo. L’inserimento nella società pechinese che contava era avvenuto!

Tra i visitatori della casa dei Gesuiti vi fu un giovane funzionario, Li Zhizao, assistente del Ministro dei Lavori Pubblici, appassionato di geografia e matematica, che ben presto divenne assiduo di Li Madou convincendolo a preparare una nuova edizione del mappamondo (la terza) che vedrà la luce e sarà xilografata in sei pannelli di carta cinese tra agosto e settembre del 1602.

La nuova edizione venne arricchita con più dettagliate nozioni geografiche, astronomiche, naturalistiche e storiche e con l’inserimento di ben 1.000 toponimi (nella precedente erano solo 30).

La mappa ebbe un grande successo e ne furono fatte numerosissime copie anche fuori dalla Cina. Delle cinque copie complete arrivate ai nostri giorni una è conservata alla Biblioteca Vaticana. Una delle sei copie manoscritte si trova, invece, nel Museo di Nanchino.

Con l’aiuto di Li Zhizao Ricci tradusse in cinese il “Trattato sulle costellazioni” che aveva scritto in versi nei primi mesi del suo soggiorno a Pechino.

Lo stesso Li Zhizao poi volle tradurre, coadiuvato da Matteo Ricci, il compendio di aritmetica del 1583 del Clavio.

L’attività scientifico-letteraria non distolse,tuttavia, Matteo ed i suoi confratelli da quella di evangelizzazione che era la vera ragione della loro presenza nella capitale. L’opera di proselitismo fu relativamente più agevole tra le classi più povere per le quali il Cattolicesimo era una forma di devozione a personaggi taumaturgici (Madonna e Santi) molto meno tra quelle elevate che non accettavano l’idea di dogmi e verità assolute.

Per i cinesi, infatti, “ci sono mille vie e diecimila modi per giungere alla verità”.

Altro ostacolo di notevole peso per i suoi risvolti  affettivi e pratici era costituito dal fatto che nelle classi elevate, a differenza di quelle povere che non se lo potevano permettere, era diffusa la poligamia ed i Missionari esigevano ,come condizione per ricevere il battesimo ,il ripudio.

Come scrisse Ricci si trattava di una “catena difficile da spezzare”. Ciò nondimeno vi furono tra tale classe alcuni adepti di notevole importanza: il cognato dell’imperatore, i figli del medico di Corte, un ex-governatore ed un pittore specializzato in immagini sacre del Budda.

La conversione più rilevante anche se più tormentata fu quella del nobile Li Yingshi, famoso esperto di geomanzia e di astrologia e cultore di matematica, che convinse Ricci (e collaborò con lui) a preparare una nuova versione del Mappamondo in otto pannelli che fu xilografata nel gennaio del 1603.

Non differiva molto, tranne per le dimensioni più grandi, da quella precedente.

Assieme a Li Yingshi si convertirono tutti i suoi familiari e servitori.

Nel primo biennio di residenza a Pechino i battezzati erano una settantina.

Per facilitare l’evangelizzazione Padre Ricci giudicò necessario dare diffusione al “Catechismo”, scritto vent’anni prima da Ruggeri e da lui rielaborato, che era stato, nel frattempo, perfezionato con l’inserimento di nuove argomentazioni volte a confutare le tesi buddiste e con riferimenti al Confucianesimo onde rendere più adeguata la dottrina cristiana al sostegno dei valori dei letterati cinesi.

Tra l’ottobre ed il dicembre del 1603 fu così stampata la “Vera dottrina del Signore del Cielo” (in cinese: “Tianzhu Shiyi”), un trattato in otto capitoli sotto forma di dialogo tra un letterato occidentale ed uno cinese in cui il primo esponeva la dottrina cristiana ed il secondo sollevava dubbi e poneva quesiti. In esso Ricci si sforzava di dimostrare che il credo cristiano era del tutto compatibile con il Confucianesimo originario, prima cioè delle contaminazioni con il daoismo ed il buddismo.

L’opera, di cui Matteo Ricci era molto orgoglioso, ebbe una discreta diffusione tra i letterati anche se fu, naturalmente, oggetto di critiche da parte dei buddisti.

Nel 1605 Valignano ne fece xilografare un’edizione destinata al Giappone.

Un’altra vide la luce nel 1607. Il libro sarà stampato varie volte nell’Ottocento e Novecento e tradotto in mancese, coreano, vietnamita oltre che in francese ed inglese.

Nel gennaio del 1603 Padre Ricci ricevette la visita di un letterato, originario di Shangai, Xu Guangqi, incontrato fugacemente tre anni prima, che aveva avuto successivamente la possibilità a Nanchino di scorrere i manoscritti del “Catechismo” e della “Dottrina cristiana” in possesso di João de Rocha.

Poco dopo il letterato chiese di diventare cattolico e fu battezzato a Nanchino con il nome di “Paolo” poi detto “il Dottor Paolo”. Si trattava di un uomo di notevole cultura che, rimasto a Pechino, frequentò la missione. Intraprese quindi con grande successo la carriera nell’amministrazione imperiale riuscendo a diventare anni dopo Gran Segretario nonchè Ministro e precettore dell’erede al trono.

Paolo sarà il più eminente cattolico cinese e grande sostenitore dei Gesuiti tanto da venir definito anni dopo dallo stesso Ricci la “maggior colonna della cristianità in Cina”.

Ad aumentare qualitativamente la schiera dei Cattolici, peraltro non numerosa a causa della mentalità cinese, (solo 150 in tre anni a Pechino, 1.000 circa in ventidue anni in tutta la Cina), fu la già ricordata conversione dell’ex-geomante Li Yingshi (Li Paolo), il letterato che tanto aveva aiutato Matteo nell’elaborazione della quarta edizione del Mappamondo.

Nell’agosto del 1605 furono date alle stampe nella capitale cinese “Le venticinque sentenze”, scritte nel 1599 a Nanchino, che ebbero la prefazione dei suoi amici: Xu Guangqi (il Dottor Paolo) ed il letterato Feng Yingjing.

Nello stesso mese i Gesuiti acquistarono una residenza, anche questa volta ad un prezzo eccezionalmente basso perché ritenuta anch’essa infestata dagli spiriti maligni, posta nei pressi della Città Imperiale.

L’acquisto della residenza segnò l’inizio della stabilità per i missionari che ricevevano anche un sussidio mensile dall’amministrazione imperiale, manifestazione questa inequivocabile del favore del Figlio del Cielo.

Su sollecitazione di Xu Guangqi (il Dottor Paolo), amante della matematica e che si era convinto del livello avanzato cui era giunta quella scienza in Occidente e della sua utilità pratica per l’Impero, Padre Ricci iniziò nell’estate del 1606 la traduzione in cinese dei 15 libri degli “Elementi di Geometria di Euclide” nell’edizione latina del Clavio il cui primo libro aveva già tradotto assieme all’amico Qu Taisu anni prima.

L’impresa era di una difficoltà gigantesca. Si trattava talora di coniare molte nuove espressioni in mandarino( che poi saranno acquisite nella terminologia matematica cinese).

All’inizio del 1607 i primi sei libri erano stati tradotti. Furono pubblicati nel maggio dello stesso anno. I troppi impegni di Padre Ricci impedirono però che l’opera di traduzione proseguisse.

All’inizio del 1608 diede alle stampe un altro breve trattato che aveva scritto nei due anni precedenti: “I dieci paradossi” o “I dieci capitoli di un uomo strano (n.d.r. = straordinario)”, titolo ispiratogli da una frase attribuita a Confucio che dice: “L’uomo straordinario è straordinario per gli altri uomini ma è compatibile con il Cielo”. Fine di questo lavoro era il cercare di dimostrare come verità morali considerate naturali dai Cristiani erano considerate, invece, contrarie alle opinioni correnti dei Cinesi cioè “paradossali” e di convincere i lettori cinesi a liberarsi da alcune loro credenze e ad accettare il credo cristiano.

L’operetta ebbe un successo notevole talché ne furono presto predisposte due edizioni, a Nanchino e Nanchang.

Alla fine del 1608 Matteo, allo sopo di lasciare traccia alle future generazioni del lavoro svolto in Cina, iniziò a scrivere la storia della missione in quel paese che intitolò: “Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina”.

I cinque libri in cui l’opera è divisa contengono, oltre che la cronaca dettagliata della missione, anche una descrizione del paese sia sotto il profilo geografico che degli usi, dei costumi e dell’organizzazione amministrativa che costituisce una base informativa essenziale per gli studi sulla Cina.

Nel 1606 morì Padre Valignano, il superiore con cui Matteo aveva sempre condiviso i principi della politica da praticare in materia di rapporti con i Cinesi e di evangelizzazione di quel paese.

Non molti anni dopo anche Matteo Ricci giunse al termine della sua eccezionale vita terrena.

Le malattie ed i patimenti di ogni genere sofferti, uniti all’enorme molte di lavoro svolta, durante i 28 anni di permanenza sul suolo cinese avevano, infatti, logorato la sua pur forte fibra. Dopo una breve malattia spirò serenamente l’11 maggio del 1610.

Non aveva ancora compiuto 58 anni.

Fu chiesto all’Imperatore di autorizzare la sepoltura di Li Madou in terra cinese. Il che non era previsto per gli stranieri, salvo che per gli ambasciatori.

In appena un mese – tempo straordinariamente ridotto per le usanze burocratiche cinesi – il permesso fu accordato e fu anche deciso che il suo corpo sarebbe stato inumato in un terreno concesso dallo stesso sovrano. Era un onore grandissimo.

I Gesuiti scelsero un terreno su cui si ergeva un tempio buddista ubicato in località Zhala, vicino cioè alla porta occidentale della città interna.

Il 1° novembre ebbero luogo i funerali. Per ordine del Governatore fu consegnata ai missionari una tavola di legno con l’iscrizione: “A colui che è venuto attratto dalla giustizia ed all’autore di tanti libri. A Li Madou del Grande Occidente” destinata alla costruenda tomba.

Il mausoleo di Matteo Ricci a Pechino eretto nel 1611 venne profanato assieme al cimitero dei Gesuiti durante la rivolta dei Boxers del 1900 e le ossa dei missionari furono disperse.

La lapide  posta sul mausoleo portava un’iscrizione in latino e cinese con i nomi dei Gesuiti ivi sepolto tra i quali al primo posto quello di“P. Mattheus Ricci Italicus Maceratensis”.Fu spezzata ma fu successivamente restaurata. Le Guardie Rosse distrussero di nuovo il mausoleo nel 1966.

Ristabilito l’ordine in Cina, il Governo ha provveduto al restauro della lapide e del mausoleo.

Il  monumento ed il piccolo cimitero si trovano attualmente – ironia della Storia – all’interno dei cortili del Collegio Amministrativo già Scuola del Partito Comunista.

Li Madou è tuttora molto onorato dalle autorità cinesi.

Il seme che lui pose diede frutti notevoli in terra cinese.

In primis in campo astronomico dato che la Campagnia, seguendo i suggerimenti e le intuizioni del Ricci, inviò a Pechino esperti matematici ed astronomi e moderne apparecchiature che consentirono ai missionari di segnalare gli errori di calcolo degli astronomi cinesi e di essere poi incaricati, nel settembre del 1629, dall’Imperatore CHONG ZHEN di collaborare con il nuovo Ufficio Astronomico alla riforma del calendario cinese secondo i metodi occidentali.

Nel 1644 il Gesuita Schall von Bell fu nominato Direttore dell’Ufficio delle Osservazioni Astronomiche di Pechino e fino al 1774 tale carica venne ricoperta da Gesuiti.

Nel campo dell’evangelizzazione i metodi introdotti dal Valignano e da M. Ricci, malgrado i risultati ottenenti dai loro successori (ben sedici missioni aperte e qualche migliaia di neofiti) non furono apprezzati dalle guardie romane e da altri ordini missionari perché i riti dei Cinesi in onore dei defunti e degli antenati e quelli confuciani che venivano dai Gesuiti tollerati se praticati da Cristiani cinesi perché considerati, i primi, come forme consuetudinarie di ricordo ed ossequio ed i secondi come espressioni di una filosofia e non forme d’idolatria vennero, invece, aspramente criticati perché ritenute manifestazioni di permissivismo verso l’idolatria.

I c.d. riti cinesi furono infine condannati con la bolla “Ex illa die” del 1715.

Nel 1742 venne fatto anche obbligo ai missionari in Cina di trattare come idolatri coloro che avessero aderito ai riti cinesi.

La figura di Matteo Ricci, forse anche perché aveva appartenuto all’ordine dei Gesuiti, che era stato soppresso nel 1773, e perché il confratello Nicolas Trigault pubblicò a proprio nome nel 1622 il resoconto ricciano della missione in Cina, a poco a poco cadde nell’oblio fino agli inizi del ‘900 quando il Gesuita Padre Tacchi Venturi, storico della Chiesa, non riscoprì i suoi manoscritti.

I meriti del missionario marchigiano furono poi riconosciuti da Pio XII e, soprattutto, da Giovanni Paolo II.

Avvicinandosi il 400° anniversario della morte (il 2010) è previsto un nutrito calendario di convegni e manifestazioni in suo onore a Macerata e un solo.

A Roma, ad esempio, è stata inaugurata giorni fa nel c.d. Braccio di Carlo Magno un’importante mostra di dipinti, statue, strumenti astronomici che illustrano la vita del Gesuita marchigiano.

Le autorità cinesi partecipano a tali eventi riconoscendo il ruolo importante ricoperto dal Ricci per l’avanzamento nel loro paese dello studio della geometria e per aver fatto conoscere ai Cinesi la filosofia greca ed agli Europei la Cina.

Marco Polo e Matteo Ricci sono, d’altronde, gli Italiani più noti in Cina.

Non ci resta, per concludere, che ripetere la frase che si legge sulla tomba del Macchiavelli: “Tanto nomini nullum par elogium” (= non c’è elogio che sia adeguato ad un sì gran nome) e citare un altro detto: “In nomine omen” (= nel nome il destino) ricordando che in ebraico “MATTEO” significa “uomo di Dio” e Ricci lo fu in maniera esemplare.

Giorgio Castriota Santa Maria Bella

10 comments for “Matteo Ricci – Un gesuita alla Corte di Pechino

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