Da Londra una lezione per il PDL. Una iniezione di liberalismo per i conservatori al governo

(tratto da www.libertiamo.it)

La politica britannica vive ore inusuali, quelle delle coalizioni. In teoria un parlamento appeso, senza una maggioranza definita, è sempre possibile, ma la pratica dei secoli ha mostrato come questo esito sia molto raro e tenda a verificarsi nella fasi più critiche, quelle che precedono un’evoluzione sostanziale del sistema politico. E’ successo negli anni Venti, prima che i laburisti sostituissero stabilmente i liberali nel ‘duopolio’ con i conservatori. Ed è successo nella seconda metà degli anni Settanta, quando la fase di stallo produsse quella profonda modernizzazione dei partiti che portò prima all’ascesa della Thatcher e, dopo di questa, al New Labour. Al di là delle disquisizioni sul sistema partitico britannico, meglio analizzare il messaggio politico che arriva d’Oltremanica. Il conservatore David Cameron ha riconquistato la maggioranza relativa con una lunga campagna elettorale all’insegna dei “new conservatives”: ecologia e diritti civili hanno ridisegnato la piattaforma politica degli eredi della Thatcher, arricchendo di un’anima social i più classici temi economici d’impronta liberista. L’adesione di Cameron alla libertà di mercato non è mai stata in discussione (il salto di paradigma impresso alla Gran Bretagna statalista degli anni Ottanta è consolidato, a destra come a sinistra), ma l’approccio più temperato rispetto a quello della Lady di ferro è il frutto di un paese profondamente cambiato, che ha istanze diverse e necessita di soluzione nuove. La svolta ‘centrista’ di Cameron potrebbe accentuarsi ulteriormente per l’alleanza con i LibDem di Nick Clegg, fortemente voluta dai conservatori in queste ore, come base di una stabile maggioranza di centrodestra. E’ ben noto che il principale nodo della trattativa è la riforma della legge elettorale che i liberali vorrebbero piegare verso il proporzionale (avendo essi un voto distribuito su tutto il Regno, l’uninominale trasforma il loro quarto di voti in meno del 10 per cento dei seggi di Westminster). Prescindendo dalla questione elettorale, la dinamica della politica inglese è decisamente interessante. Da una parte mostra come la destra liberale e moderata europea, per restare in presa diretta con la società, si apra in direzione della libertà proprio sui temi su cui un tempo sarebbero prevalsi riflessi ‘conservatori’, o meglio reazionari (diritti dei gay, bioetica, ricerca scientifica). Dall’altra mostra come le istanze più libertarie possano trovare un alleato congeniale nella destra antistatalista (la big society vs il big state di Cameron, in questo caso). Se,come auspico, questa fosse la strada per uscire dallo stallo dell’hung parliament e riportare un conservatore al governo di Sua Maestà, si affermerebbe di nuovo, dopo la Germania, lo schema conservatori-liberali (la battuta d’arresto elettorale della Merkel nel Nord Reno Westfalia mi pare congiunturale, non modificherà gli equilibri di governo). In Francia – andiamo un po’ grossié, naturalmente – un’alleanza con componenti liberal-liberatarie è costitutivo della stessa compagine post-gollista, l’UMP. Da questo mix, in prospettiva, potrebbe uscire quel “radical center” di cui gli analisti hanno ricominciato a parlare in queste settimane e che nel linguaggio politologico anglosassone designa un centro riformatore convinto che la società vada governata incentivando sia la modernizzazione economica, sia l’innovazione sociale, senza imporre per via legislativa modelli costrittivi e inefficienti. A questo centro liberale e laico dovrebbe guardare il PdL, se non vuole subire – da destra – la competizione spregiudicata ed identitaria della Lega sulle grandi issue della “nuova” società: pensiamo non solo all’immigrazione, ma a quanto accaduto sulla RU486 (dove due battute demagogiche hanno intestato al Carroccio una battaglia massimalista fatta montare proprio in casa PdL) o al testamento biologico, dove alla Camera sono ormai i leghisti a imporre la linea dura. Il Pdl, in questo senso, dovrebbe divenire l’interlocutore privilegiato – meglio ancora il contenitore, allargando il suo perimetro – di quelle forze liberali e “progressiste” (in un senso ben diverso da quanto non lo siano le forze post-comuniste e post-socialiste del continente) capaci di visione e responsabilità nazionale. Non un’area a-cattolico o anticattolica, bensì l’area culturale che ritiene che, garantiti gli istituti della libertà economica e civile, la politica debba accettare che a “formare” la società nei suoi aspetti costitutivi sia la libera interazione degli uomini. A Londra, il tentativo di un pasticciato accordo tra il Labour, i Libdem e qualche altro sparuto deputato sembra fallito e nelle prossime ore può giungere la buona notizia dell’accordo tra Cameron e Clegg. In ogni caso, la svolta riformatrice dei Tories – che è poi la chiave che rende possibile l’accordo con i Libdem – è solida e destinata a durare. Di quella svolta è importante che il PdL colga il significato politico più profondo.

2 comments for “Da Londra una lezione per il PDL. Una iniezione di liberalismo per i conservatori al governo

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