Perché il risultato del PdL alle regionali deve preoccupare?

Terminata la campagna elettorale possiamo ragionare lucidamente sui risultati. Quello del Pdl è preoccupante. Facciamo una rapida analisi. In Piemonte nel 2005 Fi e An avevano il 32 per cento, alle politiche il 34,4 per cento, nel 2009 il 32,4, ora hanno il 25,1: abbiamo vinto non per merito nostro, ma grazie al movimento di Beppe Grillo che ha tolto il 4,1 per cento alla candidata di sinistra. In Lombardia avevamo nel 2005 il 34,7 per cento, alle politiche il 33,5, alle europee il 33,9, ora il 31,8. In Veneto il 30,8 nel 2005; il 27,4 nel 2008; il 29,3 nel 2009, ora il 24,7.E’ solo un problema del Nord? No: in Campania abbiamo ottenuto il 34,3 nel 2005; il 49,1 nel 2008; il 43,5 nel 2009; ora il 32. Si è vinto esclusivamente con i voti di Udc e Udeur. In Calabria alle politiche avevamo il 41,2 per cento, alle europee il 34,9 e ora il 26.6. Nel Lazio senza l’Udc non si vinceva. Piuttosto c’è da sottolineare che abbiamo rischiato di perdere nonostante la vicenda Marrazzo e una Bonino che aveva contro tutto il mondo cattolico. Si è rischiato di perdere il Lazio per errori esclusivamente nostri, che sono l’espressione di una assenza di regole interne o quanto meno di regole che alcuni si sentono in diritto di calpestare a piacimento. A fronte di tutto questo può essere rassicurante per il governo che buona parte dei voti che noi abbiamo perduto sia andata alla Lega, ma non lo è per chi crede nel Pdl. C’è una indubbia disaffezione dell’elettorato, manifestata anche dal crollo dei votanti (la più bassa percentuale dal dopoguerra), che per fortuna la totale inconsistenza della sinistra non traduce in un rischio a breve periodo per la maggioranza. Le motivazioni sono a mio avviso chiare. Innanzitutto non abbiamo ancora mantenuto alcuni importanti impegni presi con gli elettori.

Dobbiamo ripartire dalla rivoluzione liberale promessa fin dal 1994: meno spesa pubblica, meno tasse, più libertà economica, all’interno di regole chiare. La proposta di riforma fiscale avanzata dall’ottimo ministro Tremonti è il presupposto indispensabile, ma se fra due anni non avremo avviato un serio piano di tagli alle spese improduttive (che non possono riguardare ricerca e istruzione) e contestualmente gli italiani non avranno percepito che il carico fiscale è concretamente diminuito, avremo tradito il principale impegno preso con gli elettori.C’è un poi una questione legalità. Un conto è consentire al governo di rispettare il mandato preso con gli elettori, impedendo, come accade in molti paesi occidentali, che la magistratura possa decidere le sorti della legislatura, un altro è dare l’impressione che esista sempre e comunque una magistratura prevenuta contro gli esponenti del Pdl. La principale riforma della giustizia è quella del Csm che consenta nei casi più gravi di sanzionare o al limite di espellere le toghe che fanno politica militante. La lotta al cancro della corruzione ha bisogno tuttavia di un messaggio di fiducia verso la magistratura, che nella sua grande maggioranza è leale verso le istituzioni. Necessita inoltre che anche noi si volti pagina iniziando con il pretendere una maggiore trasparenza da chi viene candidato o nominato a cariche di responsabilità. Ha suscitato poi molte perplessità constatare che i criteri utilizzati per certe nomine o candidature non sempre abbiano seguito quei criteri meritocratici così tanto sbandierati, ma siano state dettate da logiche difficilmente comprensibili e giustificabili. Le regole non sono orpelli fastidiosi. A iniziare dalla vita interna del nostro partito: esiste una sorta di nomenklatura, di oligarchia che può tutto e che più che gli interessi del partito tiene comportamenti nell’interesse prevalente quando non esclusivo dei propri gruppi di riferimento. Le correnti di pensiero sono il lievito di un partito, le oligarchie, che rischiano di concepire i propri referenti alla stregua di “bande”, sono la sua fine.

Ho creduto in quello che sarebbe stato il progetto politico del Pdl fin dal 1994 quando con molti futuri parlamentari e uomini di cultura fondai Associazione per le libertà, che fu la prima associazione ad auspicare che nascesse anche in Italia un partito unico del centrodestra sotto la guida di Silvio Berlusconi.

Ritengo che solo con una svolta autentica si possa rilanciare la credibilità della nostra azione politica e il senso stesso del Pdl, e soltanto una intesa alta e definitiva fra i due cofondatori può garantirla.

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