Fiducia, bene essenziale per l’economia

Le agenzie internazionali di rating che giudicano la solidità dei sistemi economici degli Stati, come Moody’s, Standard & Poor’s,  Fitch, hanno ancora una credibilità?

In questi mesi molti commentatori si sono fatti questa domanda. In un sondaggio fatto dal “Corriere della sera”, la stragrande maggioranza dei lettori ha risposto negativamente. In questi ultimi anni infatti queste agenzie hanno spesso “bucato” in modo incredibile, hanno preso delle “topiche” ormai famose: basta citare i casi Enron, Wordlcom, Parmalat, senza poi citare il caso più eclatante, la Lehman Brothers, valutata con una tripla “A” qualche giorno prima  del suo fallimento. A Fannie Mae e Freddie Mac, i giganti americani del credito immobiliare, le agenzie avevano attribuito il massimo dell’affidabilità fino a poco prima del salvataggio forzato da parte del Tesoro Usa. C’era stata anche la crisi delle “tigri asiatiche”, che i tre big del rating avevano ignorato; e la “bolla” della new economy, non prevista… e il default dell’Argentina, e così via.

Quello che ha colpito l’opinione pubblica in questi ultimissimi giorni è stato che, in una situazione di crisi finanziaria internazionale dovuta alla Grecia, l’improvviso annuncio dell’agenzia di rating Moody’s, (a mercati ancora aperti)  prima con un flash di agenzia e poi con un breve “report”, abbia avvertito di un rischio per le banche di Portogallo, Spagna, Regno Unito, Irlanda  e anche d’Italia, diffondendo così il panico nelle Borse europee e crollo di tutti i titoli finanziari a Piazza Affari.

Quindi caso tipico di speculazione internazionale con grandi venditori allo scoperto. Il giorno dopo Moody’s ha rettificato questo annuncio riguardante il nostro Paese e ha considerato il sistema bancario italiano sostanzialmente solido. A questo punto però la Banca d’Italia è stata costretta ad intervenire duramente: il sistema bancario è robusto, il deficit di parte corrente è basso, il risparmio è alto, il debito complessivo di famiglie, imprese e Stato è inferiore rispetto ad altri Paesi. L’esposizione  diretta delle banche italiane verso la Grecia è contenuta, ed è molto inferiore rispetto a quella delle banche francesi e tedesche: è pari a circa 5 miliardi di euro, cioè lo 0,2% del totale delle attività del nostro sistema bancario.

Certamente i Paesi sopra citati da Moody’s hanno diversi problemi sul debito pubblico, ma questo non significa che anche le banche ne debbano soffrire. Leggiamo dal “Corriere” che nel “report” di Moody’s “nessuna analisi è stata fatta su uno o più istituti, nessun dato sulla solidità dei requisiti patrimoniali aggregati dei sistemi o sul loro finanziamento. E non una parola sui rischi per le banche francesi e tedesche, notoriamente le più esposte alle obbligazioni greche”.

Sembra che questo “report” sia stato scritto da Ross Abercromby, un giovane inglese (trentenne) che normalmente si occupa di banche britanniche e irlandesi e non particolarmente dell’Italia.

E pensare che neanche due mesi fa (a metà del marzo scorso), l’opinione di Moody’s sul nostro Paese era completamente diversa.

In un articolo su Cartalibera (17 marzo), citavamo che Alexander Kockerbeck, analista di Moody’s responsabile per l’Italia, in quei giorni aveva assegnato all’Italia un rating pari a “Aa2”, con una previsione di stabilità e riteneva che la reputazione e la credibilità dell’Italia sui mercati internazionali fossero buone e che “il bilancio pubblico si trovasse in una situazione di relativo equilibrio”.

Come è noto, il fattore credibilità è molto importante.

Per l’Italia, ma anche per gli altri Paesi ad alto debito, «é importantissima l’immagine che si dà al mondo, la percezione che l’esterno ha del Paese».

Kockerbeck inoltre aveva spiegato: “Prima dell’euro, nel 1999, il 70% del debito pubblico italiano era in mano a risparmiatori italiani, oggi è il 40-45%, il resto, più della metà, è in mano a investitori istituzionali per lo più europei”.

Ad esempio i prestiti francesi all’Italia rappresentano circa un quarto del prodotto interno lordo italiano e un quinto di quello francese. L’esposizione delle banche francesi verso il nostro Paese è molto alta; il credito delle banche italiane verso la Francia è inferiore di più di dieci volte.

A differenza di Moody’s, le agenzie Fitch e Standard Poor’s esaminando i dati relativi al sistema Italia, hanno invece mantenuto un giudizio inalterato giudicando positivamente l’operato degli istituti bancari (rafforzamento del patrimonio e raccolta diretta tra la clientela).

E’ certamente vero che le banche italiane hanno gran parte del loro patrimonio investito in titoli di Stato, quindi basta qualche inizio di difficoltà a collocare titoli di Stato per provocare aumenti dei tassi e perdite nei portafogli delle banche.

I problemi dell’Italia ci sono e purtroppo ancora tanti, specie per la lentezza della crescita economica, e il ministro Tremonti non ha fatto mistero della minaccia che la crisi greca rappresenta per «la stabilità tanto del Paese quanto dell’intera area euro»,  però  i conti pubblici italiani sono ad oggi sotto controllo e il Paese non rischia. La politica di rigore adottata dal Governo con la manovra triennale sta funzionando ed oggi la strada del rigore è  ancora più necessaria.

A questo punto uno si domanda come funziona la creazione della fiducia, un bene importante ed essenziale per l’economia? Noi crediamo che sia necessario intervenire per regolare l’ attività di queste agenzie.

La Cancelliera tedesca vorrebbe  creare un’agenzia di rating europea  (forse non si fida delle tre major anglo-americane?). Il ministro dell’economia francese, Christine Lagarde, cercherà di dare più poteri all’autorità di mercato francese (Amf) per esercitare un controllo sulle agenzie di rating.

Noi  crediamo sia opportuno che la Banca centrale (la BCE) debba comprare i titoli (come hanno fatto negli Usa), e che si costituisca una specie di Fondo Cassa europeo per le emergenze e che le agenzie di rating debbano dipendere da un arbitro superiore, ad esempio il Fondo Monetario Internazionale o diventare delle magistrature pubbliche o parapubbliche.

Questa annotazione riguarda anche la credibilità delle società di revisione e dei collegi sindacali delle aziende, di cui ne abbiamo già parlato su Cartalibera in un’altra   occasione.

Come ha scritto qualcuno: “non s’è mai visto un controllato che paghi il suo controllore per essere davvero incalzato, messo alle strette e se necessario sanzionato per i suoi comportamenti.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *