AMERICANA – STORIA POLITICA DEGLI STATI UNITI E CRONACA DELLA CAMPAGNA ELETTORALE 2008 / prima parte

di seguito, dapprima il testo della seconda edizione del saggio da me dedicato ai personaggi politici USA di maggior rilievo, alle curiosità, alla storia americana, e, poi – preceduta da una lunga, esaustiva introduzione – attraverso i molti articoli pubblicati su quotidiani e riviste, la cronaca, quasi giorno per giorno, della campagna 2008 per White House.

Necessarie, inevitabili alcune ripetizioni che non ho ritenuto di eliminare.

Nell’insieme, una vastissima rappresentazione del ‘miracolo politico istituzionale’ americano.

PARTE PRIMA: I SIGNORI DELLA CASA BIANCA

La prima edizione del saggio ‘I Signori della Casa Bianca’, già on line con ‘Il Corriere della Sera’ nel 2004, è uscita in volume nel mese di settembre del medesimo anno.

La seconda edizione, qui sotto riportata, è stata pubblicata nel mese di maggio del 2005

INTRODUZIONE DELL’AUTORE ALLA SECONDA EDIZIONE

DOPO IL 2 NOVEMBRE

Le riflessioni qui riportate sono conseguenti alla conferma di George Walker Bush a White House il trascorso 2 novembre 2004. Mi sembra opportuno ed utile inserirle in apertura di questa seconda edizione de ‘I Signori della Casa Bianca’ che, arricchita come è di una quindicina di capitoli, ripropone comunque il testo della precedente (per quel che riguarda le previsioni di voto, quasi profetica) e, in primo luogo, la divertente prefazione di Ferruccio de Bortoli.

L’ULTIMA TROVATA: L’AMERICA E’ SPACCATA IN DUE!

Ospite della Televisione Svizzera, prima delle elezioni, mi è stato possibile esaminare alcuni degli spot pubblicitari proposti agli elettori durante la campagna per White House sia da John Kerry che da George Walker Bush.

Ebbene, evidentissima, abissale la differenza: lo sfidante si rivolgeva al cervello dello spettatore, il presidente, mirava naturalmente e direttamente al cuore! Kerry era freddo, razionale e, alla fin fine, distaccato e distante, Bush toccava profondamente i sentimenti e coinvolgeva emotivamente tanto era ‘vero’.

George Walker ha vinto perché ha saputo parlare agli americani di valori etici, di morale, perché li ha chiamati, numerosissimi, a difendere la vita (condannando l’aborto), la famiglia (battendosi contro ogni ipotesi di matrimonio fra omosessuali), il Paese tutto (contro la minaccia del terrorismo).

Non c’è da meravigliarsi se la decadente Europa – che si prende gioco di tutto ciò incapace come è perfino di riconoscere le proprie origini cristiane – avendo, con pochissime eccezioni, tifato smaccatamente per Kerry, resta delusa, sorpresa e smarrita guardando agli esiti delle votazioni USA.

Sui quotidiani italiani, poi, da sempre, si dà spazio alle opinioni e alle preferenze democratiche dei vari Woody Allen (peraltro, grande regista), del premiatissimo ed ottimo scrittore Paul Auster, dell’egregio pittore Julian Schnabel, dei loro consimili, degli attori di Hollywood, dei vari rocchettari, dei Michael Moore del momento (incredibilmente premiato a Cannes con il suo ‘filmettino’) e proprio per questo, alla fine, i lettori non capiscono un bel nulla della politica americana e rimangono sorpresi.

Ma insomma, si chiedono smarriti, Robert Redford e Bruce Springsteen sono per Kerry e poi vince quel bifolco di Bush? Come è possibile?

Non sanno i ‘professori’ (inviati e i corrispondenti magari da trent’anni negli USA) che i veri Stati Uniti sono tutt’altro. Al di là di New York, Boston, Los Angeles, Chicago e San Francisco esistono immense pianure e grandi montagne abitate da gente fedele ai valori che solo i repubblicani oggi rappresentano. Non sanno che oltre ai giornali nazionali molto chic, infinite sono le testate locali forse un po’ ruspanti ma di certo su posizioni opposte dal punto di vista politico. Non sanno che le tv e le radio di ogni Stato e di ciascuna contea hanno molta più presa della stessa CNN.

Non per nulla (e, dopo averlo scritto nel mio saggio e, in più occasioni e da tempo, sui giornali italiani ed esteri, ho dovuto ripeterlo molte volte in televisione nel corso delle diverse trasmissioni  dedicate alle elezioni dalla Rai suscitando la meraviglia di buona parte dei presunti esperti che mi stavano d’attorno), dal primo confronto tra democratici e repubblicani (nel lontano 1856) i presidenti eletti appartenenti al partito di Kerry sono stati solamente nove e quelli repubblicani sedici. Non per niente il partito di Bush ha governato molti più anni e quando, raramente, ha perso è stato in ragione di proprie divisioni interne (1912), in conseguenza della Grande Depressione (1932) o di gravissimi scandali (1976).

Di tutti i capi di Stato democratici solo Grover Cleveland, vittorioso nel 1884 e nel 1892, John Kennedy, nel 1960, e Bill Clinton (che comunque approfittò di una stasi economica), nel 1992 e nel 1996, sono stati capaci di arrivare a White House senza cavalcare un momento di grave crisi che invitava gli americani a cambiare.

Ora, a risultato a favore di Bush acquisito, gli stessi che pontificavano sull’imbattibile Kerry  e sul suo immancabilmente luminoso destino vengono a dirci che per ‘colpa’ del confermato presidente adesso gli USA sono “spaccati in due” e per questo si stracciano le vesti.

Non sanno, poverini, che in un sistema politico quale quello americano il risultato elettorale è sempre tale da dividere il Paese pressappoco in due, tranne, ovviamente, quando per lo scranno presidenziale concorra un terzo candidato più consistente dell’insignificante Ralph Nader del 2004 (per esempio, George Wallace nel 1968 e Ross Perot nel 1992 e nel 1996).

A PROPOSITO DI SONDAGGI, EXIT POLLS E ‘VOTO PLEBEO’

A bocce ferme, in forma di domanda, una doverosa annotazione a margine delle elezioni per esaminare brevemente un particolare di non poco conto ad esse collegato. Come mai i sondaggi pre voto e gli exit polls non hanno previsto affatto, i primi, l’esito della consultazione, ed hanno fornito, i secondi, dati totalmente errati sulla base dei quali, in televisione nel corso della ‘notte elettorale’, tutti i cosiddetti esperti, tranne il sottoscritto, hanno dato per sicura la vittoria di Kerry?

Molto semplicemente perché, lungi dall’essere veritieri come doveroso, gli uni e gli altri sono stati usati politicamente dai democratici. Infatti, l’istituto che ha dominato la scena prima e durante il voto era ‘Zogby’, il cui fondatore e capintesta è John Zogby, un democratico a tutto tondo e fanatico per sua stessa ammissione, che ha cercato di favorire il ‘suo’ Kerry vantandone una inesistente rimonta che galvanizzasse i suoi sostenitori e deprimesse i repubblicani in prima battuta, e, per scoraggiare gli avversari degli Stati più ad ovest (che votavano dopo per il diverso fuso orario), presentava loro una situazione irrimediabilmente compromessa. “State a casa, è inutile andare a votare per chi ha già perso”, il falsissimo messaggio inviato attraverso le televisioni da Zogby.

C’è, al riguardo, da chiedersi quanti tra i cosiddetti esperti, in larghissima parte di sinistra, impegnati per l’occasione nelle diverse trasmissioni sulle nostre reti tv sapessero chi davvero sia questo signore.

Da ribadire, poi, perché in futuro qualcuno lo ricordi, che nelle presidenziali USA aprono e chiudono, ovviamente a causa del già citato fuso orario, per primi i seggi degli Stati atlantici che votano quasi sempre democratico (si pensi a New York o al Massachusetts) per cui giungere a conclusioni definitive sulla base di questi dati è sbagliatissimo comunque.

Obbligatoria, infine, un’altra importante annotazione a proposito del cosiddetto ‘voto plebeo’. Prima delle elezioni, in libreria, interrogato da due classici intellettualoidi sulle mie previsioni, ho replicato, spiegandone le ragioni, che avrebbe vinto Bush in quanto rappresentante della ‘vera’ America. Mi hanno guardato con disgusto: davo peso ai desideri e al voto dei plebei e non dei loro sodali radical chic.

Nulla di meno democratico di un sedicente intellettuale che, sulla base di qualche incerta ‘lezione’ maoista, o pressappoco, della giovinezza e senza avere mai più letto nulla se non gli articoli dei propri ‘amici’ alla sua stessa stregua impreparati sull’argomento America, disprezza chiunque non la pensi come lui.

BUSH HA VINTO, LA TELEVISIONE HA PERSO

Nato nell’oramai lontano 1960 allorché si confrontarono sul piccolo schermo John Kennedy e Richard Nixon e subito si favoleggiò del netto prevalere del primo, più disinvolto e telegenico, sospeso fino al 1976 quando, alla ripresa, i due impacciatissimi protagonisti furono Gerald Ford e Jimmy Carter, da allora considerato indispensabile e soprattutto decisivo (lo fu certamente sia per Ronald Reagan che per Bill Clinton, ottimi e consumati attori entrambi anche se solo il primo in precedenza attivo a Hollywood), il ‘faccia a faccia’ televisivo tra i candidati alla Casa Bianca si avvia forse al tramonto. Facile vincitore (a detta degli esperti e secondo le rilevazioni conseguenti) di ben tre dibattiti davanti alle telecamere, il democratico John Kerry ha poi perso alla grande le susseguenti votazioni battuto per circa tre milioni e mezzo di voti.

Questa, insieme al già notato fallimento di tutti i sondaggi e degli exit polls, la vera sorpresa del 2 novembre scorso. Fatto è che, finalmente, gli elettori (ma non i critici, incapaci di uscire dai loro schemi) si sono resi conto dell’importanza delle idee e dei programmi e non di come vengono esposti. Alla fine, poco o nulla conta che l’uno o l’altro candidato (come è accaduto a Bush) balbetti o si impappini nel parlare o che, spazientito, batta nervosamente per terra un piede o sollevi perplesso le sopracciglia: tutto ciò passa in secondo piano se, come il presidente, sinceramente sa parlare al cuore.

UNA LEGGENDA DA SFATARE: PIU’ SONO I VOTANTI, PIU’ E’ FACILE CHE VINCANO I DEMOCRATICI

Un’ultima osservazione: nel corso della ‘notte elettorale’, in televisione, sulla base di arzigogolatissimi ragionamenti, si è detto e ripetuto che l’alto numero dei votanti avrebbe favorito il candidato democratico. Così, come si è visto, non è stato e, d’altra parte, guardando alla storia, nel 1960, anno record per quel che riguarda l’affluenza alle urne (si recò ai seggi addirittura il sessantadue virgola otto per cento degli aventi diritto), il candidato del partito dell’asino John Kennedy vinse sì a livello nazionale contro Richard Nixon anche nel voto popolare ma solo per circa centomila preferenze in più. Come si poteva da questo unico e certamente non significativo precedente ricavare una regola certa?

MdPR

PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE DI

FERRUCCIO DE BORTOLI

Non esiste un aggettivo che possa definire la personalità e l’opera di Mauro della Porta Raffo.

Non me ne viene uno che gli vada a pennello. Se non coniare per l’occasione un polivalente ‘dellaportiano’.

Lui è così: squisitamente insopportabile nella sua onniscienza.

Giuliano Ferrara, che in qualche modo lo ha scoperto, lo chiama il Gran Pignolo. E il nostro interpreta il suo ruolo con pervicacia e senso di persecuzione che qualche volta mi piacerebbe applicasse ad altre cause.

Se devo essere sincero, nei suoi confronti ho oscillato tra l’irritazione e l’ammirazione. Quest’ultima ha finito per prevalere.

Non aspettatevi da lui degli sconti. Non li fa a nessuno. Nemmeno a se stesso. Può piacere o no, ma a mio avviso ha una qualità rara: sa divulgare e catturare l’attenzione del lettore.

Il suo narcisismo culturale non arriva a negare agli altri il godimento della propria universale conoscenza. Per fortuna.

E’ l’enciclopedia britannica del Lago Maggiore, il Pico della Mirandola della Padania, il Nero Wolfe del refuso, il Torquemada della svista.

Naturalmente, nel lodarlo, mi prendo un po’ gioco di lui. E so che non me ne vorrà e non si pentirà di avermi chiesto la prefazione a questo prezioso volume sui presidenti americani e sull’istituzione politica che racchiude in sé la massima concentrazione di potere politico di una democrazia e la più alta presenza di contrappesi e garanzie. Un equilibrio raro, anche se non perfetto, di capacità e responsabilità nel decidere e di severità ed efficacia nei controlli. Forza, stabilità, rules of law.

Il prossimo due novembre gli elettori americani saranno chiamati a scegliere per la cinquantacinquesima volta, da quando nel 1789 venne eletto George Washington, chi sarà il loro presidente.

Dico subito che MdPR prevede la riconferma di George W. Bush con una motivazione tecnica che a qualche osservatore è sfuggita: la diversa ripartizione dei delegati, in seguito al censimento del 2000 favorisce stati tradizionalmente repubblicani. Ma anche perché Kerry, cattolico, non è mai stato governatore ed è anziano (però anche Reagan lo era e sconfisse il comunismo).

Una bella guida alla sfida che deciderà per i prossimi quattro anni i destini del mondo. Che, per inciso, sarebbero stati diversi se quattro anni fa il democratico Gore avesse prevalso non solo nel voto popolare ma anche nel numero di delegati. Nella storia delle presidenziali americani casi analoghi non furono infrequenti: accadde con Rutheford Hayes nel 1876 e con Benjamin Harrison nel 1888. E ci fu addirittura un candidato, John Quincy Adams, che nel 1824 arrivò alla Casa Bianca pur non avendo la maggioranza sia nel voto popolare sia in quello dei delegati.

Il libro è una cornucopia di curiosità. Si vota il martedì perché, dopo la domenica consacrata al Signore, gli elettori dei secoli scorsi dovevano intraprendere lunghi viaggi per raggiungere i seggi. Gli americani sono generalmente molto religiosi (e tanto si è scritto sulla fede di Bush) ma, nota opportunamente MdPR, nella loro costituzione, che rimane un gioiello di pragmatismo, idealismo e volontà, non vi è alcuni riferimento alla religione e a Dio. Vi è invece la splendida costruzione civile e giuridica dei primi dieci emendamenti (i dieci comandamenti laici): i cosiddetti Bill of Rights, l’architettura dei diritti individuali e inalienabili dei cittadini. L’origine dell’espressione spoils system si deve a William L. Marcy, collaboratore del presidente Andrew Jackson che, dopo l’insediamento di quest’ultimo nel 1829, disse di non trovar nulla di scandaloso nel fatto che il vincitore si “appropriasse delle spoglie dell’avversario”. Un principio di dura chiarezza ma suscettibile di favoritismi se non di abusi: un predecessore di Jackson  nominò un suo amico di partito alla Corte Suprema la mezzanotte dell’ultimo giorno alla Casa Bianca.

Non tutti i presidenti furono uomini colti. Anzi, gli americani hanno spesso mostrato di apprezzare una certa dose di ignoranza purché compensata da altre qualità. Un candidato, Adlai Stevenson, arrivò nel 1956, a commettere di proposito degli errori grammaticali nei suoi discorsi ma fu così maldestro da non essere creduto dagli elettori. Un disastro.

Pochi sanno che l’asino è l’emblema del partito democratico (come l’elefante di quello repubblicano) perché lo scelse Andrew Jackson, per vendicarsi dei suoi avversari che lo attaccavano paragonandolo a un somaro. E che l’espressione ok si deve a Martin van Buren, presidente nel 1836: i suoi sostenitori fondarono un comitato per la rielezione (che non ci fu) chiamandolo Old Kinderhook Club, dal soprannome del nostro. Più semplicemente Ok Club. Anche se il più conosciuto degli americanismi si fa derivare pure da Oll Korrect, deformazione di “all correct”.

Ci furono ottimi generali e ottimi presidenti (Eisenhower) e ottimi generali e pessimi presidenti (Ulysses Grant), molti che centrarono l’obiettivo della rielezione e chi, come Grover Cleveland ci riuscì sì due volte ma non consecutivamente (1884 e 1892).

E se oggi alla Casa Bianca c’è il figlio di un ex presidente, la storia ci riserva anche un nipote (Benjamin Harrison eletto nel 1888 e discendente di William Harrison).

Ultima curiosità: William Zebulon Foster: si candidò per ben tre volte alla Casa Bianca. Direte: E allora? Che ci sarà mai di eccezionale? Nulla: solo che era comunista. Ma nel Paese in cui ogni sogno può essere realizzato, questo per fortuna è rimasto tale.

Ferruccio de Bortoli

PREMESSA DELL’AUTORE ALLA PRIMA EDIZIONE

Conscio del fatto che le omissioni, in un lavoro volutamente breve e (mi auguro) facilmente leggibile quale quello che mi sono prefisso, sono innumerevoli, nelle pagine che seguono cerco di spiegare il particolarissimo meccanismo adottato dagli Stati Uniti per l’elezione del presidente, di ricordare e rappresentare i capi di Stato USA che si sono succeduti nel tempo, alcuni tra i più importanti candidati sconfitti, altri significativi attori della politica americana, a volte anche attraverso l’illustrazione di singoli episodi che li rendano maggiormente accessibili al lettore.

L’opera è suddivisa in più parti che fanno seguito ad una breve introduzione che, per così dire, fotografa lo stato delle cose e nella quale mi avventuro in una previsione sull’esito della campagna per White House in corso.

I primi capitoli si propongono, attraverso una lunga serie di domande e risposte nonché fornendo l’elenco dei presidenti di volta in volta in carica e poi i risultati delle differenti consultazioni, di chiarire nel miglior modo possibile il sistema elettorale in oggetto, di esaminarne la normativa, di spiegarne l’evoluzione, di illustrarne sinteticamente i momenti storici più pregnanti.

Nella seconda parte, approfondisco i temi di maggiore respiro o di più urgente attualità non senza aver prima spiegato come nasce e successivamente si viene articolando la Costituzione americana.

Poi, ecco alla ribalta i protagonisti in ordine di apparizione sulla scena (trattati, come logico, con minore o maggiore rilievo), partendo dai Padri della Patria per arrivare a George Walker Bush.

Infine, ad anticipare il testo della Carta Costituzionale e degli Emendamenti, pochi capitoli dedicati ad argomenti che in qualche modo hanno influito o sull’evoluzione del voto (si pensi alla concessione del suffragio alle donne), o sulla formazione delle maggioranze (il tradizionale conservatorismo del Sud) e così via senza dimenticare la cabala elettorale (e basti pensare alla cosiddetta ‘maledizione dell’anno zero’).

L’AMERICA ADESSO: UNA FOTOGRAFIA POLITICA

Quelle in programma il 2 novembre 2004 sono per gli Stati Uniti d’America le cinquantacinquesime elezioni presidenziali. Oltre due secoli sono infatti trascorsi dal momento in cui, il 30 aprile del 1789, George Washington, primo capo del neonato Stato, assunse l’oneroso incarico.

Peraltro, se si guarda agli schieramenti politici in campo, nell’occasione, democratici e repubblicani si contenderanno la Casa Bianca per la trentottesima volta gli uni contro gli altri.

E’ infatti a partire dalla campagna del 1856 (i primi candidarono James Buchanan e i secondi – nati da appena due anni – gli contrapposero, perdendo, John Fremont) che i due partiti, scomparsi i Whigs e svanito nel nulla il Free Soil, si confrontano, praticamente senza terzi incomodi di un qualche peso.

Conquistata White House nel 1860 con Abramo Lincoln, i repubblicani hanno in seguito trionfato in altre ventuno circostanze ed è possibile sostenere che, ove non intervengano fatti straordinari, salvo rarissime occasioni, è proprio il partito di Bush ad essere maggiormente gradito dall’elettorato (anche se non altrettanto può dirsi con riferimento alle elezioni per il Congresso).

E valga il vero. Nel periodo 1860/1932, la lunga sequenza di presidenti appartenenti al partito dell’elefante (i democratici, invece, hanno per simbolo un asino) è stata interrotta solamente da Grover Cleveland – eletto due volte non consecutivamente, nel 1884 e nel 1892 – e da Woodrow Wilson il quale, nel 1912, ottenne il suo primo mandato approfittando della profonda spaccatura interna ai repubblicani che si divisero tra sostenitori del capo di stato in carica William Taft e il ‘cavallo di ritorno’ Teodoro Roosevelt, presentatosi, alla fine, con un proprio partito creato per la bisogna.

Susseguentemente, è in piena ‘Grande Depressione’ che Franklin Delano Roosevelt strappa nuovamente lo scranno presidenziale ai repubblicani  che, a far data dal 1952, hanno lasciato ai rivali White House perdendo solamente nel 1960 (vittoria di Kennedy), nel 1964, in piena Guerra del Vietnam, nel 1976, a seguito dello scandalo del Watergate, e nell’era clintoniana.

Come si vede, ad eccezione di Cleveland, Kennedy e Clinton, tutti gli altri democratici arrivati alla presidenza sono riusciti nell’impresa in situazioni straordinariamente negative per i repubblicani  in quel momento al potere.

E’ alla luce di quanto or ora esposto che, malgrado alcuni sondaggi oggi contrari, appare probabile la riconferma a novembre di George Walker Bush a favore del quale, per di più, gioca la ridistribuzione (si veda al riguardo quanto esposto nel capitolo che segue) dei delegati dei singoli Stati in conseguenza dei risultati del censimento del trascorso 2000.

Guardando, appunto, agli esiti delle più recenti tornate elettorali e alla tradizione, che ha sempre un certo peso, gli spostamenti sembrano decisamente sfavorire i democratici (i ‘grandi elettori’ sono aumentati negli Stati normalmente a maggioranza repubblicana e diminuiti in quelli a maggioranza appunto democratica) tanto da far ritenere che – a meno di sconvolgimenti oggi imprevedibili e in una campagna per così dire normale – se davvero, anche sulla scia del recente successo di Schwarzenegger, la California dovesse passare in mano repubblicana, il candidato del partito dell’asino John Kerry non avrebbe probabilità alcuna di detronizzare George Walker Bush.

Quanto alla personalità del contendente democratico, è opportuno, anche al di la di quanto sopra esposto, interrogarsi, fortemente dubitando, sulle sue reali prospettive di vittoria considerato che:

in primo luogo, Kerry, senatore del Massachusetts, rappresenta quella particolare elite democratica, esclusiva e danarosa, della costa atlantica poco gradita ai democratici conservatori del Sud;

a torto o a ragione, è percepito da buona parte degli elettori come un intellettuale vicino ai valori europei e lontano dal popolo;

è cattolico, e pur essendo oggi questo un impedimento ‘minore’, bisogna rammentare che solo altri due suoi correligionari (Smith nel 1928 e Kennedy nel 1960) sono arrivati alla nomination e solo uno ha vinto;

non è mai stato governatore e tra gli ultimi presidenti solo Bush senior, prima di arrivare a White House, non aveva già dato prova a livello locale delle sue capacità di governo;

è un candidato ‘anziano’ in una nazione di giovani e bisogna tornare a Reagan per trovare un aspirante alla presidenza più vecchio.

A bocce ferme, a meno di gravissime crisi, Kerry rischia di fare a novembre la fine del suo conterraneo Dukakis, demolito da Bush padre nel 1988!

I QUARANTATRE PRESIDENTI

Presidente e suo partito In carica dal al
George Washington (F)

John Adams (F)

Thomas Jefferson (R-D)

James Madison (R-D)

James Monroe (R-D)

John Quincy Adams (R-N)

Andrew Jackson (D)

Martin Van Buren (D)

William H. Harrison (W)

John Tyler (D)

James K. Polk (D)

Zachary Taylor (W)

Millard Fillmore (W)

Franklin Pierce (D)

James Buchanan (D)

Abraham Lincoln (R)

Andrew Johnson (D)

Ulysses S. Grant (R)

Rutheford B. Hayes (R)

James A. Garfield (R)

Chester A. Arthur (R)

Grover Cleveland (D)

Benjamin Harrison (R)

Grover Cleveland (D) *

William McKinley (R)

Theodore Roosevelt (R)

William H. Taft (R)

Woodrow Wilson (D)

Warren G. Harding (R)

Calvin Coolidge (R)

Herbert Hoover (R)

Franklin Delano Roosevelt (D)

Harry S. Truman (D)

Dwight D. Eisenhower (R)

John F. Kennedy (D)

Lyndon B. Johnson (D)

Richard M. Nixon (R)

Gerald R. Ford (R)

Jimmy Carter (D)

Ronald Reagan (R)

George Bush (R)

Bill Clinton (D)

George W. Bush (R)

30.4.1789

4.3.1797

4.3.1801

4.3.1809

4.3.1817

4.3.1825

4.3.1829

4.3.1837

4.3.1841

6.4.1841

4.3.1845

4.3.1849

10.7.1850

4.3.1853

4.3.1857

4.3.1861

15.4.1865

4.3.1869

4.3.1877

4.3.1881

20.9.1881

4.3.1885

4.3.1889

4.3.1893

4.3.1897

14.9.1901

4.3.1909

4.3.1913

4.3.1921

3. 8.1923

4. 3.1929

4. 3.1933

12. 4.1945

20.  1.1953

20.  1.1961

22.11.1963

20.  1.1969

9.  8.1974

20.  1.1977

20.  1.1981

20.  1.1989

20.  1.1993

20.  1.2001

3.3.1797

3.3.1801

3.3.1809

3.3.1817

3.3.1825

3.3.1829

3.3.1837

3.3.1841

4.4.1841

3.3.1845

3.3.1849

9.7.1850

3.3.1853

3.3.1857

3.3.1861

15.4.1865

3.3.1869

3.3.1877

3.3.1881

19.9.1881

3.3.1885

3.3.1889

3.3.1893

3.3.1897

14.9.1901

3.3.1909

3.3.1913

3.3.1921

2.8.1923

3.3.1929

3.3.1933

12.4.1945

20.1.1953

20.1.1961

22.11.1963

20.1.1969

9.8.1974

20.1.1977

20.1.1981

20.1.1989

20.1.1993

20.1.2001

…………….

SIGLE DEI PARTITI (esclusi quelli citati per intero):

D (democratici); D-L-R (democratici-liberal-repubblicani); F (fe-deralisti); R (repubblicani); R-D (repubblicani-democratici); R-N (repubblicani-nazionali, conservatori); W (whigs).

A PHILADELPHIA

La Costituzione americana è la più antica tra quelle in essere.

Ideata e vergata in pieno Settecento, prima della Rivoluzione Francese, ha retto gagliardamente all’urto dei secoli. Merito, in primo luogo, dei Padri costituenti – molti dei quali di altissimo livello morale ed intellettuale – e, quindi, dell’interpretazione evolutiva, a volte, addirittura, ‘creativa’, che delle disposizioni in essa contenute ha saputo, di volta in volta, dare la Corte Suprema, seguendo in questo la traccia e gli ammaestramenti lasciati da John Marshall, che ne fu presidente dal 1801 al 1835.

Il primo atto in qualche modo istitutivo fu compiuto nel 1785, allorché, a Mount Vernon, si riunirono i delegati del Maryland e della Virginia per disciplinare il commercio sul fiume Potomac.

Visto che, appunto, la materia del commercio fra gli Stati era motivo di contrasti non sanabili sulla base degli Articoli di Confederazione approvati nel 1778 ed entrati in vigore nel marzo del 1781, a Mount Vernon, su proposta del Legislativo della Virginia, maturò l’idea di un incontro aperto ai delegati dei tredici Stati fondatori per dirimere la questione.

Ad Annapolis, nel settembre del 1786, la riunione vide però partecipi solo cinque delegazioni e si sciolse con un nulla di fatto. Prima di separarsi, i presenti, su sollecitazione di Alexander Hamilton e James Madison, decisero per una nuova Convenzione da tenersi a Philadelphia nel successivo maggio 1787. Il fine era quello di emendare gli Articoli di Confederazione secondo necessità, considerati i problemi insorti.

Tra polemiche e superando notevoli opposizioni, tutti gli Stati, meno il Rhode Island, provvidero a designare propri rappresentanti che risultarono, infine, settantatre, anche se solo cinquantacinque tra di essi presero effettivamente parte alla Convention, mentre ancora meno (trentanove) ne sottoscrissero il testo conclusivo.

Per quanto, come detto, il mandato ricevuto fosse limitato, tutti i partecipanti erano ben consci che, invece, a Philadelphia, si stava elaborando un patto costituzionale totalmente nuovo.

Presidente, eletto all’unanimità, dell’assemblea fu George Washington, mentre segretario fu nominato William Jackson. I lavori si svolsero a porte chiuse e i delegati furono vincolati (e rispettarono l’impegno) al segreto.

Per inciso, i molto succinti verbali, vergati da Jackson e consegnati a Washington, furono pubblicati dal Congresso solo nel 1818 e quel che sappiamo sull’andamento delle sedute è ricavato per la massima parte dagli appunti personali che redasse Madison e che, noti a tutti come i ‘Madison Papers’, furono resi pubblici addirittura nel 1840.

Base della discussione, fu lo schema proposto dai delegati della Virginia (‘Virginia Plan’), vergato sotto la guida del più volte citato Madison (in seguito definito ‘il padre della Costituzione) e presentato all’assemblea da Edmund Randolph in forma di quindici distinte risoluzioni.

Il Virginia Plan – per il vero, troppo favorevole ai grandi Stati – fu avversato in parte dagli Stati minori che presentarono un proprio schema (‘New Jersey Plan’).

La Costituzione federale scaturirà così da una ben equilibrata fusione di questi due progetti, conciliando esigenze diverse se non divergenti.

Ecco, in conclusione, i tre accordi principali sulla base dei quali il testo costituzionale a noi noto fu scritto:

Il Compromesso del Connecticut (così denominato perché l’impasse relativa al problema discusso fu superata su proposta della delegazione di quello Stato) che risolse il problema della rappresentanza degli Stati al Congresso distinguendo tra una Camera Bassa – i cui membri sono eletti in base al numero degli abitanti di ciascuno Stato, ragione per cui lo Stato più popoloso ha più rappresentanti di quello meno densamente abitato – ed una Camera Alta (Senato) in cui, in omaggio al principio della pari dignità di tutti gli aderenti, gli eletti sono due per ciascuno Stato.

Il Compromesso dei ‘Tre Quinti’. Gli Stati del Sud chiedevano che, ai fini della rappresentanza, il numero degli schiavi fosse considerato, mentre non si doveva tenerne conto ai fini della tassazione. Gli altri replicavano che era necessaria l’applicazione di un criterio unitario e che gli schiavi dovevano essere valutati allo stesso modo per l’uno o per l’altro fine. In conclusione, si decise di tener conto, sia per la ripartizione degli eletti alla Camera che per la suddivisione delle imposte, dei tre quinti degli schiavi esistenti. (Ricordo che il Congresso vieterà l’importazione degli schiavi solo nel 1808 e che, come tutti sanno, per abolire la schiavitù fu necessaria la guerra.)

Il Compromesso commerciale fu raggiunto accettando le richieste degli Stati del Nord che auspicavano che il Congresso avesse poteri regolamentari in materia di tassazione (quelli, in particolare, di tassare le importazioni e disciplinare i commerci esteri ed interstatali) e quelle degli Stati agricoli del Sud che non volevano l’introduzione di imposte sull’esportazione e che ebbero assicurazione che non ci sarebbero stati interventi federali in materia di commercio di schiavi fino al già ricordato 1808.

Esaurito il compito, la Convenzione affidò il testo della nuova Costituzione ad un comitato composto da Alexander Hamilton, William Johnson, Rufus King e Gouverneur Morris che ne curò una redazione stilisticamente corretta.

Alla fine, il 17 settembre 1787, la Carta fu sottoscritta da trentanove delegati in rappresentanza di dodici Stati su tredici.

Il testo fu inviato al Congresso per essere sottoposto ai singoli Stati che dovevano ratificarlo attraverso il voto di apposite Convenzioni popolari. Sarebbe entrato in vigore non appena approvato da nove di esse secondo il disposto dell’articolo 7 della Costituzione stessa.

Malgrado discussioni ed opposizioni, il procedimento di ratifica fu rapido  (il nono Stato fu il New Hampshire che si pronunciò favorevolmente il 21 giugno 1788).

Fu così che, come ultimo gesto, il Congresso in carica indisse le elezioni nazionali per il gennaio del 1789. Il successivo 30 aprile 1789, George Washington, primo presidente degli Stati Uniti, giurava a New York, sede temporanea del governo federale.

Come detto, la Costituzione americana è la più antica tra le Carte costituzionali scritte tuttora in vigore ed ha ampiamente dimostrato la propria capacità di reggere nel tempo con pochissimi mutamenti (gli Emendamenti sono stati solo ventisette, dieci dei quali – costituenti il cosiddetto ‘Bill of Rights’ – approvati nel 1791 e frutto dello stesso clima politico. Si aggiunga che due Emendamenti – il diciottesimo ed il ventunesimo – si elidono, istituendo il primo il proibizionismo ed abrogandolo il secondo) la qual cosa è indice di profonda condivisione dei principi informatori  da parte di tutti gli Stati interessati e dei cittadini.

LA PRIMA COSTITUZIONE

Come non molti sanno, quella in essere non è la prima Legge fondamentale che i neonati Stati Uniti si sono dati ma la seconda.

In effetti, già il 12 giugno 1776 il Congresso aveva creato un Comitato formato da tredici persone (una per ciascuno degli Stati fondatori) al quale fu affidato l’incarico di stendere la Costituzione.

Solo un mese di lavoro, ed ecco gli ‘Articoli di Confederazione’, elaborati in gran parte dal delegato della Pennsylvania John Dickinson. Prevedevano un governo centrale con poteri molto limitati: era in sua facoltà dichiarare guerra, concludere trattati e alleanze, dividere tra gli Stati le spese comuni, battere moneta, istituire uffici postali e regolare le questioni pendenti con i pellirosse.

Gli mancavano, però, due attributi essenziali per un effettivo esercizio della sovranità: il potere di imporre le tasse e quello di regolare il commercio.

Ovviamente, tutte le potestà non specificamente delegate alla Confederazione spettavano ai singoli Stati, che, come recitava il disposto, “mantenevano sovranità, libertà e indipendenza.”

Di più, non erano previsti organi esecutivi e giudiziari nazionali e i poteri sopra elencati venivano esercitati dal Congresso formato da un’ unica assemblea legislativa alla quale partecipavano tutti gli Stati che avevano diritto ad un voto ciascuno. I trattati e le altre delibere di maggior peso dovevano essere approvati da almeno nove Stati. Le eventuali modifiche, infine, degli stessi Articoli di Confederazione richiedevano l’unanimità.

La Carta, così come delineata, fu fatta propria dal Congresso nel novembre del 1777 mentre l’iter di ratifica da parte dei singoli Stati si concluse solamente nel febbraio del 1781.

Da subito, la permanente carenza di mezzi finanziari della Confederazione e la minaccia di una vera e propria guerra commerciale fra gli aderenti fecero capire ai più avvertiti quanto fosse necessaria una riforma.

Il cammino verso la nuova Costituzione (come già detto) prese effettivamente avvio nel 1785.

RELIGIONI E DIO NELLA COSTITUZIONE

Nei trascorsi mesi, molto si è discusso e polemizzato in relazione al fatto che nel testo proposto della cosiddetta Costituzione europea manchi ogni riferimento alla religione e a Dio.

Un esame, da questo particolare punto di vista, porta a concludere che altrettanto accade nella Carta costituzionale americana. Né il preambolo, infatti, né i sette articoli che la compongono trattano in modo alcuno di un qualche credo religioso o del Creatore.

Dell’argomento – per inciso ed esclusivamente deliberando in merito alle libertà individuali dei cittadini – si parla nel Primo Emendamento laddove si afferma: “Il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione o per proibirne il libero culto…”

Tutt’altro discorso, invece, a proposito dell’atto fondamentale che è all’origine degli Stati Uniti: la Dichiarazione di Indipendenza (4 luglio 1776). Qui, per volontà soprattutto di Thomas Jefferson, il Creatore è più volte citato senza, peraltro, che l’una o l’altra fede venga specificamente richiamata.

Ecco i due passi maggiormente interessanti al riguardo (il primo è poco dopo l’inizio del testo, mentre il secondo è collocato alla fine):

“Noi riteniamo che le seguenti Verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che il Creatore ha fatto loro dono di determinati inalienabili diritti, che tra questi sono la Vita, la Libertà ed il perseguimento della Felicità.”

“A sostegno di questa Dichiarazione, confidando completamente nella protezione della divina Provvidenza, noi offriamo a scambievole pegno, gli uni agli altri, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro nome.”

IL ‘BILL OF RIGHTS’

I primi dieci emendamenti – noti nel complesso come ‘Bill of Rights ed entrati in vigore il 15 dicembre 1791 – formano una vera e propria ‘Dichiarazione dei diritti individuali’.

Nel corpo della Costituzione non si parla dei diritti dei cittadini. L’omissione non fu casuale in quanto tra i costituenti prevalse l’opinione che questi fossero sufficientemente garantiti dalle costituzioni dei singoli Stati membri.

Nel corso della campagna per la ratifica della Carta fondamentale tale mancanza fu assai criticata.

Il Congresso, per conseguenza, decise di provvedere ed approvò un corpus organico di norme a tutela dei diritti soggettivi pubblici contro possibili minacce agli stessi ad opera del governo federale.

IL POTERE ESECUTIVO

L’articolo due, sezione prima della Carta costituzionale americana così semplicemente recita: “Il presidente degli Stati Uniti sarà investito del potere esecutivo”.

Ecco un paio di aneddoti che possono far comprendere in qual modo i capi di Stato USA (democratici o repubblicani che fossero) abbiano interpretato, con il consenso generale, il ruolo che conseguentemente loro spetta.

Narrano le cronache che Harry Truman, nel periodo di permanenza a Washington quale inquilino della Casa Bianca, avesse sistemato dietro la scrivania collocata nella stanza ovale un cartello con la scritta ‘The buck stops here’ a ricordare a tutti che la responsabilità finale di ogni determinazione era sua e che non era possibile scaricarla su qualcun altro.

La frase – traducibile così: ‘Il daino si ferma qui’ – traeva origine da una vecchia usanza dei giocatori di poker della Frontiera americana che, durante le partite, si passavano l’un l’altro un pezzetto di pelle di daino per ricordarsi a chi spettasse dare le carte. Con il trascorrere del tempo, ‘buck’ (daino, per l’appunto) arrivò ad indicare un qualsiasi contrassegno usato a quello scopo e l’espressione ‘passarsi il buck’ assunse infine il significato di scaricare la propria responsabilità su altri. Cosa che, secondo il democratico Truman, un presidente degli Stati Uniti non può e non deve fare!

Che ‘il daino si fermi a White House’, d’altra parte, è ampiamente dimostrato anche da un celebre episodio che riguarda Abramo Lincoln. Alla fine di una agitata riunione di governo in cui si era scontrato con tutti i suoi ministri a proposito di un determinato progetto, messa ai voti la controversa questione, il primo presidente appartenente al partito repubblicano comunicò alla stampa l’esito della conseguente votazione con queste parole: “Sette contrari, uno favorevole. La proposta è approvata!”

PRIMARIE E CAUCUS

Negli Stati Uniti, la scelta dei candidati alla presidenza ad opera dei partiti non è in alcun modo regolata dalla Costituzione, che, invece, dedica naturalmente ampio spazio alla vera e propria elezione del presidente.

Al fine, quindi, di ottenere la ‘nomination’ in sede di Convenzione nazionale, le norme in vigore sono quelle dettate dagli statuti interni dei diversi movimenti politici che assegnano, in base ad indici quali la popolazione residente, i voti raccolti durante le ultime consultazioni elettorali, l’incremento o il decremento di suffragi verificatosi tra la penultima e l’ultima elezione e così via, a ciascuno Stato un determinato numero di delegati alla ‘Convention’.

Considerato, poi, che i partiti sono prevalentemente organizzati su base statale, i criteri possono altresì variare da Stato a Stato.

In sintesi, però, i due metodi maggiormente seguiti sono la designazione dei delegati nel corso di assemblee di partito (i cosiddetti ‘caucus’) e l’elezione vera e propria degli stessi attraverso il meccanismo delle primarie.

Queste ultime hanno compiuto cento anni nel 2003 essendo state utilizzate la prima volta a livello statale nel Wisconsin appunto nel 1903. (Per il vero, la Florida rivendica in materia la primogenitura avendo emanato disposizioni in merito, applicate però solo più tardi, già nel 1901.)

Le primarie consentono all’elettore di manifestare direttamente la sua volontà nella nomina dei delegati da inviare alla Convenzione ed, essendo i delegati stessi collegati ad uno degli aspiranti alla ‘nomination’, nella scelta del candidato alla Casa Bianca.

Il sistema fu accolto subito assai positivamente ed ebbe grande successo perché considerato strumento idoneo a combattere il potere delle cosiddette ‘macchine’ dei partiti che, in precedenza, governavano a proprio piacere la scena.

Ogni singolo Stato che abbia accettato le primarie le regola con leggi apposite cosicché se ne possono contare molti diversi tipi.

Peraltro, le due maggiormente adottate sono le primarie ‘chiuse’ e quelle ‘aperte’.

Alle prime possono partecipare solo i simpatizzanti del partito che le ha indette che tali si sono dichiarati in precedenza o che si impegnano a votarlo in futuro. Alle seconde – le più diffuse – possono prendere parte come votanti tutti i cittadini indifferentemente.

La primaria più celebre ed anche quella che fornisce molto spesso indicazioni definitive sulle preferenze dell’elettorato è quella del New Hampshire che, tradizionalmente, si svolgeva nel febbraio dell’anno elettorale ma che, a partire dal 2000, ha luogo a gennaio.

Per quanto riguarda i caucus, invece, sempre secondo tradizione, il primo e maggiormente significativo è quello dell’Iowa.

IL GUSCIO VUOTO DELLE ‘CONVENTIONS’

E’ dal 1968 – vale a dire da quando tra i democratici, anche in conseguenza dell’assassinio di Robert Kennedy, nessuno si era presentato alla Convention nazionale con un numero tale di delegati da condizionarne l’esito a proprio favore tanto che, alla fine, il prescelto per affrontare Richard Nixon fu il vice presidente allora in carica Hubert Hunphrey il quale non aveva neppure preso parte alle primarie – che le Convenzioni dei due partiti egemoni della politica USA si riducono ad una, sia pure importantissima, passerella durante la quale ci si limita a ratificare quanto occorso in precedenza avendo esse perso gran parte della loro iniziale importanza.

E’ questa una necessaria conseguenza proprio dell’adozione del meccanismo delle primarie e dei caucus, ma, di certo, se anche in futuro la tendenza in atto si confermerà, le mitiche Convention, da sempre considerate il fiore all’occhiello della democrazia americana, finiranno per essere ritenute una mera formalità senza alcun vero contenuto sostanziale anche in considerazione del fatto che alla loro competenza sono state sottratte le altre due decisioni di maggior peso: la scelta del candidato alla vice presidenza, oramai demandata (a volte, addirittura prima della assemblea), nei fatti, direttamente al vincitore delle primarie, e la stesura del programma (‘platform’), nella quale conta quasi esclusivamente il volere del candidato alla Casa Bianca e dei suoi consiglieri.

‘SPOILS SYSTEM’

Una particolare forma di lottizzazione politica è propria degli Stati Uniti e segna ancora profondamente ogni cambio di amministrazione: si tratta dello Spoils System.

All’origine del nome, una frase pronunciata da William L. Marcy, fidatissimo luogotenente del presidente Andrew Jackson, poco dopo l’insediamento di quest’ultimo alla Casa Bianca (4 marzo 1829). Marcy, alla ricerca di una giustificazione logica alla pratica messa in atto dalla nuova amministrazione di premiare i sostenitori politici con incarichi pubblici, disse di “non vedere niente di male nel principio che le spoglie dell’avversario appartengano al vincitore.”

E, d’altra parte, lo stesso Jackson sostenne pubblicamente che l’avvicendamento nelle cariche era “un principio fondamentale per il repubblicanesimo” e che la conseguenza di un simile operare sarebbe stata positiva. I funzionari, diceva, devono essere periodicamente sostituiti per impedire la corruzione, per evitare la formazione di una burocrazia inamovibile e per consentire a un maggior numero di cittadini di partecipare alla vita pubblica.

Secondo Jackson, chiunque può ricoprire un incarico pubblico visto che i compiti sono “talmente semplici e chiari che qualsiasi persona intelligente può facilmente svolgerli.”

A ben vedere, il vero iniziatore della pratica dello Spoils System – prima ancora che così venisse denominata – era stato uno dei Padri della Patria, Thomas Jefferson.

Arrivato a White House il 4 marzo 1801, primo presidente non appartenente al partito Federalista di George Washington e di John Adams, Jefferson non perse occasione, ogniqualvolta le vicende amministrative gliene offrivano il destro, per modificare radicalmente, nominando i propri amici, la composizione di quella che era stata una burocrazia a stragrande maggioranza federalista.

Quando concluse il suo secondo mandato (3 marzo 1809), gli impiegati federali erano praticamente tutti del suo partito.

Il cattivo esempio gli era stato dato dal suo immediato predecessore John Adams, il quale, la sera prima di lasciare la carica, aveva nominato presidente della Corte Suprema l’amico e collega di partito John Marshall (è forse questo il primo caso di ‘nomina della mezzanotte’).

La pratica dello Spoils System è ancor oggi diffusa anche se la or ora citata Corte Suprema, nel 1976, giudicando nella controversia ‘Elrod v. Burns’, ha dichiarato inammissibile il licenziamento esclusivamente per ragioni di carattere politico.

Una parziale riforma del sistema, in seguito, ha introdotto criteri più meritocratici nel ‘civil service’.

‘GERRYMANDERING’

La composizione dei collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti è negli USA di competenza dei singoli Stati ed è sempre stata motivo di dibattito e di critiche essendo possibile disegnarli in modo da favorire l’elezione di un esponente piuttosto dell’uno che dell’altro partito.

L’ideatore del sistema, ovvero colui che per primo creò ad arte distretti elettorali delimitati sia da un punto di vista geografico che demografico – tenendo conto dei risultati delle precedenti consultazioni villaggio per villaggio e città per città – in modo da rendere quasi certa la vittoria di un candidato vicino alle sue posizioni politiche, fu il governatore democratico del Massachusetts degli inizi dell’Ottocento Elbridge Gerry, successivamente (nel 1813 e nel 1814) arrivato alla vice presidenza.

Dopo l’intervento di Gerry, la carta geografica dello Stato sulla quale erano tratteggiati a colori i confini dei diversi collegi appunto per le elezioni alla Camera aveva assunto un singolarissimo aspetto sicché un pittore vedendola disse: “Sembra una salamandra (in inglese, salamander)”, al che un amico presente corresse: “Non una salamandra ma una ‘Gerrymandra’ (in inglese ‘Gerrymander’ con un evidente gioco di parole ispirato dal cognome del governatore)”.

Da qui, ‘Gerrymandering’ che è il vocabolo con il quale, da allora, gli americani indicano il giochetto truffaldino in questione.

QUANDO GLI SCONFITTI VINCONO

Nato ed ‘allevato’ per la Casa Bianca come nessuno mai prima o dopo di lui, John Quincy Adams la conquistò nel 1824 al termine di una contrastatissima campagna elettorale. Dei quattro maggiori candidati in lizza, in vantaggio per voti popolari e per ‘voti elettorali’ (delegati) risultò Andrew Jackson, secondo Adams, terzo William Crawford e quarto Henry Clay. Non avendo, peraltro, Jackson ottenuto il numero di delegati necessario e sufficiente per essere nominato in sede di Collegio Presidenziale (laddove i giochi si compiono essendo quella del presidente una elezione di secondo grado e non diretta), giusto quanto prescritto dal XII Emendamento alla Costituzione, la competenza passò alla Camera dei Rappresentanti. Colà, Clay – al quale Adams aveva garantito in contropartita la carica di Segretario di Stato – fece convergere sul Nostro i suffragi dei deputati a lui collegati. John Quincy fu così proclamato presidente con un solo voto di margine!

Quello citato è l’unico caso nel quale un candidato sia arrivato alla presidenza avendo perso sia per voti popolari che per ‘voti elettorali’.

In tre diverse occasioni, invece, lo sconfitto, a livello nazionale, per voti popolari ha ottenuto un numero maggiore di delegati così da risultare eletto. Eccoli: nel 1876, Rutheford Hayes; nel 1888, Benjamin Harrison; nel 2000, George Walker Bush. Tutti e tre repubblicani!

SI PUO’ MODIFICARE IL SISTEMA ELETTORALE?

Il contrastatissimo esito delle votazioni nel 2000 e il fatto che Al Gore, pur avendo ottenuto a livello nazionale il maggior numero di voti popolari, sia stato sconfitto dal secondo Bush ha portato alla ribalta un argomento che finora era stato dibattuto esclusivamente in sede accademica o tra politologi. Non sarebbe il caso di cambiare l’attuale sistema elettorale per la presidenza eliminando i delegati? Non sarebbe opportuno passare dalla elezione ‘di secondo grado’ voluta dai Padri costituenti alla elezione diretta del presidente?

Molto, molto difficile che ciò avvenga.

Ad una simile, stravolgente modifica (la questione è regolata dall’articolo cinque della vigente Carta costituzionale) si potrebbe, infatti, arrivare solo ripensando radicalmente l’intera filosofia sulla quale si basa lo Stato federale che concede ai singoli Stati membri una particolare dignità che, nel momento delle elezioni per White House, si concretizza nel riconoscere a ciascuno di essi la qualifica di ‘collegio elettorale autonomo’ nell’ambito del quale valgono in tutto e per tutto le leggi locali.

Di più, per giungere alla eventuale approvazione di un emendamento (che riguardi questa come qualsiasi altra materia) l’iter previsto è il seguente: “Il Congresso, ogni qual volta due terzi delle camere lo riterranno necessario proporrà emendamenti alla presente Costituzione oppure, su richiesta dei due terzi dei legislativi dei vari Stati, convocherà un’assemblea per proporre gli emendamenti. In entrambi i casi, gli emendamenti saranno validi ad ogni effetto come parte di questa Costituzione allorché saranno stati ratificati dai legislativi di tre quarti degli Stati o dai tre quarti dei componenti delle assemblee di cui sopra  a seconda che l’uno o l’altro metodo di ratifica sia stato prescritto dal Congresso”.

L’ampiezza del consenso necessario sia per avviare la procedura or ora descritta che, a maggior ragione, per concluderla, soprattutto in una materia tanto controversa (a parte il fatto che gli americani restano in larghissima misura favorevoli al loro sistema federale e non desiderano certo  stravolgerlo), fa ritenere impossibile l’approvazione di una tale, rivoluzionaria norma. Moltissimi tra i piccoli Stati, infatti, hanno tutto l’interesse a mantenere il meccanismo quale è per non smarrire, disperdendo i loro pochi voti popolari in quelli dell’intera nazione, gran parte di quella porzione di potere che attualmente detengono.

BROGLI E INGANNI

Molte, nella storia delle elezioni presidenziali USA, le occasioni nelle quali, a fine partita, si è gridato allo scandalo. Ricorda per esempio Sergio Romano, all’epoca studente universitario a Chicago, che, viste le accuse di brogli relative alla tornata elettorale precedente, nel 1952 fu incaricato con molti suoi colleghi di ‘osservare’ l’andamento delle votazioni, ragione per la quale trascorse il primo martedì dopo il primo lunedì di quel novembre nel quartiere nero della città ospite di una allegra famigliola di colore nella cui abitazione era collocato il seggio.

Premesso che, a mio parere, la vittoria di George Walker Bush del 2000 è del tutto legittima (commissioni indipendenti dopo avere controllato i reali risultati in Florida hanno concluso che effettivamente l’attuale presidente aveva vinto per poco più di cinquecento voti) e che, per conseguenza, appariva immotivata la preoccupazione – ovviamente enfatizzata dagli organi di stampa in larga misura contrari a Bush – che qualcosa di irregolare potesse verificarsi quattro anni dopo (addirittura, le presidenziali 2004 sono state ‘sorvegliate’ come accade nei Paesi di recente e contrastata indipendenza o democrazia, da inviati dell’OSCE), le due occasioni nelle quali di brogli e inganni effettivamente si potette parlare senza tema di smentita risalgono alle campagne del 1888 e del 1960.

La prima vide contrapporsi il presidente democratico in carica Grover Cleveland e il candidato repubblicano Benjamin Harrison e fu definita “la campagna elettorale più corrotta della storia americana”: i voti furono comprati con un massiccio uso del denaro, entrambe le parti si resero colpevoli di flagranti irregolarità in specie per vincere negli Stati incerti. Alla fine, Cleveland ebbe un maggior numero di voti popolari ma Harrison vinse avendo conquistato più delegati.

Nel 1960, determinanti per la vittoria di John Kennedy Illinois e Michigan (catturati per pochissimi voti, se fossero andati a Nixon lo avrebbero portato a White House). Decisivo per l’affermazione del presidente della Nuova Frontiera l’appoggio della mafia, con la quale il padre Joseph intratteneva da sempre ottimi rapporti approfittando dei quali aveva fatto un mucchio di quattrini durante il proibizionismo, e, a Chicago, quello del potentissimo sindaco Richard J. Daley che controllava rigidamente non solo il partito democratico locale ma soprattutto i seggi elettorali. Migliaia e  migliaia di morti votarono così per Kennedy!

A conoscenza dei molti intrallazzi, Nixon – cosa che non farà molti anni dopo Al Gore – rinunciò ad ogni possibile ricorso per salvaguardare le istituzioni.

MID TERM ELECTIONS

Le cosiddette ‘Elezioni di medio termine’ (Mid Term Elections) sono così denominate perché cadono esattamente a metà del quadriennale mandato del presidente.

Nell’occasione, il popolo americano è chiamato, a livello nazionale (ovviamente, nei singoli Stati, le votazioni riguardano molte altre importanti cariche pubbliche e, in particolare, numerosi governatorati), ad esprimersi per il totale rinnovo dei membri della Camera dei Rappresentanti e per quello parziale dei senatori.

E’ in ragione del fatto che il loro mandato è di due anni che, sia in occasione delle Mid Term Elections che in concomitanza con le elezioni per la Casa Bianca, praticamente da sempre, ogni biennio, si procede, come detto, alla elezione di tutti i componenti la Camera Bassa, i quali, attualmente, sono quattrocentotrentacinque, suddivisi per Stato in proporzione al numero degli abitanti. Si rammenta che ogni Stato, per quanto disabitato possa essere, ha diritto ad almeno un rappresentante.

E’ solo a partire dal 1913, invece, che il popolo è chiamato a votare anche per il Senato. In precedenza, i membri della Camera Alta venivano prescelti dai vari legislativi statali.

Considerato che il mandato senatoriale è di sei anni, alla data sopra indicata, si è deciso di dividere i Senatori in tre distinte classi – ciascuna composta da un terzo circa dei seggi in palio – alternativamente sottoposte all’esame elettorale ogni due anni.

Ricordo che, in conseguenza del cosiddetto ‘Compromesso del Connecticut’ (che risolse una volta per tutte la questione alla Costituente), i componenti la Camera rappresentano il popolo, e ciò spiega perché il loro numero cresce o diminuisce Stato per Stato ed anche a livello nazionale con il crescere e il diminuire del numero degli abitanti, mentre i senatori rappresentano gli Stati. Avendo questi pari dignità costituzionale a prescindere dal numero dei residenti, ogni Stato ha diritto a due senatori. Ovviamente, essendo oggi cinquanta i membri della Confederazione, il numero totale dei senatori è cento.

COLTI E INCOLTI A WHITE HOUSE

L’inquilino della Casa Bianca deve necessariamente essere un uomo colto e brillante per fare bene il proprio mestiere? Questa la domanda che molti oppositori di George Walker Bush, rilevandone la manchevolezze, si pongono.

La storia ci dice che così assolutamente non è, e valga il vero.

Con l’eccezione di Thomas Jefferson, tra i primi Capi di Stato USA, l’intellettuale di maggior livello fu senza dubbio John Quincy Adams. Letterato insigne, figlio del secondo presidente John Adams, si laureò in legge ad Harvard specializzandosi in seguito in diverse università europee. La sua vasta conoscenza delle lingue e di molti Paesi del Vecchio Continente (compresa la Russia) gli garantì una brillantissima carriera diplomatica. Segretario di Stato con Monroe, fu il vero ispiratore della ‘Dottrina’ che da quel presidente prende il nome. Eletto alla White House nel 1824, il suo unico mandato, per motivi indipendenti dalla sua volontà e in conseguenza delle continue contrapposizioni interne al suo stesso partito, fu tra i meno significativi se non tra i peggiori. Come scrivono Davis e Donald (‘Espansione e conflitto’), “Uno dei più intelligenti, lungimiranti e colti presidenti fu anche uno dei meno fortunati.”

Sconfitto da Andrew Jackson nel 1828, dal 1831 fu membro della Camera e colà si battè fortemente per l’abolizione della schiavitù. Anche, se non soprattutto, sulla base delle sue idee al riguardo, nel 1854, dopo la sua morte, nascerà il partito Repubblicano che nel 1860 arriverà alla Casa Bianca con Abramo Lincoln.

E che dire, per fare solo un altro esempio tra i molti possibili, di Herbert Hoover? Il suo straordinario curriculum lo indicava assolutamente come il migliore tra tutti i pretendenti possibili nel 1928, ma resta nella storia per il crollo di Wall Street e per essersi dimostrato un inetto nel far fronte alla incombente, terribile crisi economica.

Passando ad esaminare i candidati alla fine sconfitti, quanto occorso ad Adlai Stevenson ci fa comprendere come davvero stanno le cose.

In pista per i democratici nel 1952 e nel 1956 – tutte e due le volte, ahilui,  contro Eisenhower – il Nostro (intellettuale di notevole livello), anche in ragione del suo eloquio fin troppo raffinato e per ciò stesso incomprensibile ai più, andò incontro a due clamorose sconfitte.

Per il vero, ammaestrato da quel che gli era capitato nel 1952, quattro anni dopo, Stevenson arrivò ad introdurre di proposito nei sui discorsi alcuni errori di grammatica. Ma lo fece talmente male (ovviamente, non gli era connaturale) da non convincere nessuno.

Secondo Gore Vidal, il quale, nella sceneggiatura de ‘L’amaro sapore del potere’ (gran bel film del 1964, diretto con mano sicura da Franklin J. Schaffner) mette in bocca la battuta ad una sedicente ‘rappresentante delle donne d’America’ che partecipa ad una convention nella quale sarà scelto il candidato democratico alla presidenza, il povero Stevenson perse anche perché non era sposato (ma quella delle first lady e delle mogli dei candidati è ancora un’altra storia).

Di contro, come non ricordare Warren Harding? Era talmente impresentabile che durante la campagna elettorale del 1920 il senatore Boise Penrose raccomandò ai suoi consulenti “Tenete Warren a casa, non lasciategli fare discorsi. Se va in giro gli faranno delle domande e lui è tanto stupido da cercare di rispondere.”

Il povero Harding fu altresì oggetto di un vero e proprio esame da parte del poeta E.E. Cummings che così concluse: “E’ l’unico uomo, donna o bambino capace di scrivere una semplice frase con sette errori di grammatica.”

Ebbene, questo ignorante sempliciotto – in verità interessato solo al poker, al golf, ai liquori e alle donne, anche di malaffare – non fece poi tanto male ed ebbe la capacità di scegliersi ministri quali Andrew Mellon e Charles Evans Hughes, tra le menti più brillanti dell’epoca.

Fatto è che, come disse Gerald Ford alla fine del suo mandato: “L’unica cosa che davvero il presidente degli Stati Uniti può decidere da solo è quando andare al gabinetto!”

George Walker Bush, quindi, può anche essere un ignorantone. Non è ragionando su tale argomento che la sua presidenza sarà giudicata dalla storia.

DA VICE A NUMERO UNO: MOLTO DIFFICILE

Ove si prescinda dai due ‘Padri della Patria’ John Adams (vicario per otto anni di Washington e poi presidente dal 1797 al 1801 a seguito delle elezioni datate 1796) e Thomas Jefferson (‘secondo’ dello stesso Adams e suo successore) – i quali, peraltro, approfittarono di un diverso sistema elettorale modificato nel 1804 – solo altri due vice sono arrivati a White House nel mandato successivo a quello nel quale erano stati ‘secondi’.

L’exploit è stato realizzato una prima volta da Martin Van Buren (già al fianco di Andrew Jackson nel secondo quadriennio di quest’ultimo), eletto nel 1836 e in carica dal 1837 al 1841, e da George Herbert Bush, vice per due mandati di Reagan e in carica, a seguito delle votazioni del 1988, dal 1989 al 1993. Per inciso, sia l’uno che l’altro restarono a Washington solo quattro anni perché sconfitti nella successiva ricerca di una conferma.

Per il vero, un terzo vice presidente è riuscito in proprio (e cioè non per successione mortis causa o per dimissioni) a sedersi sullo scranno che fu di Lincoln e si tratta, naturalmente, di Richard Nixon. Sconfitto da Kennedy nel 1960, allorché era vicario di Eisenhower, vinse otto anni dopo.

Se si va, invece, a guardare quanto occorso ai vice a noi storicamente più vicini, Henry Wallace, già ‘secondo’ di F. D. Roosevelt nel suo terzo mandato, fu sconfitto nel 1948 da Truman (e, per il vero, anche da Dewey e da Strom Thurmond, visto che arrivò quarto); Hubert Humphrey, vicario di Lyndon Johnson, fu battuto dal citato Nixon nel 1968; Walter Mondale, con Jimmy Carter dal 1977 al 1981, venne demolito da Ronald Reagan nel 1984.

Migliore (almeno per quanto riguarda il voto popolare a lui favorevole a livello nazionale) il risultato raggiunto da Al Gore, già vice di Bill Clinton dal 1993 al 2001, contro George Walker Bush nelle consultazioni del 2000, comunque perse sul filo di lana.

Guardandoci alle spalle – e, visto che i precedenti contano, si può anche ipotizzare, magari nel 2008, un ‘ritorno’ di Gore – nella lunga storia delle presidenziali si sono dati molti, incredibili casi di ‘resurrezione’ di candidati anche se bocciati in un maggior numero di occasioni.

Ecco, in ordine di tempo, i pretendenti alla Casa Bianca in grado di raggiungerla dopo una o più sconfitte: John Adams, due volte battuto da Washington (1789 e 1792), vinse nel 1796; Thomas Jefferson, sconfitto proprio da Adams nel 1796, si affermò nel 1800; John Quincy Adams, perse le elezioni nel 1820 (vinse Monroe), si rifece quattro anni dopo sconfiggendo Andrew Jackson che, a sua volta, si prese la rivincita nel 1828; William Harrison, battuto nel 1836 da Van Buren, lo sconfisse nel 1840; Grover Cleveland, presidente eletto nel 1884, fu sconfitto nel 1888 da Benjamin Harrison ma tornò in carica a seguito delle elezioni del 1892; Richard Nixon, battuto nel 1960 da Kennedy, si impose poi nel 1968.

D’altra parte, assai numerosi sono altresì i candidati più volte ripropostisi e mai in grado di vincere. I maggiormente significativi sono: George Clinton (due sconfitte: 1792 e 1808), C.C. Pinckney (tre stop: 1800, 1804, 1808), Henry Clay (tre: 1824, 1832, 1844), William Jennings Bryan (quattro: 1896, 1900 e 1908 nella ‘corsa’ finale e 1904 alla Convention democratica), Thomas Dewey (due: 1944 e 1948), Adlai Stevenson (due: 1952 e 1956).

Un caso a parte è quello del socialista Eugene Debs che perse quattro elezioni: 1904, 1908, 1912 e 1920, ma si trattava di un candidato ‘di bandiera’, senza effettive possibilità di vittoria.

QUANDO IL VICE PRESIDENTE  VIENE SOSTITUITO

Nella oramai più che bisecolare storia delle presidenziali USA, in molteplici occasioni, tra un quadriennio e l’altro, il presidente in carica e in cerca di una riconferma ha sostituito il proprio vice

(per la dovuta precisione, solo dopo la riforma elettorale del 1804 ciò è stato possibile. considerando che in precedenza veniva eletto Capo dello Stato il candidato che riportava più voti elettorali e vice presidente chi si classificava secondo, anche se appartenente ad un diverso partito). E, pertanto, James Madison (eletto nel 1808 e nel 1812), fu colui che inaugurò questa particolare ‘staffetta’ potendo contare dapprima sul vice George Clinton e poi su Elbridge Gerry. Andrew Jackson (vittorioso nel 1828 e nel 1832) potè, a sua volta, far conto dapprima su John Calhoun e dopo su Martin Van Buren. Abramo Lincoln (eletto nel 1860 e nel 1864) nel primo quadriennio fu scortato da Hannibal Hamlin e nei giorni iniziali del suo secondo mandato da Andrew Johnson che, dopo il suo assassinio, lo sostituì nella carica. Ulisse Grant (vincitore nel 1868 e nel 1872) fu affiancato da Schuyler Colfax e poi da Henry Wilson. Grover Cleveland – l’unico presidente che abbia ricevuto due mandati non consecutivi  (vinse, infatti, nel 1884 e nel 1892) – ebbe quale primo vice Thomas Hendricks e quale secondo Adlai Stevenson, nonno del futuro ed omonimo candidato a White House. William McKinley (eletto nel 1896 e nel 1900) fu affiancato prima da Garrett Hobart e in seguito, per qualche mese visto che gli subentrò a causa del suo assassinio, da Theodore Roosevelt.

Maggiormente complessa la vicenda legata ai diversi vice di Franklin D. Roosevelt (vittorioso nel 1932, 36, 40 e 44) il quale ebbe al proprio fianco per i primi otto anni John Garner, nel terzo quadriennio potè contare su Henry Wallace e, alla fine, su Harry Truman che lo sostituì dopo la sua improvvisa dipartita.

L’ultimo caso di cambio del vice presidente è del tutto anomalo e riguarda Spiro Agnew il quale, nominato con Nixon nel 1968 e nel 1972, nell’ ottobre del 1973 fu costretto, a seguito di numerosi scandali, a dare le dimissioni. In base alle procedure stabilite dal XXV emendamento, gli subentrò Gerald Ford che approderà infine alla Casa Bianca in luogo dell’altrettanto dimissionario Nixon.

Come si vede, sostituire il compagno di ticket non porta bene: quattro su otto tra i presidenti che l’hanno fatto non hanno concluso il loro ultimo mandato!

I REPUBBLICANI A FAVORE DEI NERI

Ogni qual volta se ne dia l’occasione, i quotidiani – e non solo quelli italiani – parlando dei neri americani e travisando la storia e la realtà dei fatti, ripropongono la tesi che il movimento politico più avverso alle rivendicazioni di quella minoranza di colore negli Stati Uniti sia stato e sia quello repubblicano.

Ora, per il vero e a parte il fatto che proprio George W. Bush ha collocato due neri ai massimi vertici della sua amministrazione (naturalmente, Colin Powell e Condoleezza Rice) – il che non è poco ed è comunque di più di quanto abbia fatto qualsiasi presidente democratico in precedenza – se c’è un partito negli USA che da sempre opera concretamente a favore dei neri questo è il repubblicano, anche e soprattutto per la ragione, incontrovertibile, che fu costituito proprio per combattere la schiavitù, di contro fortemente sostenuta dai democratici.

Semplificando, il cosiddetto Grand Old Party nacque come coalizione abolizionista nel 1854 – erede, in materia, delle idee dell’ex presidente John Quincy Adams – in aperto contrasto con il partito dell’asino.

Il primo inquilino repubblicano della Casa Bianca fu Abramo Lincoln, sulla cui azione contro la schiavitù penso nessuno abbia nulla da dire.

Venendo velocemente a tempi a noi maggiormente vicini, gran parte delle più importanti decisioni a favore dei neri negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso ventesimo secolo furono opera della Corte Suprema americana sotto il forte impulso del suo presidente dell’epoca Earl Warren.

Questi, in carica dal 1953 al 1969, nominato da Eisenhower, era stato, per i repubblicani, prima Procuratore Generale e poi, dal 1943, governatore della California, nonché candidato alla vicepresidenza dello stesso Gop nel 1948, assieme a Dewey contro il democratico Truman.

Con l’uso del I, III, V e VI Emendamento, la Corte di Warren cambiò in pochi anni radicalmente il panorama politico e sociale degli Stati Uniti.

Questi gli accadimenti storici, questa (con Powell e Rice ai vertici dell’amministrazione) la realtà presente!

L’ARTE DELLA GUERRA

Da sempre, stampa, radio e televisione, in Italia ma non solo, dipingono i repubblicani USA quali guerrafondai pronti ogni qual volta se ne presenti l’occasione, senza molto ragionare o tergiversare quasi fossero sceriffi della vecchia frontiera, ad estrarre la pistola e ad aprire il fuoco.

Per il vero, così non è come dimostra il fatto che praticamente tutte le volte nelle quali gli Stati Uniti nel corso dell’intero Novecento sono entrati in guerra il capo dello Stato in carica era un democratico. E valga il vero: prima guerra mondiale, presidente Woodrow Wilson, appartenente appunto al partito dell’asino e per di più autore nel 1916 di una campagna elettorale nella quale aveva promesso che il Paese non sarebbe intervenuto nel conflitto in atto; seconda guerra mondiale, presidente Franklin Delano Roosevelt, democratico; guerra di Corea, a Washington siede Harry Truman, democratico; guerra del Vietnam, alla Casa Bianca prima John Kennedy e poi Lyndon Johnson, come tutti sanno democratici. Unica eccezione, ai tempi di George Herbert Bush, il conflitto del Golfo che fu però combattuto dagli americani e dagli alleati con l’approvazione e sotto l’egida dell’ONU.

George Walker Bush è stato quindi il primo presidente repubblicano da oltre cento anni a chiamare la nazione alle armi ma non dobbiamo dimenticare che le carte in tavola erano decisamente cambiate: prima che il secondo Bush a ciò si decidesse, il Paese era stato ferocemente colpito dagli attentati dell’11 settembre del 2001!

LA ‘CACCIA ALLE STREGHE’

A quanto hanno scritto i giornali, negli Stati Uniti, terminata la guerra contro Saddam e il suo regime, alcuni tra i più impegnati attori hollywoodiani, a suo tempo dichiaratisi apertamente avversi all’intervento in Iraq (in particolare, il premio Oscar Susan Sarandon, il marito Tim Robbins e Martin Sheen – anni orsono, protagonista di ‘Apocalypse Now’ ed interprete della serie tv ‘West Wing’ nella quale è un presidente indubbiamente molto ‘liberal’) si sarebbero trovati ad affrontare una sorta di boicottaggio per il loro atteggiamento considerato ‘antiamericano’.

Si è arrivati, addirittura, di certo un po’ troppo affrettatamente, a parlare di ‘nuovo Maccartismo’.

Ora, per il vero, la persecuzione più dura nei confronti degli uomini di spettacolo in genere (non solo di quelli della ‘Mecca del cinema’ ma anche dei divi della radio – si legga, in proposito, ‘La guerra di Archer’ di Irwin Shaw – del teatro nuovaiorchese e della nascente televisione, tutti al centro delle ‘attenzioni’ dei più accesi anticomunisti), nota con il nome di ‘Caccia alle streghe’, si ebbe subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nella metà declinante degli anni Quaranta, e precedette di poco il vero Maccartismo considerando che il famigerato senatore repubblicano Joseph McCarthy arrivò alla guida della apposita Commissione inquirente solamente nel 1950.

Per inciso, l’immaginifica espressione giornalistica ‘Caccia alle streghe’, già applicata per descrivere quanto accaduto nel 1919 allorché, in concomitanza della nascita del Partito Comunista americano, molti si mobilitarono per combattere il presunto ‘pericolo rosso’, darà poi modo al grande drammaturgo Arthur Miller di scrivere, nel 1953, il potente ‘Il crogiolo’, ispirato all’ultimo caso realmente verificatosi negli USA di persecuzione di alcune presunte streghe: il processo di Salem del 1692.

Teatro dell’affondo anticomunista  – e torniamo ad occuparci specificamente di Hollywood – la Commissione parlamentare di indagine sulle attività antiamericane, nata nel 1938 per combattere nazismo e fascismo, della quale, all’epoca, segretario generale era J. Parnell Thomas.

Le sedute della Commissione ebbero inizio a porte chiuse nella primavera del 1947 con la deposizione dei testimoni d’accusa. Tra i più solleciti nel denunciare i colleghi presunti ‘comunisti’ Gary Cooper, Walt Disney, Robert Montgomery, il futuro presidente Ronald Reagan, Robert Taylor e Adolphe Menjou.

Trascorsi sei mesi, le sedute vennero aperte al pubblico. Durarono solo due settimane e dieci tra i convocati in veste di accusati o di testimoni (in seguito, noti appunto come ‘I Dieci di Hollywood’) si rifiutarono di rispondere e furono in vario modo perseguiti e perseguitati nonché collocati nella cosiddetta ‘lista nera’. Chi entrava a farne parte subiva un ostracismo pressoché totale (si veda il film ‘Indiziato di reato’, di Irwin Winckler con Robert De Niro) tanto da non poter più lavorare, almeno con il proprio nome (in proposito, ‘Il prestanome’, di Martin Ritt con Woody Allen).

I ‘Dieci’ – tutti sceneggiatori o registi – erano John Howard Lawson, Dalton Trumbo, Lester Cole, Alvah Bessie, Albert Maltz, Ring Lardner jr, Samuel Ornitz, Herbert J. Biberman, Edward Dmytryck e Adrian Scott.

Contro l’operato della Commissione, da subito, si mobilitarono molte star di grande nome che costituirono un ‘Comitato per il primo Emendamento’ del quale furono nominati segretari John Huston, William Wyler e Philip Dunne. Lo loro prima azione pubblica fu l’invio a Washington di una delegazione (ne facevano parte, fra gli altri, Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Danny Kaye, Gene Kelly e Jane Wyatt) decisa a controllare che i diritti degli inquisiti fossero tutelati.

Al loro arrivo, tale fu il clamore che le sedute della Commissione dovettero essere temporaneamente sospese.

Alla fine, i ‘Dieci’ – incriminati per ‘oltraggio al Congresso’ a causa del rifiuto opposto a rispondere alla domanda “Siete o siete mai stati in passato membri del Partito Comunista?” – furono abbandonati al loro destino a causa della posizione eccessivamente radicale assunta e l’industria cinematografica, in prima fila le Case di produzione, decise nel novembre dello stesso 1947 che essi non avrebbero potuto lavorare ad Hollywood, a Broadway o altrove finché non avessero appunto dichiarato di non essere mai stati comunisti.

La battaglia legale si protrasse per oltre due anni e mezzo prima che i ‘Dieci’ finissero davvero in galera. Ironia del destino, il segretario della Commissione J. Parnell Thomas, condannato per truffa, andò a far compagnia ad uno dei suoi perseguitati in prigione.

Tra i moltissimi uomini di spettacolo coinvolti in vario modo e a diverso titolo nella ‘Caccia alle streghe’ o, in seguito, nel vero e proprio Maccartismo, Charles Chaplin – costretto a lasciare gli Stati Uniti e risarcito con un tardivo Oscar “per il contributo dato all’arte cinematografica” nel 1971 – il grande scrittore e sceneggiatore Dashiell Hammett (recluso per sei mesi benché malato), la drammaturga Lillian Hellman, i registi Joseph Losey e Jules Dassin, esuli volontari in Europa.

Molti, chiamati alla sbarra in veste di testimoni, ‘tradirono’ amici e colleghi per paura delle conseguenze di un  loro rifiuto a collaborare denunciandone vere e a volte false ‘simpatie rosse’. Fra gli altri, il grande Elia Kazan (ancora di recente, allorché all’autore di ‘Fronte del porto’ fu assegnato l’Oscar alla carriera, le polemiche si sono sprecate) e l’ottimo attore Sterling Hayden che non seppe mai perdonarsi la propria debolezza.

Per la storia, è solamente a partire dai primi anni Sessanta che alcuni tra i ‘Dieci’ ebbero di nuovo accesso a Hollywood (per esempio, Dalton Trumbo potè firmare nel 1960 la sceneggiatura di ‘Spartacus’, diretto da Stanley Kubrick), nel mentre, dopo l’improvvisa caduta di Joseph McCarthy nel 1953, la Commissione parlamentare per le attività antiamericane subì un progressivo decadimento, anche se, ancora all’epoca di Richard Nixon, Jane Fonda, Gregory Peck ed altre celebrità furono ufficialmente definite ‘nemici del presidente’.

Tempi, quelli narrati, comunque di ‘guerra fredda’.

Difficilissimo, oggi, che la triste storia possa ripetersi.

I PROTAGONISTI, UOMINI E PRESIDENTI

CHE HANNO FATTO LA STORIA

IL PADRE DELLA PATRIA

Virginiano, facoltoso piantatore, esperto topografo, George Washington (1732/1799) ebbe a compiere le sue prime esperienze militari durante la French and Indian War (1754/1763) e già nel 1755, per le capacità dimostrate sul campo, venne nominato comandante delle truppe della Virginia congedandosi poi a guerra avviata verso la vittoria dei coloniali e degli inglesi.

Ritiratosi nelle sue terre, fu comunque tra gli oppositori delle misure fiscali prese dal governo britannico ritenendole lesive della libertà delle colonie. Delegato sia al primo che al secondo Congresso Continentale (1774 e 1775), alla fine, non senza contrasti, fu in quell’ambito incaricato del comando supremo del futuro esercito rivoluzionario che tra enormi difficoltà riuscì ad aggregare, istruire e guidare composto, come risultò, da uomini assolutamente ignari di ogni disciplina e disposti solamente ad un servizio saltuario.

Colto un primo successo con la caduta di Boston (1776), Washington ebbe il grandissimo merito di perseverare malgrado le successive sconfitte riuscendo a tenere comunque unito quello che Lafayette aveva definito un esercito “male armato e peggio vestito” fino alla brillante vittoria di Yorktown  nel 1781.

Scelto all’unanimità quale presidente della Convenzione costituzionale (1787), due anni dopo divenne il primo capo di Stato dei neonati USA.

I due mandati del Padre della patria (che sconfisse sia nel 1789 che nel 1792 John Adams il quale fu così vice presidente come prevedeva all’epoca la Costituzione) restano nella storia e per l’ottima composizione del suo governo, nel quale figuravano le migliori menti del Paese, e per la innata capacità dimostrata nel rendere durature le istituzioni che conserveranno per sempre la sua impronta.

Rifiutato un terzo mandato (disse che nessun uomo poteva sostenere per più di otto anni un onere tanto impegnativo), ritornò alle sue terre e morì nel 1799 senza essere riuscito a vedere terminati i lavori  per la costruzione della nuova capitale che da lui prende nome.

ALEXANDER HAMILTON

Originario dell’isola di Nevis, nelle Indie Occidentali, trasferitosi a New York nel 1773 per studiare, volontario nell’esercito rivoluzionario, dal 1777 aiutante di campo di Washington, Alexander Hamilton (1755/1804) è uno dei grandi uomini ai quali si deve il consolidamento delle fondamentali istituzioni americane.

Importantissima ed anzi fondamentale la sua opera a favore dell’approvazione da parte delle assemblee dei singoli Stati della Carta costituzionale federale. Con James Madison e John Jay, fornendo di persona il maggior contributo, pubblicò i famosissimi saggi in seguito raccolti con il titolo di ‘The Federalist’, capolavoro del pensiero politico americano.

Con Washington, fu ministro del tesoro e svolse una parte estremamente rilevante nella fondazione della Banca degli Stati Uniti.

La sua linea politica ispirata al rafforzamento del potere federale lo mise in contrasto con Jefferson che, tuttavia, favorì nel 1800 alla Camera dei Rappresentanti nel corso delle votazioni di ballottaggio tra lo stesso Jefferson ed Aaron Burr che avevano ottenuto il medesimo numero di delegati nelle elezioni presidenziali.

Un ulteriore, successivo contrasto con Burr lo porterà ad una fine prematura. Morirà infatti in conseguenza di un duello con l’acerrimo rivale nel 1804.

JEFFERSON: LA DEMOCRAZIA AL POTERE

Saggista di grandissimo rilievo. Padre della Dichiarazione d’Indipendenza. Assente durante la Rivoluzione perché dedito alla sua Virginia della quale fu governatore dal 1779 al 1781. Fondatore nel 1783 del partito repubblicano democratico ed estensore del programma del movimento nato in alternativa e in contrapposizione al federalismo. Ambasciatore a Parigi dal 1784 al 1789 e, per conseguenza, lontano nel mentre a Philadelphia si scriveva e si adottava la vigente Costituzione. Segretario di Stato nel primo governo di George Washington e, nei seguenti quattro anni, in disparte perché sempre più in contrasto con le idee di Alexander Hamilton. Vice presidente dopo le elezioni del 1796 allorché fu sconfitto da John Adams e ne divenne, giusto quanto allora disposto dalla Carta costituzionale, il vice, Thomas Jefferson (1743/1826) arrivò alla presidenza vincendo le elezioni del 1800 (si ripeterà molto più facilmente quattro anni dopo) con un programma che comprendeva la difesa delle piccole proprietà, quella dei diritti individuali e quella dei singoli Stati nei confronti del governo federale.

Per il vero, il numero di delegati da lui conquistato era pari a quello raggiunto da Aaron Burr ed in ragione di ciò la scelta a suo favore fu operata dalla Camera dei Rappresentanti con non poche difficoltà.

Con lui, espansionista in politica estera – si ricordi il ‘Louisiana Purchase’- come unanimemente scrivono gli storici che pure ne sottolineano le molte contraddizioni (contrario alla schiavitù, per fare solo un esempio, possedeva schiavi), “la democrazia andò al potere” e una fortissima ondata di idealismo politico, e non solo, percorse la nazione. Il cittadino si sentì assai più partecipe della vita pubblica tanto che il nome di Thomas Jefferson è tuttora simbolo di fede nella democrazia e di rispetto dei diritti civili.

LA DOTTRINA MONROE

Al Senato già nel 1790, il giovane James Monroe (1758/1831) che, pressoché imberbe, aveva eroicamente partecipato alla Rivoluzione, si distinse per la sua opposizione a George Washington.

Spedito da questi (che pensava di liberarsene) nel 1794 in Francia con la qualifica di ministro plenipotenziario, ne fu richiamato nel 1796 perché considerato troppo esplicitamente favorevole alla Repubblica.

Monroe dovette attendere (per così dire, in seconda fila) l’elezione di Jefferson, che ne apprezzava le doti diplomatiche e politiche, per tornare ad incarichi di rilievo ancora a Parigi laddove trattò e concluse il cosiddetto ‘Louisiana Purchase’ – firmato il 30 aprile 1803 – accordo con il quale l’Unione acquistava dalla Francia napoleonica i vastissimi territori che oggi costituiscono quattro Stati americani (Arkansas, Iowa, Missouri e Nebraska) e sono parte di altri nove (Louisiana, Minnesota, Oklahoma, Kansas, Colorado, Wyoming, Montana, Nord e Sud Dakota).

Passato da Parigi a Madrid, con l’intento di ottenere dal governo spagnolo la cessione agli USA della Florida, non ebbe altrettanto successo (riuscirà, comunque, nell’impresa, più avanti, nel corso del suo primo mandato presidenziale, precisamente nel 1819).

Segretario di Stato con James Madison, guidò la politica estera del Paese nei difficilissimi anni del conflitto con gli inglesi, noto come Guerra del 1812, e nel 1816, a larga maggioranza, fu eletto quinto capo dello Stato. Quattro anni dopo, venne confermato praticamente senza opposizione se non quella, formale, di John Quincy Adams, di poi suo ministro degli esteri.

La presidenza Monroe – otto anni di concordia nazionale ricordati come ‘l’età dei buoni sentimenti’ – è fondamentale nella storia americana soprattutto per la proclamazione, il 2 dicembre 1823, in un messaggio diretto al Congresso, da parte sua, della ‘Dottrina’ che da lui prende il nome anche se  vero artefice ne fu Adams.

Essa stabilisce che “i continenti americani non devono essere considerati oggetto di futura colonizzazione da parte di qualsiasi potenza europea”, che “qualsivoglia tentativo da parte delle potenze europee di estendere il proprio sistema politico a qualunque parte di questo emisfero sarà considerato pericoloso per la nostra pace e sicurezza” e che “con le esistenti colonie di qualsiasi potenza europea e con le guerre tra le potenze europee” in cui il continente americano non avesse un diretto interesse, l’Unione non avrebbe interferito.

La ‘Dottrina Monroe affermava per la prima volta e con autorevolezza il ruolo internazionale degli Stati Uniti.

L’ASINO DI ANDREW JACKSON

L’asino è, dal 1828, l’emblema del partito democratico americano (l’elefante, invece, è quello dei repubblicani). Accadde che, durante l’aspra e combattuta campagna per la presidenza in calendario appunto in quell’anno, gli oppositori paragonassero Andrew Jackson a un somaro. Il futuro vincitore (fu infatti in grado di defenestrare il presidente in carica John Quincy Adams), lungi dall’offendersi, accettò ben volentieri di essere rappresentato da quella brava bestia.

Le accuse degli avversari dell’eroe della battaglia di New Orleans (da lui vinta sugli inglesi nel gennaio del 1815 a Guerra del 1812, come venne denominata, finita visto che la pace – ma i contendenti non ne erano stati informati – era stata firmata a Ghent la vigilia di Natale dell’anno precedente) si concentrarono in particolare sul suo ‘populismo’.

Per dare un quadro di quel che rappresentò per la capitale federale e per l’establishment l’irruzione jacksoniana niente di meglio di quanto in proposito scrissero nella loro Storia degli Stati Uniti Allan Neville e Henry Steele Commager: “Le elezioni del 1828 nelle quali Jackson sconfisse Adams furono come un movimento sismico. Gli umori erano talmente eccitati che il nuovo presidente eletto, al suo arrivo a Washington, si rifiutò di rendere la consueta visita di dovere al presidente uscente e Adams non volle recarsi al Campidoglio in carrozza con il suo successore. L’insediamento di Jackson fu considerato per lungo tempo come l’inizio di una nuova era nella vita americana. Il Paese non ne aveva mai visto uno simile e a Washington fu paragonato alla invasione di Roma da parte dei barbari. Daniel Webster scrisse che già da molti giorni prima la città era piena di speculatori, di cacciatori di prebende, di uomini politici esultanti e di gente semplice…”

Dopo la cerimonia (si era al 4 marzo del 1829), uno dei testimoni – il giudice Story – ebbe a dire: “Non avevo mai visto un subbuglio simile, era il trionfo della plebaglia!”

Non va dimenticato che il pur grande presidente Jackson, forse per tenere a freno e compensare in qualche modo i suoi ‘barbari’, fu il vero teorizzatore dello ‘spoils system’ che applicò su larghissima scala nei suoi otto anni di governo spazzando via da ogni più piccolo posto di potere chiunque non appartenesse alla sua parrocchia.

HENRY CLAY E ‘IL SISTEMA AMERICANO’

Dapprincipio acceso nazionalista (fu favorevole al conflitto contro la Gran Bretagna del 1812) e in seguito leader dei moderati (si oppose alla guerra contro il Messico del 1845), Henry Clay (1777/1852) fu ideatore e promotore di un progetto politico, economico e sociale di vasto respiro noto come ‘il sistema americano’.

Parzialmente isolazioniste, le idee del Nostro sul futuro degli Stati Uniti possono essere così sintetizzate: costituzione di un sistema economicamente autosufficiente, grazie a forti tariffe doganali, e politicamente indipendente dall’Europa; proposizione del Paese quale potenza leader dell’intero continente americano.

Sia l’adozione della ‘tariffa protettiva’ nel 1816 che la proclamazione della ‘dottrina Monroe’ del 1823 furono in buona parte conseguenza del suo progetto e della sua azione.

Annoverabile tra i più autorevoli uomini politici della sua epoca, Clay fu soprannominato il ‘Grande pacificatore’ avendo arbitrato molte volte tra Nord e Sud cercando di mediare tra le diverse necessità. Sua l’iniziativa sia per il ‘Compromesso del Missouri’ che per il ‘Compromesso del 1850’.

Segretario di Stato con John Quincy Adams – del quale aveva favorito la nomina – fu più volte, invano e con diversi movimenti e partiti, candidato alla Casa Bianca.

Il fatto che non abbia mai vinto costituisce certamente una anomalia.

THURLOW WEED, ‘THE BOSS’

Direttore del Telegraph di Rochester e nemico giurato di Martin Van Buren e della sua ‘Reggenza di Albany’ (così veniva denominata la cricca orbitante attorno al futuro presidente nel periodo in cui faceva il bello e il cattivo tempo, a piacimento, nello Stato di New York), Thurlow Weed (1797/1882) secondo gli storici, è il vero e proprio modello del boss e manipolatore politico dell’Ottocento americano pronto a tutto pur di incrementare i suoi affari e favorire gli amici all’ombra del potere.

Abbracciata la causa anti massonica che, per un certo periodo, fu politicamente assai producente (un partito, appunto, antimassonico presentò un proprio candidato – William Wirt, scelto nella prima convention mai organizzata nella storia USA –  a White House sia pure con pochissimo successo), nel 1827, Weed guidò una crociata contro Van Buren, arrivando, tre anni dopo, a controllare una buona metà dell’elettorato dello Stato della futura Grande Mela e a governare con i suoi accoliti gran parte dell’economia locale.

Avendo, di poi, costatato che il movimento al quale aveva aderito non poteva avere concreti sbocchi a livello nazionale, il Nostro, disinvoltamente, nel 1834, organizzò una coalizione whig e nel 1836 sostenne con forza la candidatura alla presidenza del vecchio generale ed eroe di guerra William Harrison.

Il ‘nemico’ Van Buren vinse ma i suoi giorni di gloria erano contati.

Due anni dopo – nel mentre il Paese era percorso da una grave crisi economica (detta ‘del 1837’) che, per parte sua, indebolì il presidente in carica – l’allievo di Weed e futuro segretario di Stato di Lincoln William Seward diventava governatore del New York. La conquista definitiva di Albany gettava le basi per la vittoria di Harrison nel 1840.

Van Buren e i suoi erano finalmente estromessi da tutti i palazzi del potere e Weed aveva in mano il Paese.

Tanta perseveranza e ferocia avrebbero meritato un premio. Così non fu, visto che il neo presidente  restò in carica un mese morendo di polmonite!

Pur in seconda fila da allora in poi, comunque, Weed fu capace di restare a lungo a galla tanto che Abraham Lincoln lo ebbe quale consigliere durante la Guerra di Secessione.

MARTIN VAN BUREN: UN PRESIDENTE OK!

Uno dei più dimenticati tra i presidenti americani – almeno presso il grande pubblico – è Martin Van Buren (il quale, peraltro, fino alla elezione di George Herbert Bush nel 1988, deteneva un primato essendo stato l’ultimo vice presidente ad avere raggiunto la Casa Bianca, precisamente nelle elezioni del 1836, nel mandato immediatamente successivo a quello nel quale era ‘secondo’ a Washington).

Eppure, al di là della sua comunque importante attività politica, c’è un buon motivo per ricordarlo: se non fosse esistito, l’espressione ‘ok’, che è l’americanismo più diffuso nel mondo, probabilmente non avrebbe mai visto la luce.

Fatto è che nel 1840 i suoi sostenitori, puntando alla conferma (poi mancata) del Nostro alla presidenza,  fondarono un comitato per la rielezione che, prendendo spunto dal soprannome con il quale era noto (‘il mago di Kinderhook’, dal villaggio d’origine nello Stato di New York), si chiamò ‘Old Kinderhook Club’ o, più brevemente ‘OK Club’.

L’espressione ebbe subito enorme successo e fu interpretata altresì come una abbreviazione di ‘oll korrect’ che era, vuole il caso, una deformazione scherzosa che da un paio d’anni si usava a Boston in luogo di ‘all correct’ e cioè ‘tutto bene’.

Con il trascorrere dei decenni, dimenticata l’origine ‘politica’, il modo di dire entrò a far parte del linguaggio comune in tutto il mondo, tanto che nel 1932, alla Conferenza delle telecomunicazioni di Madrid fu riconosciuto come ‘segnale internazionale’.

Per finire, Van Buren va ricordato anche per una seconda particolarità: si chiamava, infatti, in suo onore, Martin Van Buren Bates il gigante americano alto duecentoventi centimetri che il 18 giugno 1871, a Londra, sposò la canadese Anna Hanen Swan, la quale, a sua volta, raggiungeva i duecentoventisette centimetri. Fu quello ‘il più alto matrimonio della storia’!

JOHN TYLER: IL TEXAS ENTRA NELL’UNIONE

Nato il 29 marzo del 1790, membro di una delle più antiche ed aristocratiche (ovviamente, secondo i canoni propri degli Stati Uniti) famiglie della Virginia, John Tyler partecipò fin da giovane alla vita politica locale arrivando a ricoprire l’incarico di governatore del suo Stato dal 1823 al 1827.

Democratico, fu dapprima eletto alla Camera dei Rappresentanti nazionale e, in seguito, senatore (dal 1827 al 1836).

I suoi principi jeffersoniani e l’innata incapacità di uniformarsi alle ferree leggi di partito lo posero in contrasto con il presidente Jackson e lo portarono ad aderire al movimento whig avvicinandolo alle posizioni dell’ex Segretario di Stato Henry Clay che del nuovo partito era il leader.

Nel 1840 la Convenzione whig lo indicò quale candidato alla vicepresidenza ponendolo al fianco del generale William Harrison. Vinte a man bassa le elezioni, Tyler si ritrovò presidente del tutto inaspettatamente a seguito della morte di Harrison per polmonite all’incirca un mese dopo il suo insediamento.

Era il 6 aprile del 1841 e per la prima volta un vice presidente arrivava alla Casa Bianca per successione mortis causa.

Benché privo dell’appoggio di un qualsiasi partito (inviso ai democratici che lo consideravano un transfuga, lo era anche ai whigs che pure ne avevano accompagnato l’ascesa), il decimo presidente seppe comunque distinguersi e a suo merito vanno ascritte importanti decisioni quali la riorganizzazione della Marina e la costruzione della prima linea telegrafica tra Washington e Baltimora.

Al termine del mandato (decadde il 3 marzo 1845), Tyler non si ripresentò e tornò volentieri alla politica locale.

Sostenitore del Sud e dei diritti dei singoli Stati ma contrario alla secessione, il Nostro, all’inizio del 1861, presiedette la Conferenza di pace di Washington, vano tentativo di riappacificazione tra Nord e Sud fallito il quale si schierò con quei moderati che approvarono l’uscita della Virginia dall’Unione. Poco prima della morte (18 gennaio 1862), fu eletto deputato al Congresso della Confederazione sudista.

Ma non è possibile tracciare un sia pur breve profilo di Tyler senza parlare dell’annessione del Texas, argomento questo che aveva infiammato la campagna elettorale del 1844 che aveva visto, alla fine, prevalere il democratico James Polk il quale dell’entrata nell’Unione dello Stato della Stella solitaria era strenuo sostenitore.

Desideroso di ritirarsi dalla scena politica nazionale in un alone di gloria, John Tyler, subito dopo le or ora ricordate elezioni e quindi nel novembre del 1844, dichiarò che scegliendo Polk gli americani si erano espressi a favore dell’annessione del Texas e propose che il Congresso la realizzasse senza ulteriori indugi mediante una risoluzione congiunta delle due camere. Così operando e forzando il dettato costituzionale (ragione per la quale, ancora oggi, molti indipendentisti texani sostengono appunto l’indipendenza del loro Stato dagli USA), l’annessione avrebbe richiesto la maggioranza semplice, molto più facile da ottenere che non quella dei due terzi necessaria al Senato per la ratifica di un trattato. (Essendo il Texas, infatti, indipendente dal 1836, la sua entrata avveniva a seguito della contrattazione e della firma da parte dei due Stati contraenti proprio di un trattato.)

Alla fine, l’auspicata (da Tyler) risoluzione comune, seppur ampiamente e variamente contrastata, fu approvata dalla Camera con centoventi voti a favore e novantotto contro e dal Senato con ventisette contro venticinque.

John Tyler la firmò il primo marzo 1845 – due soli giorni prima della scadenza del suo mandato – e  con questa firma, seguita a luglio dal voto di accettazione texano e a dicembre dall’ammissione ufficiale del Texas nell’Unione, passò, come voleva, alla storia.

JAMES POLK, IL PRIMO ‘DARK HORSE’

Originario del North Carolina, avvocato, democratico ‘jacksoniano’, James Polk (1795/1849) dopo una brillante e veloce carriera politica a livello locale, fu a lungo speaker della Camera. L’esperienza gli valse, nel 1844, la nomination per la Casa Bianca in un momento particolarmente difficile per il partito dell’asino nel quale si combattevano ferocemente l’ex presidente Martin Van Buren e il futuro capo dello Stato James Buchanan.

Candidato di compromesso e per ciò considerato un vero ‘dark horse’ (‘cavallo scuro’ o ‘imprevedibile’) dalle ridottissime possibilità, Polk, sorprendentemente, sconfisse nelle elezioni novembrine l’ottimo whig Henry Clay.

Già annesso con qualche forzatura da Tyler il Texas, all’espansionista democratico restava da risolvere la questione relativa all’Oregon che – lo aveva sostenuto nella campagna elettorale – andava “rioccupato”, come se, insieme allo Stato della Stella solitaria, fosse (cosa assolutamente non vera) appartenuto in precedenza agli USA.

Polk riuscì nell’impresa dichiarando e vincendo la Guerra Messicana e raggiungendo con la Gran Bretagna un accordo che fissava il confine tra Stati Uniti e Canada al quarantanovesimo parallelo.

Al termine del conflitto con il Messico (che buona parte del Congresso non voleva), il trattato di Guadalupe Hidalgo (2 febbraio 1848) sanciva il passaggio in mano americana di vastissimi territori oggi facenti parte del Nuovo Messico, dello Utah, dell’Arizona, del Nevada e della California. In cambio, il pagamento di una indennità di quindici milioni di dollari.

(Per inciso, la Guerra Messicana fu un ottimo banco di prova per molti giovani diplomati di West Point che in seguito diventeranno famosi. Fra gli altri: Robert Lee, Ulisse Grant, Thomas ‘Stonewall’ Jackson e George McClellan, destinati a combattersi nella Guerra di Secessione.)

Circonfuso di gloria seppur fortemente contestato dai whig, James Polk, nel 1848, come aveva promesso, non sollecitò un secondo mandato e si ritirò dalla politica.

IL ‘FREE SOIL’, L’ALTERNATIVA A TAYLOR (E A CASS)

Zachary Taylor, morto in carica il 9 luglio 1850 (per inciso, i due soli presidenti whig eletti non ebbero molta fortuna visto che sia lui che William Harrison passarono a miglior vita per cause naturali nel corso del loro mandato), era nato nel 1784.

Più che per la sua azione politica, che non ebbe in verità modo di esplicarsi se non a proposito della spinosissima questione concernente l’annessione all’Unione della California la cui Costituzione antischiavistica minacciava di compromettere il delicato equilibrio allora ancora in essere tra Nord e Sud (Taylor, al riguardo, assunse una posizione assolutamente contraria al Compromesso del 1850 attraverso il quale Henry Clay cercava di salvare capra e cavoli), il dodicesimo presidente USA è da ricordare per la sua onorevolissima carriera militare.

Tenente di fanteria nel 1808, nel corso dei quasi quarant’anni passati a servire il Paese aveva combattuto gli inglesi (Guerra del 1812) e gli indiani arrivando al grado di generale durante la ‘Seminole War’. La fama – che gli garantirà, come ad altri militari prima e dopo di lui, la candidatura a White House – lo raggiunse nel corso della Guerra Messicana che, con il successo conseguito a Palo Alto, la conquista di Monterey e, soprattutto, la vittoria di Buena Vista contro Santa Anna, lo consacrò eroe nazionale.

Di rilievo il fatto che avverso a Taylor, nella campagna per la presidenza del 1848, oltre al democratico Lewis Cass, si presentasse un nuovo ed improvvisato partito antischiavista. Nato dalla fusione tra alcuni esponenti democratici e alcuni whig non contenti del programma proposto dai loro rispettivi movimenti in tema, in particolare ma non solo, di lotta alla schiavitù, il ‘Free Soil’ (Libero suolo) scelse quale candidato l’ex capo dello Stato Martin Van Buren e come suo compagno Charles Francis Adams, figlio di John Quincy Adams e cioè del più accanito sostenitore dei diritti dei neri mai approdato alla Casa Bianca.

Il Free Soil (che ebbe vita breve), pur non ottenendo delegati, non andò affatto male sul piano del voto popolare e il risultato raggiunto, in qualche modo, consentì a molti di prefigurare la nascita di quello che, a partire dal 1854, sarà il partito repubblicano.

MILLARD FILLMORE

Millard Fillmore (1800/1874) fu il secondo vice presidente in ordine di tempo (il primo era stato Tyler) ad approdare alla Casa Bianca in conseguenza della morte dell’eletto.

In carica dal 10 luglio 1850, malgrado fosse personalmente contrario alla schiavitù, per evitare il distacco degli Stati sudisti, subito appoggiò il Compromesso del 1850 (da molti, considerato troppo favorevole al Sud e al quale il suo predecessore si era fortemente opposto) allora in discussione dopo di che applicò rigorosamente la legge che imponeva la consegna degli schiavi fuggiaschi ai proprietari.

La conseguente ed inevitabile sua impopolarità tra gli elettori del Nord gli costò la rielezione nel 1852 visto che nessuno pensò a ricandidarlo. Si riproporrà, invano, quattro anni più tardi, quale terzo incomodo nello scontro tra James Buchanan e il primo repubblicano in corsa per White House John Fremont.

Fillmore, a ben guardare, resta nella storia perché per sua iniziativa una squadra navale americana agli ordini dell’ammiraglio Perry fu inviata in Giappone per imporre a quel Paese l’apertura ai commerci e alle relazioni diplomatiche con l’occidente.

IL DEBOLE ED ESITANTE FRANKLIN PIERCE

In un momento di grave crisi politica e quasi in attesa che nascesse un nuovo movimento (come detto, due anni dopo verrà fondato il partito repubblicano), le elezioni del 1852 videro fronteggiarsi Franklin Pierce (1804/1869) e Winfield Scott.

Il primo era un quasi sconosciuto avvocato del New Hampshire ed aveva lasciato la vita pubblica già dal 1842. Il secondo era un militare di carriera e i whigs (vicini, oramai, alla resa e pronti a disperdersi, cosa che accadrà prima dello scoppio della Guerra di Secessione), che non intendevano riproporre Fillmore, lo scelsero proprio per questo sperando di ripetere il vittorioso percorso a suo tempo compiuto presentando due altri generali, Harrison e Taylor.

Pierce – uomo di compromesso e moderato, debole ed esitante – e i suoi democratici ottennero una facile ed ampia vittoria, ma i seguenti quattro anni furono tra i più travagliati in particolare per le accese polemiche e le discussioni in atto a proposito del cosiddetto Compromesso del 1850.

Da tanto bailamme, la figura del presidente uscì, se possibile, ancora più sminuita.

Non di meno, il Nostro, qualcosa di buono aveva pur fatto. A lui si devono infatti la progettazione di una linea ferroviaria intercontinentale e l’acquisto dal Messico di ottantamila chilometri quadrati di territorio per favorire i collegamenti con la California.

LA CRISI DEL PARTITO DELL’ASINO

Assente dagli Stati Uniti da tempo – era ambasciatore in Gran Bretagna – James Buchanan (1791/1868) ottenne la nomination da parte dei democratici nel 1856 proprio perché, lontano, non aveva preso parte alle violente discussioni ed alle polemiche intercorse nel Paese tra le diverse forze politiche, ed anche all’interno dello stesso partito dell’asino, a proposito, sempre e sempre di più, di schiavismo ed anti schiavismo (si era arrivati al punto che un senatore era stato aggredito a bastonate in Senato da un deputato, restando a lungo inabile).

Già segretario di Stato con Polk, moderato, personalmente contrario alla schiavitù, Buchanan, non fossero bastati i problemi relativi alla contrapposizione via via più forte tra Nord e Sud, dovette affrontare una complessa crisi economica che prese avvio poco dopo la sua entrata in carica.

A causa dell’acuirsi dei contrasti interni al partito che lo aveva espresso, il suo unico mandato fu  inconcludente e nel 1860, alla convenzione di Baltimora, nessuno pensò di poterlo nuovamente sostenere.

Scoppia in questi anni la grande crisi dei democratici che, divisi tra i sostenitori del potente senatore Stephen Douglas e quelli dell’allora vice presidente John Breckinridge, subiscono una grave scissione che li porta a candidare per White House ambedue gli or ora citati contendenti, l’uno contro l’altro.

Della situazione saprà approfittare il neonato partito repubblicano che non solo conquisterà la presidenza in quel 1860 con Lincoln, ma occuperà quasi ininterrottamente la Casa Bianca fino alle consultazioni del 1912, quando, a sua volta diviso, aprirà finalmente la strada della presidenza ad un democratico (Woodrow Wilson). Cinquantadue anni – meno gli otto, a due riprese, di Cleveland – di opposizione!

ABRAMO LINCOLN E LA SCHIAVITU’

Due o tre anni orsono, negli Stati Uniti, fu pubblicato un saggio a firma dello studioso di colore Lerone Bennett (‘Costretto alla gloria: il sogno bianco di Lincoln’), nel quale si sosteneva che il presidente che portò, a costo di una sanguinosissima guerra civile, alla cancellazione della schiavitù e all’emancipazione dei neri era, in realtà, un razzista solo un poco più astuto degli altri.

In sostanza, secondo Bennett, Lincoln avrebbe agito come sappiamo soltanto per minare il potere degli Stati del Sud, mentre sua intenzione era deportare i neri “per rendere l’America bianca come un giglio” (queste, le parole che avrebbe pronunciato al riguardo).

A riprova di quanto affermato, il saggista scriveva che “esistono testimonianze secondo le quali la famosa proclamazione dell’emancipazione del 1863 era diretta agli Stati confederati e non riguardava gli altri Stati schiavisti rimasti nell’Unione”. Di più: “Lincoln si piegò al Proclama per opportunismo subendo la pressione della forte ala abolizionista del suo partito (il repubblicano)”.

Come troppo spesso accade, le ‘nuove’ argomentazioni portate da Bennett per provare le sue supposte ‘rivelazioni’ non sono assolutamente tali per chi conosca la storia, in questo caso quella degli Stati Uniti d’America.

In particolare, il Proclama di emancipazione datato 1 gennaio 1863 (emanato dal presidente non in ragione della propria carica ma quale ‘comandante supremo delle Forze Armate’) era esplicitamente, e non surrettiziamente, applicabile esclusivamente nei territori allora sotto controllo della Confederazione sudista, la qual cosa significava che non aveva validità alcuna nei confronti dei quattro Stati schiavisti (Maryland, Delaware, Kentucky e Missouri) che erano rimasti estranei alla secessione. Ad abundantiam, non era applicabile nemmeno nei territori del Sud al momento già occupati dall’esercito nordista.

Sull’argomento, non esistono semplici ‘testimonianze’ ma una serie completa di documenti arcinoti ed incontrovertibili, tutti ampiamente citati dagli storici.

Quanto, poi, all’influenza avuta su Lincoln dall’ala più fortemente abolizionista del suo partito, è notissimo che già nel dicembre del 1861 la maggioranza del Congresso aveva approvato alcuni primi provvedimenti contro la schiavitù e che nel luglio del 1862 lo stesso Congresso aveva concesso la libertà agli schiavi appartenenti ai proprietari secessionisti ed autorizzato l’arruolamento dei neri (anche se ex schiavi) nell’esercito del Nord.

Così – la storia ce lo racconta senza bisogno di ‘scoperte’ – Lincoln, per parte sua sempre d’accordo con l’operato congressuale, proprio all’inizio del 1863, trovò il clima adatto alla promulgazione del citato Proclama.

Per il resto, se davvero il presidente si fosse azzardato a pronunciare o a scrivere la frase relativa alla deportazione dei neri americani in Africa, i suoi avversari politici ne avrebbero senz’altro fatto uso contro di lui, viste le sue pubbliche posizioni, prima nella campagna per il Senato del 1858 (persa) e poi in quella per la Casa Bianca (come tutti sanno, vinta).

IL GLORIOSO ESERCITO A STELLE STRISCE

Per un attimo o poco più, nel corso della seconda settimana di combattimenti nella recentissima Guerra contro l’Iraq, da parte di molti osservatori, visto il forte rallentamento (se non il blocco) delle armate americane lanciate verso Bagdad, si è temuto (e, in qualche caso, sperato) che il conflitto potesse trasformarsi in una logorante guerra di posizione e si è paventato che il comandante della spedizione, generale Tommy Franks, avesse sbagliato alla grande calcoli, tattica e strategia.

Così non è stato, ma i dubbi in merito avevano una qualche ragione d’essere quando si pensi alla poca capacità assai spesso dimostrata dagli strateghi americani nei trascorsi conflitti (ultimo, quello del Vietnam). Per inciso, ancora oggi, nelle principali Accademie militari americane, si studia l’andamento della celebre battaglia di Little Big Horn (25 giugno 1876), laddove Cavallo Pazzo, a capo dei Sioux Lakota, diede una memorabile lezione a George Armstrong Custer e al suo Settimo Cavalleria.

A ben guardare, perfino il Padre della Patria George Washington – vittorioso, alla fine, sugli inglesi nella Guerra di Indipendenza – dal punto di vista tattico non si dimostrò certamente un’aquila.

Il massimo (o il minimo), però, si ebbe all’epoca della Guerra di Secessione, allorché, per oltre un anno, i due eserciti contrapposti (ovviamente, quello nordista e quello sudista) si scontrarono senza che l’uno o l’altro riuscisse davvero a prevalere.

Fatto è che alla guida degli schieramenti in campo erano ufficiali superiori tutti provenienti dalla celebre Accademia di West Point e tutti allievi del medesimo maestro: Dennis Hart Mahan.

Questi, fervente ammiratore dello storico e stratega di origini svizzere (anche se la sua carriera militare ai più alti livelli si svolse dapprima in Francia e poi in Russia) barone Henri Jomini, alle sue teorie si ispirava e solo quelle insegnava.

Jomini sottolineava in combattimento l’importanza della conquista del territorio e la necessità della presa della capitale del nemico. Aveva il barone delineato una situazione di battaglia nella quale i due eserciti erano schierati su linee opposte, una difensiva e l’altra offensiva, e aveva predisposto una serie di dodici diagrammi che illustravano i possibili ordini da impartire ai combattenti.

Visto che in ben cinquantacinque dei sessanta maggiori scontri armati di tutta quella guerra i generali di entrambi gli eserciti erano stati allievi da Hart Mahan, si comprende come l’uno avesse sempre in mente cosa intendesse fare l’altro e riuscisse facilmente a contrastarlo.

Da quella situazione si uscì solamente dopo la battaglia di Antietam – 17 settembre 1862 – quando finalmente si comprese che era necessario un differente metodo di conduzione della guerra.

Le armate del Nord, affidate di li a poco al futuro presidente Ulisse Grant, presero il sopravvento e, malgrado la strenua ed eroica resistenza, il Sud secessionista, a corto soprattutto di uomini e di armi, fu alla fine sconfitto.

ANDREW JOHNSON E L’’IMPEACHMENT’

Il 19 dicembre 1998 è stato un giorno molto importante  nella storia politico istituzionale degli Stati Uniti perché per la seconda volta in oltre due secoli (la prima fu quella riguardante il diciassettesimo presidente Andrew Johnson) la Camera dei Rappresentanti si è pronunciata a favore della prosecuzione di fronte al Senato della procedura di impeachment nei confronti di un inquilino della Casa Bianca (naturalmente, si trattava di Bill Clinton).

Nemmeno il tanto esecrato Richard Nixon arrivò a questo punto visto che si dimise il 9 agosto del 1974 proprio per evitare la pronuncia della Camera dopo che l’apposita Commissione costituita, come richiede la procedura, per istruire il caso, aveva considerato validi  tre dei capi d’accusa a lui rivolti.

Come accennato, invece, Andrew Johnson, ai suoi tempi, dovette affrontare l’intero iter processuale e, rinviato a giudizio dai deputati, si trovò a difendersi di fronte al Senato.

Nei suoi confronti, un particolare accanimento dell’intero Congresso che, in buona sostanza, non gli perdonava la sua storia politica e che, pretestuosamente, lo accusava di violazione della legge visto che aveva costretto alle dimissioni il segretario alla Guerra Edwin Stanton.

Fatto è che Johnson (la cui carriera a livello locale nelle fila democratiche lo aveva visto governatore del Tennessee e senatore a Washington in rappresentanza di quello Stato), succeduto mortis causa a Lincoln il 15 aprile 1865, con il suo operato conseguente alla fine della Guerra di Secessione (aveva tentato una qualche conciliazione verso gli Stati secessionisti), si era messo in contrasto con buona parte dell’allora dominante establishment repubblicano che, malgrado il suo veto, era riuscito ad imporre una serie di misure vessatorie nel confronti degli ex ribelli.

D’altra parte, la sua stessa situazione era del tutto particolare essendo stato prescelto dal repubblicano Abramo Lincoln (in luogo di Hannibal Hamlin, vice presidente durante il suo primo mandato) come ‘compagno di cordata’ nelle elezioni del 1864 pur appartenendo egli ancora al partito democratico.

La ‘promozione’ traeva spunto dal fatto che Andrew Johnson, unico tra gli esponenti sudisti di primo piano del suo movimento, nel 1861 aveva rifiutato di aderire alla Confederazione degli Stati del Sud.

Stando così le cose, abbandonato come era a se stesso perché malvisto sia dai democratici (che lo consideravano un traditore), sia dai repubblicani (che lo ritenevano una specie di usurpatore  di una poltrona che sarebbe dovuta toccare a loro), il presidente riuscì a cavarsela di fronte al Senato per il rotto della cuffia perché le votazioni sui due capi d’imputazione che lo riguardavano mancarono (la prima per un solo voto e la seconda per due) il raggiungimento del prescritto quorum dei due terzi dei membri presenti, il minimo richiesto dalla Costituzione  per l’allontanamento del presidente (o di chiunque altro tra i funzionari federali sia sottoposto all’impeachment) dal suo incarico.

Il processo, quindi, fu interrotto con un aggiornamento (secondo consuetudine in casi consimili) ‘sine die’ dell’argomento in discussione e Johnson, bene o male, potè così arrivare al termine del suo mandato.

OTTIMO GENERALE, PESSIMO PRESIDENTE

Le elezioni del 1868 videro l’uno di fronte all’altro il repubblicano Ulysses Grant (1822/1885) e il democratico Horatio Seymour, governatore dello Stato di New York durante il conflitto civile.

Benché Grant, ovviamente, godesse di larghissima fama (la campagna GOP puntava quasi esclusivamente sulla cosiddetta ‘giubba insanguinata’ propria dell’eroico generale che aveva guidato sui campi di battaglia il Nord alla vittoria), la sua nomina fu contrastata. E’ vero, vinse in ventisei Stati su trentaquattro, ma con un margine, in termini di voto popolare, risicato, ed è certo che se non avessero potuto esprimersi a suo favore i settecentomila neri degli Stati del Sud da poco riammessi nell’Unione sarebbe stato un presidente minoritario, come, prima di lui, John Quincy Adams.

Insediatosi alla Casa Bianca, l’ex generale dimostrò tutta la propria inadeguatezza. Era totalmente ignaro di politica e di pubblica amministrazione, non conosceva le norme federali, non comprendeva il sistema politico e, soprattutto, nella scelta dei collaboratori (cosa che mise in forte imbarazzo i maggiorenti repubblicani che avevano sperato di poterlo controllare), agiva esclusivamente in base alla simpatia che l’uno o l’altro personaggio sapeva ispirargli.

Dei venticinque ministri che lo affiancarono negli otto anni di presidenza, molti erano veri furfanti e parecchi degli emeriti somari.

Già nel corso del primo mandato diversi, clamorosi scandali lo coinvolsero sia pure marginalmente. Per fare solo un esempio, arrivò ad accettare regali e prestiti da persone che gli chiedevano favori.

Fortuna (per lui) volle che, in vista della tornata elettorale del 1872, i democratici, anch’essi in crisi profonda, decidessero di opporgli un personaggio altrettanto se non più discutibile, il direttore del New York Tribune Horace Greeley .

Grant fu così confermato e fino alle fine la sua amministrazione continuò ad essere pessima e sconvolta dal malaffare. Molti ministri tra i più importanti furono obbligati alle dimissioni perché scoperti con le mani nel sacco. Altri si salvarono per il rotto della cuffia.

Il suo abbandono della politica al termine del secondo quadriennio fu accolto con gioia dalla parte più sana del Paese

Perso in speculazioni sbagliate tutto il patrimonio, Grant visse gli ultimi anni nell’indigenza e solo la pubblicazione nel 1885 delle sue ‘Memorie’ salvò la famiglia dalla povertà!

‘IL COMPROMESSO DEL 1877’

Quando furono resi noti i risultati delle elezioni per la Casa Bianca del 1876 fu evidente che il candidato democratico Samuel Tilden (come nel 2000 Al Gore) aveva ottenuto più voti popolari del suo rivale repubblicano Rutheford Hayes.

A causa del complesso sistema elettorale, però, nessuno dei due poteva contare su un numero di delegati tale da essere proclamato presidente: Tilden aveva centoottantaquattro voti, Hayes  centosessantasei, mentre erano in discussione i diciannove delegati complessivamente spettanti alla Carolina del Sud, alla Louisiana e, incredibilmente, alla Florida (così come nel 2000).

Entrambi i candidati li reclamavano e tutti e tre gli Stati in questione avevano reso noti due diversi e contrastanti risultati.

Passarono mesi turbolenti. Il repubblicano Hayes (ancora, come nel 2000 G. W. Bush) aveva bisogno di tutti i diciannove voti per ottenere la nomina. A Tilden ne bastava uno solo.

A detta degli storici, è molto difficile dire chi avesse davvero diritto ai delegati in ballo. I democratici erano accusati di aver fatto ricorso a metodi intimidatori, i repubblicani di essere responsabili di brogli. In conclusione, la maggior parte degli studiosi è del parere che a Hayes probabilmente spettassero i delegati della Carolina del Sud e della Louisiana, ma che a Tilden toccassero quelli della Florida, la qual cosa gli avrebbe consentito di vincere.

Comunque, nel febbraio del successivo 1877 (all’epoca, si entrava in carica il 4 marzo e non, come dal 1937, il 20 gennaio dell’anno successivo a quello elettorale), la Commissione nominata dal Congresso per dirimere la faccenda decise di assegnare tutti i voti contestati a Hayes. Fu una delibera chiaramente viziata da spirito di parte con gli otto membri repubblicani della Commissione schierati contro i sette democratici.

Questi ultimi, convinti di essere vittime di un sopruso, minacciarono l’ostruzionismo al Congresso al momento del conteggio formale dei voti, così da lasciare il Paese senza presidente alla scadenza del mandato di Grant.

Una serie di contatti dietro le quinte in particolare tra democratici del Sud e repubblicani portò, alla fine, ad una soluzione informale nota come ‘il Compromesso del 1877’.

In cambio del proprio assenso alla elezione di Hayes, gli aderenti al partito dell’asino ottennero la garanzia che il nuovo presidente avrebbe ritirato le ultime truppe  federali dal Sud, avrebbe affidato ad un sudista un incarico di spicco nel governo e avrebbe sostenuto le richieste del Sud in materia di aiuti per la ricostruzione della ferrovie. Subito dopo essere entrato in carica, Hayes mantenne tutte le promesse.

Per arrivare alla or ora descritta soluzione, si dovette aspettare le fine di febbraio del 1877 e Hayes prevalse così con centoottantacinque voti contro centoottantaquattro.

GARFIELD E ARTHUR

James Garfield (1831/1881) è, secondo la leggenda, l’ultimo presidente USA nato in una capanna di tronchi. Repubblicano dalla costituzione del partito, colonnello dell’esercito durante la Guerra di Secessione, deputato dal 1862 al 1880, inopinatamente, proprio in vista della presidenziali del 1880, venne scelto quale candidato di compromesso a White House del GOP da una convenzione fortemente divisa tra i sostenitori di Grant (che, incredibilmente, considerando i suoi disastrosi otto anni di Casa Bianca, chiedevano per il loro uomo un terzo mandato), quelli di James Blaine (di poi sconfitto da Cleveland nel 1884) e quelli dell’allora ministro del tesoro John Sherman.

Il Nostro fu eletto con una delle maggioranze più esigue della storia, ma non ebbe tempo di far valere le proprie capacità visto che uno squilibrato lo ferì a morte il 2 luglio 1881 (a soli quattro mesi dall’entrata in carica) alla stazione ferroviaria di Washington.

L’attentatore, catturato, dichiarò di aver voluto uccidere Garfield per consentire al vice presidente Chester Arthur di prenderne il posto!

Così effettivamente avvenne dopo il decesso dell’ex colonnello che passò a miglior vita il 19 settembre successivo.

Arthur (1829/1886) – che in precedenza era noto soprattutto per la sua appartenenza al disinvolto gruppo di potere che controllava lo Stato di New York – a sorpresa, si dimostrò assolutamente sopra le parti ed intraprese la riforma della pubblica amministrazione. Ciò, lungi dal favorirlo politicamente, pur rendendolo popolare, gli alienò le simpatie dell’apparato repubblicano che, nel 1884, gli negò la nomination.

GROVER CLEVELAND, VENTIDUESIMO E VENTIQUATTRESIMO PRESIDENTE

Grover S. Cleveland (1837/1908) è da ricordare non soltanto per la sua azione politica, ma anche per due specifiche ragioni. E’ il primo ed unico presidente eletto due volte non consecutivamente, motivo per il quale viene conteggiato sia come ventiduesimo che come ventiquattresimo capo di Stato USA. E’ il solo democratico che abbia vinto la corsa alla Casa Bianca nel periodo che va dal 1860 (elezione di Lincoln) al 1912 (affermazione di Wilson) in un lungo momento storico dominato dai repubblicani.

Già governatore dello Stato di New York e prima ancora sindaco di Buffalo, Cleveland, nel 1884, ottenne a sorpresa la nomination alla convenzione democratica. All’epoca, il partito dell’asino era fortemente diviso al proprio interno e due diverse e contrapposte anime si contendevano la maggioranza: quella legata alle masse operaie e contadine e quella corrotta e condizionata dai centri di potere finanziario e industriale.

Il Nostro vinse ma la sua amministrazione nel corso del primo mandato fu gravemente menomata proprio dalle divisioni or ora descritte visto che si trovò contro la cricca degli affaristi facenti capo al suo movimento che non era riuscito ad eliminare.

Nel 1888, nuovamente in corsa malgrado tutto, fu sconfitto per voti elettorali (quelli popolari gli furono inutilmente favorevoli) dal repubblicano Benjamin Harrison, nipote dell’ex presidente William Harrison.

Tornato in sella vincendo nel 1892, gli toccò fronteggiare notevoli problemi di ordine sociale anche a seguito della crisi economica del 1893 e, fra l’altro, nel 1894 fu obbligato ad ordinare alle truppe federali di reprimere con la forza lo ‘sciopero Pullman’.

Importante la sua politica estera in specie nel 1895, allorché riuscì ad imporre alla Gran Bretagna l’arbitrato in relazione ad una grave disputa insorta circa i confini tra Guyana Britannica e Venezuela.

IL NIPOTE PRESIDENTE

Se due, fino ad oggi, sono stati gli inquilini della Casa Bianca figli di un loro predecessore (John Quincy Adams e George Walker Bush), in un solo caso a White House è arrivato un nipote di uno degli ex capi dello Stato. Si tratta di Benjamin Harrison (1833/1901), appunto discendente del nono presidente William Harrison.

Esponente dell’ala più radicale del partito repubblicano, strenuo oppositore in Senato di Grover Cleveland, il secondo Harrison fu scelto dalla convenzione del GOP nel 1888 per sfidare il presidente in carica.

Nella campagna che seguì – definita “la più corrotta della storia degli Stati Uniti” – il denaro la fece da padrone e fu usato a man bassa per comprare voti dall’una e dall’altra parte.

Alla fine, Cleveland ottenne un maggior numero di suffragi popolari ma un minor numero di delegati e il Nostro approdò alla presidenza.

Assai attivo in politica estera, in economia il ventitreesimo capo dello Stato USA si oppose alla tendenza liberista in atto e cercò, inadeguatamente, di porre un argine allo strapotere finanziario dei grandi gruppi industriali del Nord.

L’incipiente crisi economica (scoppierà nel 1893) e l’elevato tasso di inflazione impediranno la rielezione di Harrison che, nel 1892, dovette restituire lo scranno a Cleveland, candidato per la terza volta dai democratici.

WILLIAM JENNINGS BRYAN

Al termine della convention democratica di Chicago del 1896, la maggioranza dei delegati, ripudiata la politica di Grover Cleveland e dei suoi sostenitori, candidò alla presidenza William Jennings Bryan.

Trentaseienne e per ciò stesso il più giovane aspirante alla Casa Bianca mai prescelto dai due maggiori partiti (la Costituzione prescrive che si debbano avere almeno trentacinque anni compiuti), Bryan era arcinoto in tutto il Paese come un magnifico e torrenziale oratore e un integerrimo sostenitore dei valori della tradizione.

La scelta democratica spiazzò il partito populista – all’epoca, particolarmente attivo e seguito – che si trovò obbligato a sostenerlo pur proponendo un proprio diverso candidato alla vice presidenza. (Per inciso, straordinario il caso di un pretendente a White House affiancato da due differenti possibili vice.)

Bryan percorse l’intera nazione in lungo e in largo, totalizzando trentamila chilometri in treno, in diligenza e a cavallo e tenendo seimila comizi mentre il repubblicano McKinley preferiva servirsi quasi esclusivamente dell’apparato del proprio partito ampiamente foraggiato dagli industriali e dai banchieri di maggior peso che temevano fortemente le riforme, in larga parte populistiche, proposte dal democratico.

Alla fine, malgrado Bryan si fosse affermato in tutto il Sud e nel West, la vittoria arrise a McKinley.

Non domo, il Nostro si ripropose quattro anni dopo contro lo stesso avversario, purtroppo con il medesimo esito.

Sconfitto anche alla convenzione del 1904 dal conservatore Alton Parker (nel successivo novembre, travolto con l’intero partito dell’asino da Theodore Roosevelt), nel 1908 Bryan ebbe la sua ultima chance ma, pur riportando a galla i democratici, ebbe la peggio e presidente divenne il delfino del primo Roosevelt, William Taft.

Segretario di Stato con Woodrow Wilson – che aveva sostenuto nella campagna elettorale del 1912 contro lo stesso Taft e il redivivo Theodore Roosevelt – dal 1913, contrario ad un intervento americano nella Prima Guerra Mondiale, si dimise nel giugno del 1915.

Dieci anni dopo, ancora popolarissimo, partecipò in veste di esperto della Bibbia al celeberrimo ‘processo della scimmia’ (il primo seguito alla radio in tutti gli Stati Uniti), tenutosi a Dayton, nel Tennessee, laddove una legge locale proibiva l’insegnamento di qualsiasi teoria evoluzionista nelle scuole pubbliche. Un giovane docente di biologia – John T. Scopes – aveva violato il divieto e, conseguentemente, era stato arrestato e sottoposto a giudizio.

Il processo vide in aula un drammatico confronto tra Bryan – che, ovviamente, difendeva il fondamentalismo biblico – e Clarence Darrow, agnostico dichiarato ed uno dei migliori avvocati del Paese.

Scopes fu condannato simbolicamente ad una piccola ammenda e William Jennings Bryan, umiliato dall’esito dello scontro dialettico che lo aveva visto soccombere anche per le astuzie procedurali messe in atto da Darrow per impedirgli la replica finale sull’efficacia della quale il Nostro molto contava, morì poco dopo per un colpo apoplettico.

WILLIAM MC KINLEY

Oramai al tramonto Grover Cleveland – il partito democratico ne ripudiò la linea politica nel corso della convenzione del 1896 optando per il populista Bryan – pressoché certi di riconquistare la Casa Bianca, i repubblicani, riuniti a St. Louis, si schierarono in maggioranza a favore di William McKinley (1843/1901), già deputato e senatore e per tre volte governatore dell’Ohio.

A ben vedere, la scelta fu in parte determinata dalle manovre congressuali di Mark Hanna, ricco industriale e boss politico di Cleveland, che si spese a favore del suo conterraneo.

Il giorno delle elezioni, al termine di una campagna particolarmente violenta almeno sul piano dei contrasti in campo economico tra il conservatore repubblicano e il, per molti versi, rivoluzionario Bryan, si recò alle urne un numero eccezionale di elettori: due milioni in più rispetto a quattro anni prima.

McKinley vinse nettamente e, baciato dalla fortuna, vide, poco dopo il suo insediamento e senza che avesse avuto il tempo di operare in qualche modo al riguardo, terminare la lunga depressione che aveva fiaccato il Paese a far luogo dal 1893.

La sua amministrazione fu caratterizzata, in politica estera, dall’espansionismo. Intervenne, infatti, a favore degli insorti cubani e fece guerra alla Spagna (1898/1899), ottenendo, alla fine, le Filippine, Portorico e Guam.

Rieletto trionfalmente nel 1900 in un momento di grande prosperità, fu ferito il 9 settembre del 1901 da un anarchico a Buffalo e morì cinque giorni più tardi.

Lasciò, in tal modo, la presidenza a Theodore Roosevelt, che il già citato Hanna definiva “quel maledetto cow boy”, la qual cosa ne sottolineava l’indipendenza.

Sarà un cambio epocale visto che il primo Roosevelt si rivelerà un progressista a tutto tondo.

TEDDY ROOSEVELT E IL ‘GROSSO BASTONE’

Repubblicano, Theodore Roosevelt (1858/1919) era un vero riformatore progressista e, man mano, si andò dimostrando un presidente bellicoso in politica internazionale e interventista nelle questioni interne che riguardassero la società civile e i diritti delle minoranze di ogni possibile tipo.

Per ‘Teddy’ la presidenza era una straordinaria tribuna dalla quale esortare la nazione al compimento di sempre più grandi imprese.

Nei suoi quasi due mandati (fu trionfalmente confermato nel 1904 travolgendo il democratico Alton Parker), e in particolare nel corso del secondo nel quale ebbe modo di liberare tutto il proprio trascinante progressismo, attaccò selettivamente i monopoli e i trust proteggendo e garantendo i diritti dei singoli cittadini, sostenne la legislazione per la tutela ambientale, creò il sistema federale di regolamentazione in tema di alimenti e di medicinali, snellì la burocrazia.

In politica estera, nel dicembre del 1904, in un famoso messaggio al Congresso, proclamò il ‘corollario’ che prese il suo nome nel quale prometteva che gli Stati Uniti avrebbero agito da quel momento in avanti come una forza di polizia internazionale “che cammina silenziosamente ma porta un grosso bastone” A dimostrazione del fatto che non aveva parlato a ruota libera e che gli USA erano oramai una grande potenza mondiale, mandò in giro per il globo la flotta in armi.

Il primo Roosevelt, inoltre, ottenne in affitto la zona del canale di Panama che fece costruire e ricevette nel 1906 il premio Nobel per la Pace per l’opera di mediazione svolta in occasione della Guerra Russo Giapponese.

Amatissimo e senz’altro in grado di restare ancora quattro anni a White House, lasciò volontariamente lo scranno presidenziale al suo ministro della guerra William Taft (1857/1930) che, grazie al sostegno di ‘Teddy’, sconfisse nel 1908 l’eterno candidato del partito dell’asino Bryan.

Sempre battagliero (come aveva altresì dimostrato nel corso della giovinezza andando da volontario a combattere a Cuba e diventando un eroe nazionale), Roosevelt tornerà un’ultima volta in pista nel 1912 per defenestrare proprio Taft che non si era dimostrato un buon delfino.

Il suo radicalismo porterà però il partito repubblicano, al comando da una infinità di anni, alla sconfitta.

ROBERT LA FOLLETTE E LA ‘WISCONSIN IDEA’

In un’epoca (i primi decenni del Novecento) nella quale il progressismo sembrava dominare la vita politica e sociale americana tanto che numerosi esponenti di quella corrente arrivarono ad occupare importantissimi governatorati (Hiram W. Johnson in California, Jeff Davis in Arkansas, James K. Vardaman in Mississippi, Hoke Smith in Georgia, Charles Evans Hughes nel New York e, naturalmente, Woodrow Wilson in New Jersey), ecco emergere la forte figura di Robert ‘Fighting Bob’ M. La Follette (1855/1925).

Uomo integerrimo e fiero, mai incline al compromesso, La Follette portò a termine un vasto programma di riforme nei sei anni nei quali fu governatore del Wisconsin (1900/1906). Affrancatosi dai vincoli della locale assemblea legislativa fortemente conservatrice, diede un efficace regolamento alle ferrovie, stabilì eque imposte sui redditi e a proposito di eredità, limitò fortemente la dirompente corruzione, regolò banche e compagnie di assicurazione, diminuì le ore di lavoro delle donne e dei bambini, adottò il sistema meritocratico nella nomina dei funzionari, impose le primarie per la scelta dei candidati ad incarichi politici.

Elemento portante della sua rivoluzione (come altrimenti definirla?), la cosiddetta ‘Wisconsin Idea’ e cioè la strettissima collaborazione tra governo locale ed università i cui docenti fornivano pareri e consigli e facevano parte delle diverse commissioni create per studiare e risolvere i più differenti problemi amministrativi e sociali.

Theodore Roosevelt, guardando al Wisconsin di La Follette, parlò di “laboratorio della democrazia”.

Successivamente senatore, il Nostro fu sconfitto, pur avendo ottenuto un discreto numero di delegati, alla convention repubblicana in vista delle presidenziali dei 1912.

Contrario all’intervento americano nella Prima Guerra Mondiale, su questo fu acerrimo rivale di Wilson che, per il resto, aveva appoggiato.

Ancora una volta fuori dal coro, nel 1924 si oppose a Coolidge (che cercava una riconferma a White House) e al candidato democratico John W. Davis mettendosi alla testa di un nuovo movimento (non volle definirlo ‘partito’) progressista. L’esito fu lusinghiero visto che, con soli duecentomila dollari di finanziamento per l’intera campagna e malgrado l’improvvisazione, sconfisse Davis in undici Stati compresa la California e conquistò tredici delegati al collegio nazionale.

Fu il canto del cigno ma la sua opera riformatrice sarà portata avanti dal figlio, Robert M. La Follette junior.

COME WOODROW WILSON ARRIVO’ ALLA CASA BIANCA

In occasione delle Mid Term Elections del 1910, il partito repubblicano (al cui interno molti criticavano aspramente – tanto da essere definiti ‘insorti’ – il presidente William Taft che pure era espressione del GOP) fu gravemente sconfitto e i democratici, dal 1894 in minoranza, ripresero il controllo del Congresso.

Era chiaro a quel punto che riproponendo nel 1912 il delfino di Theodore Roosevelt gli aderenti al movimento dell’elefante avrebbero perso White House e sarebbero andati incontro ad un disastro.

Alla ricerca di un candidato alternativo, gli ‘insorti’ fondarono la National Progressive Republican League e, per un istante, pensarono di proporre per la nomination Robert M. La Follette, il quale, peraltro, benché idolatrato nel Middle West, non aveva la necessaria statura a livello nazionale.

Fu così che decisero di fare le opportune pressioni su Theodore Roosevelt perché tornasse sulle proprie decisioni e a fare politica.

L’ex presidente, per quasi otto anni con grande successo alla Casa Bianca e premio Nobel per la Pace, aveva volontariamente rifiutato un nuovo mandato nel 1908 ed indicato il suo ministro della guerra Taft come successore. Era quindi partito per un lungo viaggio, seguitissimo dalla stampa americana e non solo, in Africa e in Europa e, rientrato in patria nel 1910, era stato accolto come un trionfatore a New York.

Scontento della politica conservatrice della nuova amministrazione, dopo averne criticato l’operato durante tutto il 1911, nel febbraio successivo, cedendo alle mille insistenze, Roosevelt annunciò la propria discesa in campo e l’intenzione di contendere a Taft la nomination repubblicana.

Nettamente preferito al rivale dagli elettori del GOP, nei tredici Stati nei quali, per la prima volta, si tennero le primarie stravinse e si presentò alla convenzione di giugno a Chicago con duecentosettantotto delegati, contro i quarantotto del presidente in carica e i trentasei di La Follette.

Taft, però, controllava il partito e, con un sotterfugio, ottenne che alcuni seggi contestati fossero sottratti all’avversario così da essere prescelto al primo ballottaggio.

I sostenitori di Roosevelt lasciarono la convention e due mesi dopo fondarono il partito progressista del quale, naturalmente, l’ex capo dello Stato era il portabandiera.

Il programma del nuovo movimento (che risentiva non solamente delle idee di Theodore ma anche di quelle di La Follette e degli altri numerosi riformatori che dall’inizio del secolo avevano preso in mano molti Stati conquistandone la guida) prevedeva tra l’altro il referendum, la revoca dei mandati, il voto alle donne (che ancora non l’avevano), le primarie e vastissime riforme sociali quali il salario minimo garantito alle donne, la legge sul lavoro minorile, l’indennizzo ai lavoratori e i sussidi di disoccupazione, la pensione agli anziani e la creazione di apposite agenzie federali per il controllo e il regolamento del mondo degli affari, dell’industria e della finanza.

La fuoriuscita dei seguaci di Roosevelt dal GOP aumentò enormemente le possibilità democratiche di riconquistare la presidenza. Riuniti a Baltimora, alla fine, i delegati del partito dell’asino, respinta l’autorevole candidatura dello speaker della Camera Champ Clark, al quarantaseiesimo scrutinio, scelsero il governatore del New Jersey Woodrow Wilson che affrontò i rivali sulla base di un programma non molto difforme da quello rooseveltiano e comunque dettato da William Jennings Bryan che rimaneva pur sempre uno degli uomini di punta del movimento.

Benché fossero quattro i contendenti (a Wilson, Taft e Theodore Roosevelt si era aggiunto, come quasi sempre in quegli anni, il socialista Eugene Debs), la lotta in quel 1912 si risolse in un duello tra il democratico e il progressista.

La divisione in campo repubblicano consentì a Wilson (che ottenne solo il quarantadue per cento dei voti popolari) di vincere, ma ‘Teddy’ conseguì il miglior risultato mai raggiunto, neppure successivamente, da un ‘terzo uomo’ alle presidenziali e stracciò Taft che riuscì ad affermarsi in soli due Stati.

Subito dopo, il partito progressista nazionale (troppo legato alle sorti del proprio candidato a White House) si dissolse e i suoi aderenti, pian piano, rientrarono tra i repubblicani.

CALVIN COOLIDGE: IL BOOM PRIMA DEL CROLLO

Governatore del Massachusetts dal 1919 al 1921, Calvin Coolidge (1872/1933) divenne improvvisamente famoso a livello nazionale per la fermezza dimostrata nel reprimere, nel 1919, uno sciopero dei poliziotti di Boston.

In un momento politico nel quale, dopo tre decenni circa di progressismo e di forti contrasti, a Prima Guerra Mondiale terminata, la massima aspirazione della gran parte dei cittadini sembrava essere quella di arrivare ad una ‘normalizzazione’ (qualunque cosa tale espressione volesse significare), la convenzione repubblicana del 1920 lo scelse quale candidato alla vice presidenza inserendolo nel ticket a fianco di Warren Harding.

Sopravvissuto – in forza della propria incorruttibilità e della rettitudine che lo distingueva dai molti politici affaristi che infestavano all’epoca la vita pubblica – ai molti scandali che accompagnarono il breve mandato di Harding (il quale, comunque, nel momento della dipartita, fu pianto dal popolo che lo amava), Coolidge arrivò alla presidenza il 3 agosto 1923.

Da subito, per la maggior parte degli americani, divenne una specie di totem, un simbolo altamente apprezzato dei valori tradizionali che il progressismo degli ultimi anni sembrava in parte avere messo in ombra.

Rieletto a furore di popolo nel 1924, travolgendo il debole democratico Davis e La Follette, da liberista in economia quale era, Coolidge governò un Paese in apparenza particolarmente prospero nel quale ben pochi si rendevano conto che il boom in corso (determinato anche da una vera rivoluzione nel campo dei trasporti: si pensi solamente all’automobile!) in quella che fu chiamata ‘l’età del jazz’ già prefigurava la tremenda crisi del 1929.

Rifiutata nel 1928 una nuova nomination che, data la sua popolarità, lo avrebbe portato ancora senza fatica a White House, il Nostro si ritirò a vita privata aprendo la strada ad Herbert Hoover il quale sembrava avere tutte le necessarie qualità per essere un grande presidente.

I fatti, purtroppo, si incaricarono di dimostrare che così non era e, nel giro di pochi mesi a Grande Depressione in atto, fu chiaro che i suoi programmi non erano assolutamente all’altezza della situazione.

ALFRED SMITH, IL PRIMO CATTOLICO

IN CORSA PER WHITE HOUSE

Il primo cattolico che osò (dati i tempi, si trattò di una vera sfida) pensare alla presidenza non fu, come molti credono, John F. Kennedy ma Alfred E. Smith (1873-1944).

Orfano a quindici anni e costretto a lasciare la scuola per lavorare come contabile per mantenere la madre e i quattro fratelli minori, Smith si dimostrò subito un vero ‘animale’ politico.

Membro dell’assemblea dello Stato di New York per i democratici nel 1902, in seguito sceriffo della Contea (sempre di New York) e presidente del circolo comunale, Alfred, nel 1918, arrivò facilmente al governatorato dello Stato venendo di poi rieletto, con l’eccezione del 1920, altre tre volte.

Contrapposto, nel 1924, nella convention nazionale del partito dell’asino che si svolgeva al Madison Square Garden, a William Gibbs McAdoo (genero dell’ex presidente Wilson e già ministro del Tesoro), risultati inutili ben centodue scrutini, si vide obbligato, insieme al rivale, a ritirare la candidatura a favore di John Davis che venne così nominato alla centotreesima votazione per essere poi battuto dal capo dello Stato uscente il repubblicano Calvin Coolidge.

Tornato alla carica nel 1928, ‘l’eroico guerriero’ (in tal modo lo aveva battezzato, presentandolo ufficialmente in questa seconda occasione ai delegati, Franklin Delano Roosevelt), sia pure con difficoltà, ottenne la tanto sospirata nomination ed ingaggiò un aspro duello con il concorrente prescelto dal Gop Herbert Hoover.

Come scrive Michael Parrish in ‘L’età dell’ansia’, “lo scontro tra Hoover e Smith è stata l’ultima epica battaglia culturale degli anni Venti, una battaglia tra opposte realtà religiose, etniche e geografiche. Cattolicesimo irlandese (quello di Smith), contro protestantesimo, città contro campagna, proibizionisti contro antiproibizionisti…Smith rappresentava le classi lavoratrici urbane, Hoover il management capitalista illuminato”.

I due fattori che decisero – rovinosamente per il Nostro che si affermò solo in otto Stati su quarantotto – la tenzone furono la sua posizione sul proibizionismo (voleva abrogare l’Emendamento che lo aveva introdotto e perciò fu brutalmente accusato di essere un ubriacone) e, soprattutto il suo conclamato cattolicesimo (nel suo ufficio di governatore ad Albany campeggiava un ritratto di papa Pio XI con la dedica: ‘Al mio amatissimo figlio Alfred Smith’).

Dai più fanatici tra gli avversari fu addirittura accusato di cospirare con il papa per distruggere la libertà religiosa e politica del Paese!

Trentadue anni dopo, in una situazione economica, culturale, sociale e politica del tutto diversa, il cattolico Kennedy arrivava, sia pure per il rotto della cuffia e con il decisivo e spesso malandrino aiuto della ‘macchina’ del partito democratico negli Stati da questo governati, alla Casa Bianca.

Anche lui, comunque, dovette affrontare non poche difficoltà a causa del suo credo. Rendendosi conto che la religione poteva diventare un grave handicap negli Stati del Sud, pensò di ottenere il loro sostegno scegliendo come candidato alla vice presidenza il senatore texano Lyndon Johnson. Durante la campagna elettorale cercò di mettere in secondo piano la questione e in un discorso ai pastori protestanti tenuto a Houston rifiutò decisamente di essere etichettato come ‘il candidato cattolico’ alla presidenza e si appellò agli americani perché smentissero finalmente il detto secondo il quale nessun ‘papista’ poteva essere eletto capo dello Stato. Gli andò bene.

UN COMUNISTA ALLA CASA BIANCA?

Per quanto la cosa possa sembrare strana o addirittura impossibile, negli Stati Uniti, fin dal 1919, anno della fondazione, esiste ed opera, tra alti e bassi e spesso semiclandestinamente, il Partito Comunista Americano. Nato classicamente a seguito di una scissione dal Partito Socialista, il CPUSA (Communist Party of the United States of America) ha avuto nel tempo qualche seguito tra i lavoratori e, almeno nei primi anni Trenta, un notevole successo tra gli intellettuali.

Il suo massimo esponente fu William Zebulon Foster che arrivò in tre diverse occasioni a candidarsi per la Casa Bianca.

Originario del Massachusetts dove era venuto al mondo nel 1881, Foster fu dapprima apprendista presso uno scultore per poi trascorrere tre anni in mare e passare quindi a nuove, diverse esperienze lavorative nell’industria.

Membro del Partito Socialista dal 1901, guidò con successo la sindacalizzazione dei lavoratori dei mattatoi di Chicago e, dopo avere preso parte al cruento sciopero generale dell’acciaio del 1919, entrò nel 1921 nel Partito Comunista diventandone segretario di lì a due anni.

Nel 1924 propose per la prima volta la propria candidatura a White House ottenendo peraltro pochissime migliaia di voti nelle elezioni novembrine.

Nuovamente in corsa nel 1928 pressappoco con gli stessi risultati, dopo il crollo di Wall Street e l’inizio della Grande Depressione, nel 1932, si ripresentò in alternativa e in contrapposizione al presidente uscente repubblicano Herbert Hoover, allo sfidante democratico Franklin Delano Roosevelt e al suo ex compagno socialista Norman Thomas.

Appoggiato dal grande critico letterario Edmund Wilson, Foster, per l’occasione, potè contare sull’adesione di buona parte dei più noti ed autorevoli intellettuali americani. Il manifesto ‘Culture and Crisis’ che per raccogliere consensi alla sua impresa stilò di sua mano Wilson fu infatti firmato, tra gli altri, da Sherwood Anderson, Erskine Caldwell, Malcolm Cowley, Countee Callen, John Dos Passos, Langston Hughes, Grace Lumpkin, Sidney Hook e Lincoln Steffens.

Malgrado la passione, il grande sforzo organizzativo e gli altisonanti nomi dei suoi sostenitori, benché il ‘clima’ conseguente alla drammatica situazione economica e sociale fosse teoricamente a lui favorevole, nell’occasione, William Zebulon Foster raccolse solamente centoseimila voti popolari e dovette riporre per sempre le sue aspirazioni alla presidenza.

Accusato nel 1948, in piena ‘Caccia alle streghe’, di cospirazione politica e attività sovversiva, riuscì ad evitare il processo.

Fedele, malgrado tutto, a Stalin anche dopo la sua dipartita, morì a Mosca nel 1961.

Usciva così, definitivamente, di scena, in volontario esilio, l’unico comunista americano che avesse davvero pensato di conquistare la Casa Bianca.

PAZZI A WHITE HOUSE?

Tempo fa, negli Stati Uniti, ebbe un qualche successo un libro di Anthony Summers (già autore di una buonissima e documentata biografia di J. Edgar Hoover, per lunghissimi anni direttore del FBI) dedicato a Richard Nixon. Il presidente del Watergate – ma, non dimentichiamolo, anche dell’apertura alla Cina e di altri grandi successi in politica internazionale – veniva presentato da Summers come un folle, capace di mettere in pericolo la sicurezza nazionale e di picchiare più volte la moglie perché schiavo di potenti psicofarmaci che assumeva per combattere ansietà, insonnia ed altri sintomi nevrotici.

A fronte di tali ‘rivelazioni’ (in molti casi non provate e per altri versi già note), viene da chiedersi se in un sistema quale quello che regola la vita politica americana sia davvero possibile che un pazzo o, comunque, uno squilibrato arrivi alla Casa Bianca.

Guardando alla storia più recente delle elezioni presidenziali USA, è nel 1972 che si corse, in questo senso, il pericolo più concreto. Allora, infatti, George McGovern, candidato per i democratici alla White House, scelse come suo partner il senatore Thomas E. Eagleton che risultò essere stato per lungo tempo in cura da uno psichiatra per gravi turbe mentali.

Se il caso – un vero e proprio ‘scheletro nell’armadio’ – non fosse venuto alla luce e se McGovern avesse prevalso, Eagleton si sarebbe venuto a trovare molto vicino (‘ad un battito di cuore’, come si usa dire) al potere diventando il vice presidente. Naturalmente, il senatore, sia pure con qualche incredibile titubanza, fu sostituito e nel ticket democratico prese il suo posto Sargent Shriver.

Se, al di là della corsa alla presidenza, si fa riferimento, invece, all’intera politica USA, in molti casi, veri e propri folli hanno raggiunto cariche di grande responsabilità.

Particolarmente significative, a questo proposito, le storie di due fratelli della Louisiana, Huey – ‘The Kingfish’, come era soprannominato – e Earl Long, la cui avventura terrena fu immortalata da Hollywood (il primo è protagonista dell’ottima pellicola di Robert Rossen ‘Tutti gli uomini del re’, premiata con tre Oscar, tratta dall’omonimo romanzo, che vinse il Pulitzer, di Robert Penn Warren; il secondo, del meno riuscito ‘Scandalo Blaze’, con Paul Newman).

Giunto al governatorato del suo Stato nel 1928, Huey, autodidatta, fluviale ed abilissimo oratore, intrallazzatore e allo stesso tempo capace di realizzare per i suoi concittadini opere pubbliche di grande rilievo, divenuto in seguito senatore degli Stati Uniti, dopo avere appoggiato F. D. Roosevelt nella campagna contro Herbert Hoover, nel 1935 e in vista delle presidenziali fissate all’anno successivo, pensò seriamente ad una propria candidatura e pubblicò un libello intitolato ‘I miei primi cento giorni alla Casa Bianca’. In quelle pagine, ipotizzava, per far fronte alla Depressione, un azzeramento di tutte le proprietà private e la ridistribuzione in parti uguali a tutti i cittadini dei capitali.

La sua corsa verso White House (Roosevelt ebbe a temerne l’impeto) fu fermata dai colpi di pistola di un medico di campagna che, uccidendolo, intendeva vendicare vecchi torti subiti dalla sua famiglia.

Earl Long – a propria volta, anni dopo governatore della Louisiana – pazzo come un cavallo, fu rinchiuso per ordine del locale parlamento in un ospedale psichiatrico dello Stato. Forte della sua carica, ritornò libero destituendo i medici di quel manicomio che, formalmente, risultavano alla sue dipendenze. Più volte confermato ed altrettante volte contestato, alla fine, si candidò alla Camera del Rappresentanti nazionale. Eletto trionfalmente contro tutte le aspettative, morì subito dopo.

In conclusione, nulla nel meccanismo elettorale americano si oppone a che un demagogo o un folle arrivino ai vertici del potere.

MEGLIO RESTARE NEMICI!

Nel 1932, dopo che per tre mandati consecutivi i repubblicani avevano occupato la Casa Bianca, le elezioni presidenziali americane si prospettavano come assolutamente favorevoli (si era in piena Grande Depressione) al candidato democratico, chiunque egli fosse.

Di conseguenza, la lotta per la nomination all’interno del partito dell’asino fu particolarmente violenta. Alla fine, però – pur essendo stato sconfitto nelle primarie del Massachusetts da Alfred Smith e in quelle della California dallo speaker della Camera John Garner – Franklin Delano Roosevelt, forte di una bella serie di affermazioni, si presentò alla Convention estiva di Chicago con un seguito di delegati superiore al cinquanta per cento. Ciò, peraltro, non bastava: all’epoca, infatti, per vincere, occorreva ottenere i due terzi dei voti dei delegati stessi.

Esauriti senza esito i primi scrutini, la situazione fu sbloccata da due diversi accadimenti. Roosevelt,  che già aveva l’appoggio entusiasta di Huey Long e quello più sofferto di McAdoo, raggiunse un insperato accordo con Garner al quale offrì la vicepresidenza, e, soprattutto, il magnate della carta stampata William Randolph Hearst si decise a sostenerlo temendo che una sconfitta di Franklin potesse aprire la strada alla candidatura di Newton Baker le cui posizioni politiche erano in netto contrasto con le sue.

Conclusa una campagna elettorale ‘in discesa’ contro il presidente uscente Herbert Hoover (una vera ‘anitra zoppa’, se mai ve ne fu una) e due candidati ‘minori’: il socialista Norman Thomas e il comunista William Z. Foster, l’8 novembre 1932, il secondo Roosevelt trionfava alle presidenziali con una valanga di suffragi.

Come sempre accade, tutti i vecchi nemici interni al partito accorsero in ‘soccorso del vincitore’.

Unica eccezione, quella del potentissimo sindaco di Chicago Anton Cermak il quale, tranquillamente, continuava a dichiarare, anche in pubblico, “Quel gran figlio di puttana non mi piace!”

Due settimane prima del suo insediamento – previsto per il 4 marzo 1933 – Roosevelt interruppe una vacanza dedicata alla pesca in Florida per partecipare ad un raduno di combattenti e reduci in programma a Miami.

Cermak, a sua volta in città, si lasciò convincere dai propri consiglieri ad andare a salutare il presidente eletto che parlava dal sedile posteriore di una automobile scoperta.

Mentre i due si stringevano la mano, echeggiarono cinque spari in rapida sequenza.

L’attentatore – poiché di attentato ai danni di Roosevelt si trattava – era un muratore italiano di fede comunista, Giuseppe Zangara.

Pur sparando da meno di dieci metri, Zangara (in seguito giustiziato) non colpì il suo bersaglio ma una delle pallottole raggiunse il povero Cermak che morì più tardi all’ospedale.

Mai tentativo di pacificazione finì peggio!

FRANKLIN DELANO ROOSEVELT

Il 4 marzo 1933, Franklin Delano Roosevelt approdava a White House a seguito della travolgente vittoria ottenuta l’anno precedente ai danni del presidente in carica, il repubblicano Herbert Hoover.

Aveva così inizio negli Stati uniti una nuova stagione politica.

Già durante la campagna elettorale Roosevelt aveva a tal punto evidenziato le proprie intenzioni riformatrici – annunziando un ‘New Deal’ e cioè un ‘nuovo corso’- che il suo avversario ebbe a dichiarare: “I cambiamenti proposti distruggeranno le fondamenta stesse del nostro sistema. Non si può estendere il campo di azione del governo nella vita quotidiana di un popolo senza arrivare, più o meno direttamente, ad impadronirsi delle anime e dei pensieri di quel popolo.”

Ma chi erano i ‘new dealers’, i seguaci del nuovo presidente? La risposta (forse e senza forse, un po’ troppo entusiastica) a tale domanda nelle parole dello storico Arthur M. Schlesinger nel secondo volume della trilogia da lui dedicata all’età roosveltiana: “Essi rappresentavano tutte le classi…da quelli nati in buone famiglie fino a quelli nati nella miseria, ma la maggior parte proveniva dalle classi medie. Rappresentavano una gran varietà di professioni…Venivano da tutte le parti del Paese, dalle città e dalle campagne sebbene la maggioranza avesse frequentato le università statali o quelle della Ivy League e molti avevano avuto la loro prima esperienza politica nella lotta per migliorare l’amministrazione civica. Ce n’erano di ogni età benché la maggior parte fossero nati tra il 1895 e il 1905. Ma il legame che li teneva uniti era il fatto di appartenere al mondo delle idee. Erano abituati all’analisi e alla dialettica ed erano pronti ad usare l’intelligenza come strumento di governo. Erano ben più che specialisti e si sentivano capaci di considerare le cose da un punto di vista generale in modo da poter applicare la logica ad ogni problema sociale. Piaceva loro di usare liberamente il cervello. Peraltro, non appartenevano tutti alla medesima scuola di pensiero”.

Questo (o pressappoco), dunque, il gruppo di uomini che sotto la guida del secondo Roosevelt – come scrive Guglielmo Negri in ‘Il sistema politico negli Stati Uniti d’America’ – “iniziò, con spirito pragmatico, entusiasmo, profonda fede religiosa ed umana, l’esperimento teso a dimostrare che la democrazia poteva affrontare e risolvere una crisi economica” (non si dimentichi che si era in piena ‘Depressione’) “anche di enormi proporzioni…”

Nell’analisi roosveltiana, i fattori negativi che avevano favorito il tremendo crack economico e sociale del 1929 erano in primo luogo la diminuzione dell’indice di natalità, la scomparsa della mitica ‘Frontiera’, il disordine nel sistema bancario, la precarietà della condizione operaia, il profondo distacco tra politica e cultura, lo squilibrio industriale e culturale tra Nord e Sud, l’arretratezza tecnologica di molta parte dell’Unione.

Come afferma Merle Curti in ‘Storia della cultura e della società americana’, la crisi in corso si distingueva dalle precedenti perché in queste ultime “i ceti medi, che pure avevano sofferto inconvenienti e privazioni non avevano mai perso il loro essenziale senso di sicurezza”. Ora, invece, la fiducia generale era scossa fino alle fondamenta.

Il ventaglio degli interventi considerati ‘urgenti’ dalla nuova amministrazione a fronte della situazione illustrata e seguendo le linee riformatrici del New Deal era, ovviamente, di enorme ampiezza. Indispensabili gli aiuti a favore dei coltivatori, urgentissima una nuova legge bancaria, ma, soprattutto, era necessario provvedere immediatamente a favore dei tredici milioni di nuovi disoccupati, un quarto della forza lavoro dell’intero Paese.

Si operò (non senza difficoltà e lottando anche contro la Corte Suprema che considerava molti degli interventi incostituzionali) attraverso un radicale mutamento dell’indirizzo fino ad allora seguito e lo Stato, da neutrale ed attendista, divenne interventista nei principi e, se del caso, nelle singole esperienze della vita economica e sociale.

Del resto, come detto all’inizio, già nel famoso discorso dell’Ultima Frontiera tenuto da Franklin Delano Roosevelt in piena campagna elettorale a San Francisco si annunciava la futura ‘rivoluzione’ attraverso la sostituzione radicale ma democratica di un metodo politico ad un altro oramai travolto dagli eventi.

“HAI PERFETTAMENTE RAGIONE”

John Kenneth Galbraith – grande economista canadese naturalizzato americano, oggi ultranovantenne – è stato, in veste di consigliere, per oltre sessanta anni, a fianco dei vari presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca.

Su questa sua esperienza che non ha paragoni, ha pubblicato di recente un bel libro intitolato ‘Facce note’.

Tra i tanti episodi e aneddoti narrati, significativo quello che concerne Franklin Delano Roosevelt – il presidente che lottò efficacemente contro la Grande Depressione e che guidò gli USA per quasi tutta la seconda guerra mondiale – che assai bene ne propone uno dei tratti caratteristici: la tendenza a lasciare ai sottoposti la soluzione dei casi che meno lo appassionavano.

Un mattino, dunque – racconta Galbraith, che era presente – arrivò a rapporto da Roosevelt uno dei suoi consiglieri per perorare una causa alla quale molto teneva.

Dopo averlo ascoltato, il presidente gli disse: “Hai perfettamente ragione!”, e lo congedò.

Quello stesso pomeriggio, un altro consigliere che sul medesimo tema la pensava diversamente espose a Roosevelt le sue idee per sentirsi dire anche lui: “Hai perfettamente ragione!”

La moglie di Franklin, Eleanor, che aveva assistito ad entrambe le visite, intervenne allora con decisione presso il marito: “Non ti capisco. Hai dato ragione a due persone che sull’argomento trattato hanno posizioni assolutamente opposte e inconciliabili”.

La risposta  fu: “Hai perfettamente ragione Eleanor!”

HARRY TRUMAN, PRESIDENTE PER CASO

Allorché, dopo la cerimonia del giuramento, Franklin Delano Roosevelt mise piede per la prima volta alla Casa Bianca, al suo fianco, oltre alla moglie Eleanor, marciava un rude e smaliziato politico del Sud, il vice presidente eletto John Garner, a tutti noto come Cactus Jack. Era il 4 marzo 1933.

Solo un anno prima, nessuno e tanto meno in campo democratico, avrebbe potuto pensare ad un tale epilogo della campagna presidenziale in corso.

Garner,  presidente della Camera dei Rappresentanti, infatti, era da sempre un feroce avversario di Roosevelt e, fino alla convenzione del partito dell’asino, si era fortemente opposto alla candidatura del governatore dello Stato di New York. Poi, d’improvviso, aveva fatto convergere proprio sul rivale i molti e decisivi voti dei delegati che controllava determinandone la nomination. In cambio, per lui, la vice presidenza in caso di vittoria.

Leggenda vuole che, di fronte all’imprevista conclusione della convention, un giovane giornalista, fattosi coraggio, avesse chiesto a Cactus Jack cosa mai fosse successo. “Giovanotto”, fu la risposta, tra una boccata di sigaro e l’altra, “io sono più vecchio di te e so da tempo che la politica è una cosa strana”.

Seduto “ad un battito di cuore” (e il cuore che batte e che si può fermare è quello dell’inquilino di White House) dalla presidenza, Garner se ne stette buono buono per otto anni portando a termine con Roosevelt i suoi primi due mandati.

Quando, nel 1940, contro il dettato morale del Padre della Patria George Washington (che aveva rifiutato un terzo quadriennio alla Casa Bianca dicendo che nessuno poteva esercitare un potere così grande per più di otto anni), il secondo Roosevelt si ripropose per la terza volta, con lui, a comporre il ticket democratico, si presentava un vero campione – se mai ve ne fu uno – della sinistra di quel partito, il futuro vice presidente Henry Wallace. Quattro anni con Wallace e con l’assillo di controllarne le spinte estremistiche convinsero Roosevelt che, per il suo quarto mandato, sarebbe stato meglio trovare un compagno di cordata più mansueto, un uomo di poche pretese e di seconda (se non di terza) schiera. La scelta cadde sul pressoché sconosciuto senatore del Missouri Harry Truman.

Il duo vinse alla grande la tornata elettorale e Truman, dal successivo 20 gennaio 1945, si trovò ad occupare una sedia che, Roosevelt regnante, avrebbe solo dovuto riscaldare senza dare fastidio a nessuno.

Meno di tre mesi dopo, il cuore del presidente del New Deal si fermava per sempre e il missouriano, incredibilmente, si trovava a reggere le sorti degli Stati Uniti d’America a seconda guerra mondiale in corso.

Ma chi era Harry Truman? Nato a Lamar l’8 maggio 1884, dopo una giovinezza trascorsa nell’esercizio dei più diversi mestieri, per la prima volta si distinse nel 1916 fallendo miseramente nel tentativo di sfruttare una concessione petrolifera nel Kansas. Partito per il fronte europeo con il grado di capitano di artiglieria (quelli che seguono sono i reali trascorsi militari al di là di quelli in seguito sbandierati), arrivò in prima linea dieci minuti prima dell’armistizio dell’11 novembre 1918 e fece in tempo a tirare una sola salva di cannone. Reduce, si dedicò al commercio e nel 1922 fallì nuovamente, questa volta nella veste di proprietario di un negozio di camicie e cravatte, per la bella somma di 25.000 dollari dell’epoca.

Mai fallimento fu più fortunato!

Più vicino ai quarant’anni che ai trenta, decise di  buttarsi in politica tra le fila democratiche e si legò anima e corpo al boss locale Tom Pendergast che ‘governava’ da oltre vent’anni Kansas City e il Missouri con metodi spietati e gangsteristici. Fu Pendergast a designare Truman come giudice e come agente elettorale della Jackson County.

Dopo dodici anni di ‘onorato’ servizio nella terra natia, il futuro presidente fu spedito, ancora una volta da Pendergast, al Senato di Washington con una maggioranza di ben quattrocentomila voti e la consegna di “tenere la bocca chiusa fino a che avesse imparato le astuzie del mestiere e di rispondere alla corrispondenza”.

Era il 1934 e lo scandalo conseguente alla sua elezione ebbe vasta eco nel Paese, tanto che l’appellativo protocollare ‘The gentleman from Missouri’ nel suo caso si trasformò in ‘The gentleman from Pendergast’.

Confermato al Senato nel 1940, sia pure a fatica, il missouriano – il cui altro carattere distintivo era l’assoluta mancanza di cultura (aveva seguito a fatica alcuni corsi serali della scuola di diritto di Kansas City), tanto che Bernard Baruch lo definì “incolto e grossolano” – una volta arrivato assolutamente per caso e come già accennato a White House, incredibilmente, si rivelò un buon presidente, dotato di una fin allora ben nascosta capacità decisionale e di grande fiuto politico.

L’uomo che ancora il 28 gennaio del 1945, da vice presidente in carica, non aveva mancato di partecipare, piangente, al funerale del suo boss, in quello stesso anno ordinò il lancio delle atomiche su Hiroshima e su Nagasaki, ponendo fine al secondo conflitto mondiale nel Pacifico.

Sempre lui, nel 1947 (con la ‘dottrina’ che prese il suo nome) decise l’abbandono da parte degli Stati Uniti della tradizionale politica di non intervento nelle questioni europee, promettendo, in piena guerra fredda, che gli USA “avrebbero appoggiato i popoli liberi che stanno resistendo ai tentativi di assoggettamento da parte di minoranze armate o di pressioni esterne”.

Ancora lui, diede il via al Piano Marshall di assistenza economica all’Europa devastata dalla guerra (Marshall era il suo segretario di Stato).

Nel 1948, poi, pose fine drasticamente alla segregazione razziale nell’esercito e nelle scuole finanziate dal governo federale e si guadagnò, malgrado tutti i sondaggi negativi e i primi risultati della costa atlantica a lui contrari, una magnifica rielezione.

Promotore, nel 1949, della NATO, coinvolse successivamente il Paese nella guerra di Corea.

Nel pieno del sostegno popolare, rinunciò nel 1952 ad un possibile terzo mandato ritirandosi, come voleva sua moglie Bess, a vita privata.

Assolutamente contrario al successore designato dai ‘suoi’ democratici Adlai Stevenson, gli diede comunque una mano nella campagna contro il repubblicano Eisenhower. Fu l’ultima volta che il vecchio e caro ‘treno elettorale’ percorse il Paese. La sconfitta di Stevenson sarebbe stata ben più rovinosa senza il suo tardivo intervento.

Truman morirà a Kansas City il 26 dicembre 1972, ad ottantotto anni compiuti, lasciando nel lutto un’intera nazione.

THOMAS E. DEWEY, LA PIU’ AMARA DELLE SCONFITTE

Originario del Michigan, figlio di un portalettere, baritono di belle speranze, laureato in legge, arrivato nella Grande Mela, Thomas E. Dewey (1902-1971), entrato in politica con il GOP, si mise in luce quale grande persecutore del crimine organizzato e della malavita e a soli quarant’anni fu trionfalmente eletto governatore dello Stato di New York.

Nel 1944, un partito repubblicano in cerca di un avversario credibile per Franklin Delano Roosevelt, che chiedeva agli americani un quarto mandato, gli conferì la nomination.

Dewey perse (come ci si aspettava), ma riuscì a ridurre notevolmente la maggioranza del presidente del New Deal sia in termine di voti popolari che di delegati, la qual cosa gli procurò una seconda candidatura quattro anni dopo.

I sondaggi lo indicavano come il netto favorito, ma Harry Truman – per nulla intenzionato a lasciare White House – non si arrese e gli contese ogni singolo voto fino all’ultimo.

La notte dello scrutinio fu una delle più drammatiche della storia politica americana.

Tutti (democratici compresi) si aspettavano una vera e propria valanga di suffragi a favore di Dewey e i primi risultati sembrarono largamente confermare le previsioni tanto che i giornali di New York, ignari degli esiti del voto negli Stati dell’Ovest e dovendo comunque ‘chiudere’, nelle prime edizioni del giorno successivo uscirono con il titolo a nove colonne “Dewey batte Truman”.

Così non fu e il povero Thomas, vincitore delle presidenziali fino a mezzanotte, già un paio di ore dopo, scoperto che il West non era con lui, seppe che alla Casa Bianca sarebbe rimasto il suo rivale e che nessuno gli avrebbe più dato un’altra chance.

J. STROM THURMOND

Allorché, il 3 gennaio (come prescrive il XX Emendamento alla Costituzione) del 2003, a seguito del parziale rinnovo dei suoi membri conseguente alla Mid Term Elections del precedente novembre, il Senato degli Stati Uniti si è riunito, dopo ben quarantotto anni, sullo scranno destinato al ‘senatore anziano ‘ della Carolina del Sud non sedeva più il molto onorevole J. Strom Thurmond.

Eletto e confermato per otto volte e arrivato alla bella età di novantanove anni, Thurmond aveva infatti deciso di passare la mano rinunciando a proporre nuovamente la propria candidatura benché fosse ancora in possesso di tutte le sue capacità mentali.

Quasi mezzo secolo trascorso alla Camera Alta ne hanno fatto un vero recordman in materia, ma non è solo per questo che Thurmond va ricordato.

‘The Gentleman from South Carolina’ (così il cerimoniale vuole vengano appellati i senatori USA, naturalmente indicando, di volta in volta, lo Stato di appartenenza), infatti, è stato altresì il candidato alla presidenza più a lungo sopravvissuto (morirà nei primi mesi del 2003) dopo la corsa verso la Casa Bianca.

Nel lontano 1948, riunito a Filadelfia in vista delle elezioni novembrine, il partito democratico decise di ripresentare il presidente in carica Harry Truman.

Trenta delegati degli Stati del Sud (in seguito noti come ‘ Dixiecrats’), insoddisfatti della scelta, abbandonarono la riunione e, in una improvvisata convention tenutasi in Alabama, scelsero come loro portabandiera proprio J. Strom Thurmond, all’epoca governatore del South Carolina.

Il nuovo partito – ‘Democratico per i diritti dei singoli Stati’ – sotto la guida del Nostro, si affermò in quattro Stati conquistando la bellezza di trentotto delegati al Collegio presidenziale. Uno dei migliori risultati conseguiti da un candidato di un terzo partito alla White House nella storia da quando democratici e repubblicani si fronteggiano!

‘IKE’ EISENHOWER: L’OSSERVATORE DINAMICO

Militare di carriera malgrado l’opposizione dei familiari, Dwight ‘Ike’ Eisenhower (1890/1969) fu tra i principali artefici della vittoria alleata nella Seconda Guerra Mondiale.

Già alla guida delle truppe sbarcate in Africa Settentrionale nel 1942, l’anno successivo venne nominato comandante supremo delle forze di spedizione destinate allo sbarco in Francia. Sua la responsabilità sia nella pianificazione che nella realizzazione del ‘D-Day’, suo il merito delle successive affermazioni nella campagna europea.

Rientrato in patria da eroe, nel 1948 rifiutò le offerte dei democratici che, incerti su Truman, gli offrivano la candidatura per White House per accettare, invece, la nomination repubblicana quattro anni dopo.

Eletto facilmente (sconfiggerà Adlai Stevenson due volte visto che il medesimo avversario gli verrà contrapposto anche nel 1956), per prima cosa, come aveva promesso, pose fine alla Guerra di Corea.

Le convinzioni di Ike riguardo alla presidenza erano radicalmente opposte a quelle dei suoi predecessori. Riteneva che il ruolo dell’inquilino della Casa Bianca fosse alquanto limitato e che non era compito del presidente influenzare l’attività legislativa riservata dalla Carta costituzionale esclusivamente al Congresso.

Da ‘osservatore dinamico’ – si era così definito – cercò comunque di incoraggiare il commercio e l’economia attraverso tagli alle imposte e diminuendo i controlli federali.

Agli inizi, fu in qualche modo messo in difficoltà dalla ‘caccia alle streghe’ guidata da Joseph McCarthy.

Nel 1957, si trovò nella necessità di inviare le truppe federali a Little Rock, Arkansas, per reprimere le violenze dei segregazionisti che resistevano alle aperture a favore delle minoranze razziali operate dalla Corte Suprema con una serie di sentenze di chiaro stampo riformatore ispirate da Earl Warren che lo stesso Eisenhower aveva indicato quale presidente dell’augusto consesso.

Presente in politica estera, cercò una qualche riconciliazione con la Cina popolare, decise di non impegnarsi in Indocina a seguito della sconfitta francese a Dien Bien Phu e, dopo il 1959, morto il segretario di Stato John Foster Dulles, pensò ad un possibile negoziato di pace con l’URSS che non andò a buon fine a causa del clamoroso abbattimento da parte dei sovietici di un aereo ricognitore, l’U 2, che sorvolava il loro Paese.

Nel 1960 non appoggiò esplicitamente la candidatura del suo vice Richard Nixon che, invece, sosterrà  nel 1968.

CARTER  COME  KENNEDY ? MEGLIO, PER FORTUNA!

“Speriamo che sia un nuovo Lyndon Johnson!”. Così rispondeva nel novembre del 1992 l’ex consigliere della sicurezza del presidente Carter Zbigniev Brzezinski a chi gli chiedeva se l’appena eletto Bill Clinton avesse i numeri per “aspirare ad essere considerato un nuovo John Kennedy”.

L’augurio di Brzezinski (il quale, indubbiamente, sapeva di cosa andava parlando) mi è tornato alla mente qualche tempo fa, leggendo, in occasione del conferimento a Jimmy Carter del premio Nobel per la Pace, articoli che paragonavano il neo laureato, in qualche modo, al presidente della ‘Nuova frontiera’.

A quarant’anni (Dallas, 22 novembre 1963) dalla morte di Kennedy, è ora che ci si interroghi, al di la della leggenda, sulle sue effettive capacità e sui risultati raggiunti dalla sua amministrazione, talmente modesti da far ritenere che il pur incolore Carter debba dolersi di un qualsiasi paragone con il suo predecessore.

E valga il vero.

In sintesi, per quanto attiene alla politica estera, è Kennedy che da inizio alla Guerra del Vietnam inviando oltre diecimila ‘osservatori militari’ (splendido eufemismo) a sostenere il corrotto regime amico del Sud. A lui si deve il definitivo allontanamento di Fidel Castro e di Cuba dall’Occidente a seguito del maldestro tentativo di invadere l’isola del 17 aprile 1961 alla Baia dei Porci. (Ricordo che il ‘lider maximo’ non era comunista e che tale si dichiarò solo verso la fine dello stesso 1961). E’ con Kennedy alla Casa Bianca che viene eretto il Muro di Berlino. E ‘ con la sua presidenza che gli USA riprendono la corsa agli armamenti attraverso un massiccio riarmo.

Passando alla politica interna e, in particolare, ai diritti civili (all’epoca, il problema più scottante), la sua opera – in seguito esaltata – fu lenta e pochissimo convinta tanto che, nel marzo 1963, un Martin Luther King profondamente deluso lo accusava “di essersi accontentato di un progresso fittizio nelle questioni razziali”. (Fu Lyndon Johnson ad attivarsi concretamente in materia, una volta arrivato a White House.)

Come scrive Maldwyn Jones, alla vigilia di Dallas, l’azione politica di Kennedy era a un punto morto e neppure la sua grande abilità nel manovrare i media sembrava poterlo salvare da una disfatta nelle elezioni in programma per il 1964.

A voler essere gentili, gli anni della presidenza dell’uomo della ‘Nuova frontiera’ furono ricchi di mille promesse ma decisamente poveri di fatti!

LYNDON B. JOHNSON, UN PRESIDENTE ECCEZIONALE

La morte di Kennedy portò alla Casa Bianca un uomo che per stili di vita, educazione, carattere (la sua sostanziale timidezza lo induceva ad assumere atteggiamenti spesso sconfinanti nella rozzezza ed era incapace di rendersi pubblicamente simpatico), provenienza culturale e geografica era esattamente il suo opposto.

Lyndon Johnson (1908/1973) – che il 20 gennaio 1969 avrebbe abbandonato la carica, non cercando un nuovo mandato, amareggiato e profondamente deluso per non avere saputo risolvere il problema Vietnam che il predecessore gli aveva lasciato in eredità – resta nella storia come uno dei più grandi capi di Stato che gli Stati Uniti abbiano mai avuto.

Di umili origini, texano e per ciò stesso, agli inizi della carriera politica, un classico democratico del Sud conservatore e segregazionista, seppe man mano evolversi fino ad essere il presidente che più di ogni altro ha concretamente agito a favore dei poveri, delle minoranze razziali e, in genere, dei reietti, attraverso una lunghissima serie di provvedimenti tesi a riformare lo stato sociale e ciò malgrado la forte ed organizzata opposizione di parte del Congresso e di larghe fasce della popolazione bianca più conservatrice in tema di diritti civili.

La visione politica di Johnson si concretizzò mediante l’attuazione del suo programma riformatore messo a punto in vista della campagna elettorale del 1964 e noto come ‘La grande società’.

Presentato al Congresso in quello stesso anno con un messaggio che parlava altresì della necessità di una ‘lotta alla povertà’, il progetto prevedeva istruzione, minimi sociali e assistenza sanitaria per tutti, una assicurazione sanitaria pubblica e il superamento delle discriminazioni razziali.

Malgrado il continuo e lacerante impegno per il Vietnam e la già ricordata opposizione, al termine del proprio mandato, Johnson era riuscito a trasformare il Paese in qualcosa di molto simile ad uno Stato ‘sociale’.

I suoi programmi per la salute (Medicare e Medicard) sono radicati nella società americana; il sistema dei buoni pasto per i meno abbienti e le riforme dei programmi scolastici hanno avuto – si può affermare tranquillamente – grandissimo successo.

Nessun altro presidente ha mai presentato un programma altrettanto ambizioso, migliorando nel concreto così fortemente la vita dei più poveri e le relazioni razziali!

DIMISSIONI!

Richard M. Nixon (1913/1994), i cui molti successi in politica internazionale sono sotto gli occhi di tutti (pose fine, sia pure dopo avere incrudelito il conflitto, alla Guerra del Vietnam, riprese i colloqui di pace per il disarmo con l’URSS, riconobbe ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese) così come i suoi eccessi (fra l’altro, operò per la caduta di Allende in Cile) dovuti all’anticomunismo viscerale che, peraltro, ne aveva favorito l’ascesa negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, resta nella storia per essere stato il primo ed unico presidente obbligato a dimettersi.

Travolto dallo scandalo Watergate che dimostrò quanto fosse disposto all’inganno e ad avvalersi di ogni e qualsiasi mezzo pur di vincere, il 9 agosto 1974 abbandonò la Casa Bianca, cui, da sempre, aveva puntato, per evitare l’impeachment.

La sua lunga carriera – durante la quale, peraltro, era già stato sospettato di illeciti all’epoca in cui (1952) Eisenhower lo aveva incluso nel proprio ticket quale candidato alla vice presidenza – finì come peggio non avrebbe potuto.

Evitò la prigione solo grazie al discutibilissimo perdono ‘presidenziale’ che il successore Gerald Ford gli concesse.

A ben guardare, visti all’opera l’uno e l’altro, la campagna elettorale del 1960 che aveva contrapposto Nixon a Kennedy è quella nella quale si confrontarono due tra i peggiori uomini che abbiano mai aspirato a White House!

GEORGE C. WALLACE

Stranamente, il leader segregazionista americano di maggior peso nel terzo quarto di secolo (quello percorso dai maggiori contrasti a proposito dei diritti delle minoranze) del trascorso Novecento si chiamava Wallace (George Corley, per la precisione) così come, nei precedenti decenni, il massimo esponente della sinistra radicale (il già citato Henry Agard Wallace).

Ambedue democratici, bene hanno rappresentato le diverse anime del partito dell’asino, progressista in molti suoi esponenti ma decisamente ed aspramente conservatore in specie nel Sud.

Nato nel 1919 e morto nel 1998, Wallace, al culmine di una brillante carriera politica – era approdato al Congresso in rappresentanza dell’Alabama per poi essere nominato giudice distrettuale e, infine, governatore del suo Stato – nel 1968, in contrasto con le posizioni ufficiali del proprio partito ovviamente in materia di lotta alla segregazione razziale che lui difendeva a spada tratta, si propose come terzo incomodo nella sfida elettorale Nixon/Humphrey.

Leader per l’occasione del neonato partito indipendente americano, fermo sulle sue posizioni, raccolse poco meno di dieci milioni di voti popolari e conquistò la bellezza di quarantasei delegati nazionali. Uno dei più brillanti risultati di un terzo uomo nella contesa per White House, secondo solamente al Theodore Roosevelt del 1912.

Rientrato tra i democratici, quattro anni dopo, nel 1972, in piena campagna per la nomination, un attentato lo rese invalido mettendolo fuori gioco almeno per la presidenza.

Tornato alla politica locale e riviste le proprie posizioni, nel 1982 fu nuovamente eletto governatore dell’Alabama ottenendo il voto anche dei neri!

LA LETTERA CANADESE

Il 25 marzo 1997, a settantotto anni di età, moriva l’ex segretario di Stato americano (con Jimmy Carter) e candidato alla presidenza Edmund Muskie.

Per quanto l’uomo sia indubbiamente da annoverare tra i più degni espressi nella seconda metà del Novecento dal partito democratico USA, di lui, forse, non metterebbe conto parlare non fosse per il fatto che fu, storicamente, il primo avversario contro il quale si dispiegò l’operato di quei poco raccomandabili ‘sostenitori’ di Richard Nixon successivamente protagonisti del Watergate in quel tristemente famoso anno elettorale 1972.

Alla vigilia dell’importantissima primaria del New Hampshire (che all’epoca aveva luogo in febbraio e che, tradizionalmente, è la numero uno e per ciò stesso una delle più importanti in calendario), tutti gli analisti, confortati dall’esito dei sondaggi, davano pressoché certa la scelta da parte democratica di Muskie quale antagonista del presidente in carica nelle votazioni novembrine per White House.

Fu allora che, temendo il forte richiamo popolare che il candidato di origini polacche poteva vantare, gli ‘amici’ di Nixon decisero di usare ogni mezzo per screditarlo e per indurre i democratici a puntare, come in effetti avvenne, su un avversario più facilmente battibile.

Si cominciò introducendo tra i collaboratori di Muskie alcuni infiltrati che ne boicottarono le prime mosse e si proseguì, proprio nel New Hampshire (Stato abitato per la massima parte da bianchi conservatori, se non, addirittura, razzisti), facendo telefonare a tappeto, di notte, a diverse migliaia di elettori da parte di un fantomatico e sedicente gruppo battezzato ‘Harlem per Muskie’ che raccomandava di votarlo perché in precedenti occasioni si era dichiarato favorevole all’integrazione razziale e contrario ad ogni forma di emarginazione. Ovviamente, visto il tipo di elettorato e l’ora prescelta per telefonare, l’esito per il candidato democratico fu disastroso.

Non ancora certi di averlo affossato a vantaggio di George McGovern (il suo rivale interno al partito dell’asino preferito dai nixoniani), ci si adoperò per il colpo finale.

Fu fatta circolare in tutto lo Stato, alla vigilia della votazione e senza che ci fosse il tempo per abbozzare una smentita, una copia falsificata di una lettera – nota, in seguito, come ‘la lettera canadese’ – nella quale Muskie risultava (e non era assolutamente vero) essersi espresso in termini spregiativi nei confronti della comunità franco canadese di cui moltissimi esponenti risiedono appunto nel New Hampshire.

La conclusione fu che le televisioni americane, alla proclamazione dei risultati della primaria in campo democratico, trasmisero in tutto il Paese l’ immagine di un uomo in lacrime sotto la neve, sconfitto non dagli avversari sulla base di un leale confronto di programmi e idee, ma da una meschina e perfettamente riuscita macchinazione.

Così un uomo onesto e assolutamente in grado di ben governare gli Stati Uniti dovette rinunciare ai propri sogni costretto da allora a convivere con una profonda, inguaribile indignazione.

DOPO IL WATERGATE: FORD E CARTER

Arrivato alla Casa Bianca per caso, come nessun altro prima o dopo di lui (è l’unico presidente privo di investitura popolare, visto che era subentrato al vice di Nixon Spiro Agnew ben dopo le elezioni del 1972 e che, quindi, non aveva fatto parte del ticket repubblicano che aveva stravinto in quella occasione), il 9 agosto 1974 a seguito delle dimissioni dell’allora inquilino di White House, Gerald Ford (1913) era, prima di tutto, un vero repubblicano, sempre leale nei confronti del proprio partito. Tale sua caratteristica lo aveva in precedenza portato alla testa della minoranza GOP alla Camera e da lì, nell’ottobre del 1973, alla vice presidenza.

Nel breve periodo – meno di due anni e mezzo – nel quale si trovò ad amministrare il Paese non demeritò affatto e, fra l’altro, gestì al meglio la difficile conclusione della Guerra del Vietnam.

Peraltro, la difficilissima situazione nella quale si era venuto a trovare, dopo il Watergate, il partito repubblicano (che gli concesse con difficoltà la candidatura nel 1976 visto che molti delegati gli avrebbero preferito l’ex governatore della California Ronald Reagan) gravò come un macigno sulla sua campagna elettorale, nella quale, alla fine, pur comportandosi benissimo, dovette soccombere di stretta misura allo sfidante democratico Carter.

Già ufficiale di marina e governatore della Georgia dal 1970, Jimmy Carter (1924) – il primo sudista ad essere eletto presidente dopo la Guerra di Secessione – ottenuta a sorpresa la nomination dal partito dell’asino in ragione del vasto seguito che aveva saputo costruirsi al di fuori dell’apparato nel corso delle primarie, insediatosi, ebbe un avvio di mandato sfolgorante. Ciò, soprattutto per tre motivi: il suo pubblico, aperto e simpatico atteggiamento che gli guadagnava il consenso popolare, i buoni risultati in campo economico, il successo in politica estera, culminato con gli Accordi di pace di Camp David tra egiziani ed israeliani.

Disastroso, invece, il suo secondo biennio durante il quale l’inflazione riprese a galoppare e, soprattutto, dovette subire una lunga serie di scacchi e di sconfitte diplomatiche – tra cui l’invasione sovietica dell’Afghanistan – proprio nel campo della politica internazionale.

Nell’aprile del 1980, già in campagna per una riconferma, fu definitivamente piegato dal fallimento del tentativo, da lui avallato, di liberare i molti ostaggi americani in mano a Teheran dei seguaci di Khomeini.

‘Anitra zoppa’ quanto altri mai, fu travolto a novembre da Ronald Reagan.

Si consolerà con la conquista, meritatissima, nel 2002 del premio Nobel per la Pace dopo lunghi anni trascorsi ad operare da semplice cittadino quale mediatore autorevolissimo di varie crisi

internazionali.

IL GRANDE COMUNICATORE

Attivo ad Hollywood in campo sindacale – nel mentre partecipava, molto spesso solo come comprimario, ad una cinquantina di film, fu ripetutamente eletto presidente dello Screen Actors Guild e cioè dell’organizzazione che rappresentava gli attori nelle controversie con le case di produzione – e politico su posizioni inizialmente liberal e poi, via via, sempre più conservatrici, Ronald Reagan (1911/2004), nel 1966, sorprendendo tutti, vinse le elezioni per il governatorato della California sconfiggendo il democratico Edmund Brown.

Riconfermato quattro anni dopo ed oramai uomo politico di fama nazionale, cercò la nomination repubblicana per White House già nel 1976 contendendola a Gerald Ford ed ottenendola poi nel 1980 per travolgere a novembre di quell’anno il presidente in carica Jimmy Carter.

Negli otto anni del suo duplice mandato (nel 1984 demolì Walter Mondale, già vice del suo predecessore), in campo economico si battette contro l’inflazione e per la riduzione del carico fiscale.

In politica estera, grande rilevanza ebbe, almeno nei primi anni di presidenza, la sua linea di assoluta intransigenza nei confronti dell’URSS.

Sviluppo economico a tutto tondo, stabilità e processo di distensione internazionale i suoi indubbi successi.

Al di là dei pur rilevanti ed appena sottolineati meriti, la figura di Reagan resterà nella storia per la dimostrata, grandissima abilità nell’uso dei media e nel coinvolgimento sapiente della opinione pubblica. Non per niente fu definito ‘il grande comunicatore’.

3 comments for “AMERICANA – STORIA POLITICA DEGLI STATI UNITI E CRONACA DELLA CAMPAGNA ELETTORALE 2008 / prima parte

  1. 20 febbraio 2016 at 04:10

    Great info. Lucky me I came across your site by chance (stumbleupon).
    I’ve bookmarked it for later!

  2. 19 febbraio 2016 at 10:10

    When some one searches for his necessary thing, so he/she desires to be available that in detail, so that thing is maintained over here.

  3. 15 febbraio 2016 at 00:07

    Hello Web Admin, I noticed that your On-Page SEO is is missing a few factors, for one you do not use all three H tags in your post, also I notice that you are not using bold or italics properly in your SEO optimization. On-Page SEO means more now than ever since the new Google update: Panda. No longer are backlinks and simply pinging or sending out a RSS feed the key to getting Google PageRank or Alexa Rankings, You now NEED On-Page SEO. So what is good On-Page SEO?First your keyword must appear in the title.Then it must appear in the URL.You have to optimize your keyword and make sure that it has a nice keyword density of 3-5% in your article with relevant LSI (Latent Semantic Indexing). Then you should spread all H1,H2,H3 tags in your article.Your Keyword should appear in your first paragraph and in the last sentence of the page. You should have relevant usage of Bold and italics of your keyword.There should be one internal link to a page on your blog and you should have one image with an alt tag that has your keyword….wait there’s even more Now what if i told you there was a simple WordPress plugin that does all the On-Page SEO, and automatically for you? That’s right AUTOMATICALLY, just watch this 4minute video for more information at. Seo Plugin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *