Il continente della speranza? Storia e storie dell’america latina

Golpe, rivoluzioni, caudillos, libertadores: nel primo centenario della Rivoluzione Messicana, ricordi di un mondo che non c’è più.

I testi qui raccolti sono stati vergati per la maggior parte nella prima metà degli anni Novanta del trascorso Novecento, allorquando l’America Latina poteva ancora, come dai tempi di Aguirre accadeva, essere considerata il luogo nel quale tutte le istanze, da quelle più libertarie a quelle maggiormente conservatrici, trovavano turbolenta rappresentazione.

Così, oggi, di tutta evidenza, non è.

Cade, peraltro, il 5 ottobre 2010 il primo centenario della pubblicazione da parte di Francisco Madero del Plan de San Luis Potosi’, il manifesto politico programmatico che diede il via alla mitica Rivoluzione Messicana.

Occorreva, quindi, ricordare, sia pure a volo d’uccello, circostanze, accadimenti e personaggi (ovviamente, non solo messicani) sui quali, lentamente, va calando l’oblio.

Mauro della Porta Raffo

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Al centro della fotografia, Emiliano Zapata con il largo sombrero che gli nasconde quasi totalmente il viso (non abbastanza però perché non si intravveda comunque il lampo ‘indio’, come sempre sospettoso, degli occhi scuri).
Al suo fianco sinistro, a destra per chi guarda, Pancho Villa, paffuto, sorridente, in divisa militare con berretto a visiera.
Tutti e due a cavallo e circondati da molti commilitoni ognuno dei quali è abbigliato a proprio piacere e modo.
Niente divise: questa è l’avanguardia dell’esercito rivoluzionario che sta entrando in Città del Messico in quello che resta il momento più significativo tra i mille e mille anche selvaggi e comunque emozionantissimi vissuti nella terribile guerra civile – ovviamente, la Rivoluzione Messicana – che ha sconvolto quel mitico Paese latino americano a partire dal 1910 per un tempo infinito o quasi.
Non è, per il vero, la fotografia che cercavo.
Ne rammento un’altra – scattata nella medesima occasione – nella quale compare anche Venustiano Carranza, imponente e fornito di due magnifici baffoni bianchi.
Solo Villa sorride (ha sempre preso la vita di petto e ne ha evidentemente guadagnato in salute; ha poco meno di ottanta mogli, tutte regolarmente sposate in chiesa da preti obbligati ad officiare da armigeri schierati alle loro spalle: “Ci tengono così tanto, poverine…perché non dovrei accontentarle?”, aveva detto in una celebre intervista a John Reed).
Gli altri sono compresi dell’importanza del momento storico che stanno vivendo, delle speranze infinite che accompagnano la loro cavalcata, delle attese del popolo e soprattutto dei ‘campesinos’.

Quarantacinque anni dopo o giù di lì…
Immagini televisive, questa volta.
Una lunga colonna di guerriglieri entra lacera ma vittoriosa l’1 gennaio 1959 a L’Avana.
Se ben ricordo, non molte persone osannanti ai lati delle strade.
Forse non si crede ancora alla fuga notturna, poche ore prima, di Batista.
Certo, non si sa cosa riserva il futuro.
Si spera… si aspetta.
Alla testa dei rivoltosi, Ernesto Che Guevara, Camilo Cienfuegos (Fidel è dall’altra parte dell’isola e arriverà nella capitale solo una settimana più tardi) e, incredibilmente, Errol Flynn, l’attore hollywoodiano di origini tasmaniane.
Cercano di intervistarlo.
Domande dettate da una giusta curiosità: “Ma davvero ha partecipato alla lotta?”
Banalità: “E’ stanco?” Eccetera.
Non mi pare abbia voglia di parlare. Bofonchia qualcosa di non memorabile.
Rammento che in quei momenti ho sperato che davvero avesse lottato con il Che e con Castro e nel contempo mi assaliva il sospetto che si trattasse solo di una abilissima mascheratura tesa a rinverdirne la fama attoriale da qualche tempo in declino.
Non ho mai saputo quale fosse la verità.

Una terza immagine, stavolta cinematografica.
Un vecchio film degli anni Cinquanta con Cesar Romero nel ruolo di Massimiliano. Non so con certezza come si chiamasse (forse, ‘La paloma’) e non mi è capitato di rivederlo neppure in tv, nelle ore notturne quando ‘passa’ di tutto.
Il ‘vero’ protagonista è Benito Juarez.
Siamo ancora in Messico, ma nel 1867.
Un’altra rivoluzione, o, meglio, una insurrezione contro gli occupanti francesi.
Massimiliano d’Asburgo, l’imperatore imposto al Paese da Napoleone III, langue in prigione a Querétaro in attesa dell’esecuzione e le truppe dei liberatori entrano vittoriose a Città del Messico guidate da Porfirio Diaz.
Ancora sogni, ancora promesse.

Come si vede, tutte istantanee provenienti dall’America Latina dove da sempre i poveri e i diseredati hanno il coraggio e la forza di lottare per un futuro migliore.
Deve essere il sangue spagnolo, ‘caliente’, come si dice.
In altre parti del mondo si subisce senza reagire, non ci si ribella.
Si muore senza avere neppure pensato ad una diversa vita.
Non si nutre alcuna speranza!

In ognuna delle occasioni delle quali ho parlato e in moltissime altre (in primo luogo, a proposito del Guatemala di Jacobo Arbenz Guzman), ho parteggiato fino in fondo per la rivoluzione, ho sofferto, ho pregato.
Così voleva il mio cuore!
Ma poi passano i momenti, i mesi, gli anni.
Ci si accorge, si vede, la storia ci insegna che a Juarez subentrano Diaz e una dittatura che avrà durata ultratrentennale.
Che Pancho Villa ed Emiliano Zapata muoiono prima di vedere la fine della lotta  e forse per loro è meglio così.
Che Fidel instaura a Cuba un regime dittatoriale.
Che Arbenz Guzman dovrà accettare l’esilio…
Alle attese fanno seguito delusioni, tradimenti, contraddizioni.
E allora? Che fare?
Dar credito ancora e sempre al cuore?
O, piuttosto, seguire la mente, la ragione che dicono che, in fondo, così non si ottiene nulla, che, semplicemente, si muore?
Ciascuno è libero di dare una propria risposta, naturalmente.
Io, per quanto mi riguarda, a seconda dei momenti e degli stati d’animo, mi muovo alternativamente tra cuore e ragione e non trovo (e forse neppure cerco) un punto fermo.
Mi contraddico?
Certamente, e non solo su questo specifico argomento.
Ma, come ebbe a dire Walt Whitman di se stesso e come, indubbiamente vale per ogni essere umano: “Ci sono contraddizioni in me? Certo, io sono immenso, contengo moltitudini!”

3 comments for “Il continente della speranza? Storia e storie dell’america latina

  1. 26 luglio 2014 at 00:21

    An ingltlieent point of view, well expressed! Thanks!

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