La microfinanza

La casa editrice “Il Mulino” ha pubblicato un pregevole saggio di due giovani economisti – Antonio Andreoni (dottorando presso l’Università di Cambridge) e Vittorio Pelligra (ricercatore nell’Università di Cagliari) con un’acuta prefazione di Stefano Zamagni, ordinario di economia politica all’Università di Bologna: «Microfinanza» (pag. 307, Euro 26, giugno 2009).

La microfinanza è un fenomeno che si è ormai imposto all’attenzione non solo del mondo della finanza e degli studiosi ma anche, in generale, di tutti coloro che si occupano di politiche dello sviluppo.

Si è, infatti, diffuso il convincimento che le tecniche di microfinanza nella loro più recente versione costituiscano uno dei più efficienti strumenti di lotta alla povertà e, nel contempo, di rigenerazione del c.d. «capitale sociale» di un territorio.

I precedenti, sotto certi aspetti, possono essere ricercati nei Monti di Pietà, nati per combattere l’usura su iniziativa di S. Bernardino da Siena nel 1462 a Perugia, nei fondi rotativi e nelle banche di credito cooperativo sorte in Germania nella seconda metà dell’800.

Attualmente il microcredito nelle sue svariate forme rappresenta, rispetto ai finanziamenti provenienti dagli istituti di credito ordinario, una rivoluzione culturale più che economica ed antropologica ancor prima che politica.

Si tratta soprattutto di strumenti finanziari sussidiari al processo di sviluppo sociale ed economico, i cui presupposti sono radicalmente differenti, come sopra accennato, da quelli tradizionali degli intermediari finanziari, e che sono in grado di favorire, attraverso un processo di coinvolgimento bi-direzionale che parte dal basso, lo sviluppo umano e non solo quello materiale.

Il principio-base adottato dal principale inventore del metodo – l’economista del Bangladesh Muhammad Yunus, che ha ricevuto nel 2006 il premio Nobel per la pace per la sua iniziativa- fu, infatti, quello di considerare i potenziali debitori, appartenenti alle classi più indigenti dei paesi più poveri, quale il suo, ai quali l’accesso al credito ordinario è in pratica interdetto (esso è, infatti, limitato mediamente al 20% della popolazione, 90% nei paesi industrializzati) e che, per conseguenza, in caso di bisogno, cadono nella rete degli usurai, non come dei clienti o beneficiari con cui mettersi in rapporto attraverso lo strumento del mercato ma come «persone».

Persone che possiedono capacità o potenzialità di lavoro e con le quali occorre entrare in una relazione primariamente «fiduciaria» nel senso che dando fiducia si suscita nel contempo nell’interlocutore un sentimento di affidabilità.

Per sostenere e promuovere lo sviluppo economico e quello umano è necessario – anche se ciò può apparire strano – «chiedere».

Solo nella «reciprocità», infatti, si può promuovere lo sviluppo sotto il profilo umano degli individui non avvilendone la dignità.

La sfida culturale del microcredito si giuoca, quindi, sulla capacità di guardare al povero come ad un potenziale partner e non come ad un paria, ad un disgraziato da aiutare, o, nel peggiore dei casi, un opportunista, pronto a prendere il danaro e a dileguarsi. Yunus si convinse cioè che i poveri non dovessero ricevere la carità giacché essa ha, nella maggioranza dei casi, effetti perversi in quanto che toglie agli uomini la dignità in cambio di pochi spiccioli.

Occorre, per contro, suscitare in loro l’amor proprio, la dignità e la responsabilità. E questo farà sì che i poveri facciano fronte ai propri impegni liberamente assunti nei confronti dei creditori. Diventino cioè dei soggetti «solvibili».

Si tratta dunque di un rovesciamento di approccio. Invero “credito” etimologicamente significa «fiducia».

Nel sistema bancario che ,chiameremmo “tradizionale” ,la regola di comportamento è improntata, invece, alla diffidenza.

Su questi principi nacque il microcredito basato nell’originale metodo Yunus che iniziò a trovare applicazione nel Bangladesh dal 1976, prima attraverso l’istituto governativo Janata Bank, poi ,dal 2 ottobre 1983 ,con la Grameen Bank.

I prestiti, sempre di modesto importo, vengono concessi ai singoli individui senza che siano richieste garanzie collaterali e la stipula di un contratto formale.

Il postulante deve, però, far prima parte di un gruppo di cinque persone (e questa è, secondo noi, la grande novità del metodo) e solo allora il primo richiedente otterrà il prestito. Quando questi inizierà a rimborsare il finanziamento anche il secondo otterrà un prestito e così via con il terzo, il quarto ed il quinto richiedente.

Inoltre ciascun membro è legato all’altro da una forma di responsabilità in solido (ad es. una fideiussione). In tal modo il gruppo funziona sia come “filtro” che come strumento di “garanzia”.

Ogni membro, infatti, ha interesse a far entrare nel gruppo solo individui che considera capaci ed affidabili cioè in grado di far fruttare i soldi ricevuti e di restituirli con un tasso elevato di probabilità.

Inoltre la responsabilità in solido riduce, in via teorica, rispetto ad un prestito individuale, la probabilità che si verifichi un’insolvenza di tipo strategico.

Il vincolo fiduciario che così si crea tra i membri del gruppo che, in genere, appartengono allo stesso ambito sociale (ad es. vicini, parenti), è stato ad arte rafforzato imponendo che la restituzione del prestito debba avvenire durante incontri pubblici. Il che rende palese il comportamento di tutti i membri del gruppo e consente, se del caso, di discutere dell’andamento dei progetti finanziari con i rappresentanti della banca e con altri clienti.

E ciò permette anche la diffusione di pratiche virtuose e, ove necessario, di constatare l’insorgere di problemi prima che gli stessi diventino insormontabili.

Come accennato, i prestiti sono di modesta entità – raramente superiori ai 100 dollari – e ciò in relazione sia alle attività economiche dei richiedenti (artigiani o piccoli commercianti di paesi in via di sviluppo) che alle loro concrete possibilità di rimborso.

La restituzione deve avvenire nell’arco di un anno e le rate sono settimanali e di importo costante.

Anche questa condizione, assieme al sopra ricordato obbligo che il rimborso avvenga pubblicamente, mira a sviluppare il senso di responsabilità e di dignità dei soggetti debitori.

Un altro elemento che ha contraddistinto l’esperienza della Grameen Bank è stata la scelta di accordare prestiti, nella stragrande maggioranza dei casi, alle donne.

Dopo una prima fase, nel corso della quale i prestiti venivano concessi indistintamente a uomini e donne, ci si rese conto che la probabilità di rimborso in paesi in via di sviluppo era molto elevata nei casi in cui la debitrice fosse stata una donna. Le cause di questo fenomeno sono varie. Innanzitutto le donne sono tendenzialmente meno portate al rischio degli uomini.

Inoltre nei paesi in via di sviluppo in cui prevale un’economia di tipo agricolo, le donne hanno, in genere, poche se non pochissime opportunità di crescita economica e di realizzazione personale. Il costo legato al fallimento di un progetto di microcredito è, per conseguenza, per loro decisamente superiore a quella che ha un uomo.

Si è poi constatato che gli uomini, non di rado, spendevano il denaro ricevuto in prestito per finalità slegate da quelle del progetto finanziato.

Oggi il 97% degli oltre 7 milioni circa di clienti della Grameen Bank sono donne.

Il tasso d’interesse previsto tiene sì conto di quello vigente nel mercato ma questo rappresenta solo un parametro di riferimento giacché la sostenibilità del progetto è l’obiettivo principale di questo tipo di attività creditizia.

Un’ultima importante condizione da soddisfare per ottenere la concessione di prestiti è rappresentata dall’obbligo imposto ai richiedenti di rispettare le c.d. «16 decisioni» ovvero una serie di impegni non imposti dall’alto bensì elaborati dal basso attraverso il confronto con i creditori con il fine di garantire un uso del danaro produttivo e corretto anche sotto il profilo morale e dell’interesse della collettività. In altri termini si mira a sviluppare il c.d. capitale umano e sociale.

Tra queste decisioni, infatti, figura normalmente l’impegno a: migliorare le condizioni dell’alloggio della famiglia del richiedente; a pianificare le nascite; a curare, rispettando le basilari regole igieniche, la propria salute e quella dei figli; a rinunciare a celebrare matrimoni tra bambini; ad investire nell’educazione della prole; a coltivare e consumare verdure; a partecipare alle attività comuni ed a praticare forme di aiuto reciproco anche tra differenti villaggi.

Il metodo Yunus ha subito avuto successo: dal 1976 al 2009 sono stati, infatti, erogati prestiti per un totale di 8.741,86 milioni di dollari (nel 1976 i prestiti concessi ammontavano solo a 0,001 milioni di dollari).

Dai 4 gruppi iniziali del 1977 con 70 soci si è passati nel 2009 a 1.253.160 gruppi ed a 7.970.616 soci.

Da rilevare è il fatto che l’attività della Grameen Bank, dalla sua costituzione, ha anche, salvo che in tre esercizi, prodotto utili perfino nel 2007 e nel 2008 (rispettivamente: 1,56 milioni di dollari e 18,99 milioni di dollari) e ciò è degno di particolar nota in considerazione del fatto che la percentuale dei crediti onorati si aggira sul 97-98%, percentuale che è superiore a quella media registrata nel sistema creditizio tradizionale.

Il numero delle istituzioni che praticano il microcredito è cresciuto enormemente.

A quella pionieristica di Yunus nel Bangladesh ed alla quasi coeva “Accion” (American for Community Cooperation in Other Countries) in Brasile seguirono le prime casse di risparmio di credito cooperativo in Africa, quindi la “South Shore Bank” di Chicago ed altre in Europa tutte con un comune denominatore: l’accesso al credito per i più poveri.

Secondo il più recente rapporto del “Microcredit Summit Campaign” (Daley Harris, 2007) le oltre 3.000 istituzioni di microfinanza censite nel 2006 contavano circa 133 milioni di clienti attivi (ovvero con un credito in essere) di cui 92 milioni appartenevano alle fasce più indigenti.

Negli ultimi nove anni il tasso di crescita registrato dal settore è incredibile: superiore al 1.000%.

In testa figura la Grameen Bank con, come detto, gli oltre 7 milioni di clienti circa, seguono, sempre in Asia, l’A.S.A. con 5 milioni circa ed il B.R.A.C. (Bangladesh Rural Advanced Committee) con 4,5 milioni e molte altre con dimensioni però molto più ridotte (meno di 2.500 clienti).

Più della metà delle istituzioni censite è naturalmente concentrata in Asia (con 90 milioni di clienti circa) dato che in tale area vive il 63,5% delle persone che non raggiungono la soglia di 1 dollaro di reddito al giorno.

In totale nell’area Asia Pacifico nel 2006 il numero dei clienti di tutte le istituzioni di microfinanza ivi operanti era di ben 112,71 milioni.

Seguivano l’Africa Sub-Sahariana con circa 8,4 milioni di clienti, l’America Latina ed i Carabi con 6,75 milioni circa, il Nord Africa ed il Medio Oriente con circa 1,7 milioni, l’Europa Orientale e l’Asia Centrale con 3,37 milioni circa. Il Nord America e l’Europa Occidentale sono gli ultimi in tale classifica con soli 54.466 clienti circa.

Le potenzialità di espansione del sistema di microfinanza nei paesi in via di sviluppo sembrano notevolissime ove si consideri che si calcola che, escludendo la Cina, circa 945 milioni di persone (dati 1999; Fonte: WB. Global Prospects 2.003) vivono con meno di 1 dollaro al giorno e che, ovviamente, il tasso di copertura del credito è ancora molto ridotto.

Nei paesi industrializzati, invece, fatta eccezione per quelli dell’Europa Orientale, le possibilità di sviluppo sembrano minori in quanto, in primo luogo, in tale area la percentuale dei più indigenti, bacino di utenza di elezione della microfinanza, è molto ridotta e che circa l’80% della popolazione ha accesso al servizio di conto corrente.

Inoltre gli altri potenziali soggetti interessati, quali gli artigiani ed i piccoli imprenditori, si trovano, rispetto ai loro colleghi dei paesi in via di sviluppo, ad affrontare maggiori ostacoli nell’avvio di un’attività d’impresa dato che si tratta di iniziative più complesse che necessitano, pertanto, di prestiti di maggior importo nonché di piani di ammortamento più lunghi.

La recente crisi economica ha però generato anche nel mondo occidentale nuovi poveri che potrebbero essere interessati alla microfinanza.

Per quanto riguarda l’Italia il tasso di esclusione dal credito è, secondo la Banca Mondiale, del 25% circa di guisa che attualmente solo 8.000 persone circa fruiscono di detto strumento.

Come già accennato la crisi economica potrebbe, però, a nostro giudizio, ampliare il bacino di utenza della microfinanza in considerazione del numero notevole dei lavoratori precari e  dei disoccupati e  del fatto che, secondo una recente indagine della Confartigianato di Mestre ben 2,6 milioni di famiglie italiane si troverebbero in notevoli difficoltà economiche.

Lo strumento della microfinanza incontra, però, nel nostro paese diversi ostacoli come segnala la R.I.T.M.I. – “Rete Italiana di Microfinanza” – di recente costituita, che raggruppa le numerosissime organizzazioni del settore, in genere ONLUS, che si dedicano soprattutto all’educazione finanziaria e forniscono l’assistenza tecnica per l’accesso al credito ma operano per ora, in larga misura, prevalentemente nei paesi in via di sviluppo.

Sotto il profilo politico c’è, innanzitutto, scarso interesse alla microfinanza anche perché esiste ancora molta confusione sul vero significato del termine dato che si può intendere con esso interventi rivolti al sociale con uno scopo redistributivo oppure azioni volte alla promozione di nuove attività imprenditoriali quale strumento di politica attiva del lavoro ( cioè costituzione di imprese per la creazione di posti di lavoro).

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Le organizzazioni di microfinanza poi incontrano spesso difficoltà nel reperimento di fonti economiche per il proprio sostentamento a causa delle loro limitate dimensioni.

E’ soprattutto molto difficile per esse , che hanno necessità di essere flessibili, lavorare con le banche commerciali che hanno rigidità non solo sotto il profilo psicologico ma anche a causa della regolamentazione del settore.

Il contesto regolamentare italiano, (anche se è  giusto che le banche debbano  rispettare le direttive alquanto vincolanti degli accordi internazionali di Basilea 2) non ha favorito fino ad ora lo sviluppo delle organizzazioni che operano in questo campo. A differenza di altri paesi europei (ad es. la Francia) non esiste, infatti, una specifica regolamentazione talché le nostre organizzazioni devono trovare un modo di esistere ed operare all’interno delle norme vigenti. Il che rende particolarmente complicato per esse raggiungere l’obiettivo della sostenibilità.

Ci pare, tuttavia, ci sembra  che si possano intravedere alcuni spiragli di luce .E’,infatti, operativo , anche se da appena un anno, il Comitato  Nazionale Permanente  per il  Microcredito ,istituito con la legge 11-3-2006  n°81 ,onde promuovere la microfinanza in  Italia .Inoltre nella Comunicazione agli istituti di credito in materia di contrasto all’usura emanata dalla Banca d’Italia nel maggio 2009. tra l’altro, si dice che: «In caso di situazioni di particolare disagio di tipo economico o personale potranno essere fornite indicazioni circa la possibilità di ricorrere alle Associazioni o alle Fondazioni impegnate nella prevenzione dell’usura ovvero segnalare eventuali iniziative di microcredito conosciute e operanti nella zona. Infatti, grazie alla concessione di piccoli prestiti ed al finanziamento di microattività produttive si fornisce un contributo di assoluto rilievo alla riduzione di richieste di prestiti illegali, si tratta di un settore nel quale è opportuno che si sviluppi l’iniziativa congiunta del sistema bancario e delle Associazioni».

E’ comunque ormai quasi assodato che le esperienze di microfinanza attuate con successo nei paesi del Terzo Mondo non sono facilmente ripetibili nel contesto dei paesi industrializzati che presentano  necessità molto diverse.

E non è perciò casuale che fino ad ora le organizzazioni di microfinanza italiane siano state più attive nel settore degli aiuti al Terzo Mondo.

Lo spazio ci impedisce di esaminare le altre diverse problematiche del fenomeno a livello mondiale che vengono affrontate con dovizia di informazioni ed acutezza di analisi in questo saggio.

Ci piace concludere questa recensione con alcune notazioni contenute nel capitolo finale dell’opera e con qualche nostra  considerazione.

La microfinanza ha, sin dalle sue origini, costruito la propria identità come opposizione al sistema finanziario formale o, meglio, come superamento dei suoi limiti e delle sue contraddizioni e, soprattutto, ha dato credito alle persone economicamente e socialmente più svantaggiate.

La microfinanza ha saputo “credere nei poveri” ed ha cercato di liberarli dalla piaga dell’usura che è una forma di schiavitù che soffoca lo sviluppo dell’economia e della società.

Come ha detto il Premio Nobel Daniel Mc. Fadden il modello finanziario tradizionale è «conveniente, di successo …… eppure quando gli economisti sono posti di fronte all’evidenza comportamentale avversa a questo modello (N.d.r. = la microfinanza ) tergiversano, mormorano scuse e poi continuano a fare quello che stavano facendo».

In sede  comunitaria,tuttavia, ci si è resi conto dell’utilità di questo strumento specie nell’attuale avversa congiuntura talché  la Commissione dell’Unione Europea ha presentato nel giugno 2009 un programma   d’interventi per promuovere la microfinanza  (“Joint Action  to support  Microfinance –J.A.S.M.I.N.E.) che prevede,tra l’altro, un  primo stanziamento di 100 milioni di Euro grazie al quale si   ritiene che si potrebbe facilitare la concessione di microfinanziamenti per 500 milioni di Euro . Il Consiglio  dei Ministri dell’Unione Europea  dovrebbe esaminarlo in una delle  prossime sue sessioni  consacrate alla politica sociale.

Sotto  un profilo generale la verità è che nel mondo finanziario tradizionale manca un approccio che ponga al centro la “persona”.

I principi che fino ad ora sembrano, invece, ispirare l’agire nel mondo della finanza tradizionale sono: «auri sacra fames” (= l’esecrabile fame del danaro; Virgilio, Eneide, 3, 56); “Lucrum sine damno alterius fieri non potest” (= non si può guadagnare senza danneggiare il prossimo; Publilio Siro, L. 6); “Qui multum habet plus cupit” (= chi ha molto più desidera; Seneca, Epist. 129, 6)».

Tale “modus cogitandi et operandi” non ha, come ha dimostrato la recente, tremenda crisi mondiale,incontrato ostacoli nelle autorità di controllo del sistema e ciò più a livello internazionale (segnatamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ma anche in altri paesi) che in Italia.

C’è poi una carenza  sistemica anche nella normativa specie in materia di controlli.

Sarebbe inoltre forse auspicabile tornare alla separazione tra banche commerciali e banche d’affari secondo il modello dello statunitense Glass Steagal Act o Banking Act del 1933.

Auguriamoci che la politica fino ad ora praticata che, per usare un eufemismo, definiremmo «latitante», muti rapidamente ed in maniera incisiva sia sul piano normativo che di quello della prassi nei controlli.

La forza delle lobby del settore appare, però, ancora molto forte e lo dimostrano le grandi difficoltà che sta incontrando il Presidente Obama, non solo in sede parlamentare ma anche all’interno del suo stesso governo (ad es. da parte del Segretario al Tesoro Geithner, del Capo degli economisti della Casa Bianca, Summers) ed anche dal Presidente della F.E.D. Bernanke, per modificare il sistema:ad es. introducendo meccanismi volti ad impedire la creazione di banche “troppo grandi” perché le autorità possano lasciarle fallire.

E’ da augurarsi che nel 2010 i governi riescano a scrivere, con l’ausilio del “Financial Stability Forum” presieduto dal nostro Governatore, Mario Draghi, nuove regole ispirate al principio-base del microcredito: l’attenzione alla “persona” …… e non agli interessi delle banche.

Giorgio Castriota Santa Maria Bella

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