I misteri di Downing Street

Per noi italiani, la nascita del nuovo governo inglese presenta dei caratteri terribilmente “naive”: non possiamo non guardarli con divertita curiosità.

Non è un accusa, per carità, anzi beati loro: tre giorni dopo le elezioni, che notoriamente avevano generato un parlamento privo di maggioranze omogenee, tutta la Gran Bretagna si stava incavolando per la lunghezza delle trattative tra i partiti. Tre giorni. A quel punto, conservatori e liberali in mezza giornata hanno trovato l’accordo. Nell’Italia pre-berlusconiana, tre giorni non erano nemmeno sufficienti ad una corrente di uno tra i tanti partiti per designare un proprio candidato ad un sottosegretariato.

Ma non solo: il capo dei Lib-Dem, Nick Clegg, non ha usato il potere negoziale derivante dall’ avere “due forni” – conservatori e laburisti – per massimizzare il peso del proprio partito. Anzi, si è messo in seconda fila come un soldatino disciplinato: i ministeri  degli Esteri, Economia, Difesa, Interni e Giustizia vanno tutti ai conservatori. Dei quattro ministeri Liberali, solo l’ Energia è importante, e purtroppo va ad un bizzarro ecologista antinuclearista e malmostoso, Chris Huhne. Degli aspetti “naive” della politica inglese va anche ricordato che questo Huhne, giornalista e finanziere, è passato indenne attraverso diversi scandaletti finanziari e personali, ma ha rischiato seriamente di chiudere la carriera politica quando si scoprì che aveva usato finanziamenti pubblici per comprarsi un ferro da stiro. Se la cavò solo dicendo che erano gli impegni istituzionali ad obbligarlo a stirarsi le camicie, lui per sé ne avrebbe fatto senza: la cosa era persino plausibile, visto che i lib-dem inglesi sono famosi più che altro per andare in giro in sandali e senza cravatta.

Altre bizzarrie: dopo le dimissioni di Gordon Brown, i candidati alla sua successione si sono, appunto, candidati. In Italia, solo i candidati di bandiera, quelli che fanno folclore, si candidano: quelli veri, al massimo “dichiarano di voler sentire la base del partito”, di solito si dicono “non interessati” ma se poi, “per spirito di servizio” fosse proprio indispensabile, tirati per la giacchetta…

Ancora: i leader conservatori e liberali, di fronte al dilemma se allearsi o meno, non hanno “fatto le primarie”, secondo lo stile della leadership politica italiana non-berlusconiana (“sono il vostro leader, quindi ditemi cosa devo fare e lo farò”), ma hanno deciso e basta, in barba ai malumori dei loro parlamentari più rissosi. Mourino apprezzerebbe, la Thatcher pure.

Ciò detto, siamo contenti dell’esito delle elezioni per vari motivi. Il primo è che, di nuovo, i liberali (persino quelli più liberal) come in Germania si schierano con i conservatori. Il secondo è che dall’ UK sembra arrivare una leadership forte e consapevole delle dimensioni della crisi. L’ultimo, ma forse il primo, è il pensiero della faccia che avranno fatto, all’annuncio dell’accordo, gli editor del “Guardian” e dell’ “Observer”, templi della insopportabile intellighenzia progressista inglese, che, aquile quasi come quelli di “Repubblica”, avevano cambiato cavallo, consigliando i loro elettori di votare liberale e non più laburista, per meglio fermare Cameron…

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