Il nostro Paese non è tra i “Pigs”

La stampa internazionale anglosassone, da tempo, chiama in modo spregiativo con l’acronimo “Pigs” alcuni Paesi dell’area mediterranea, poco affidabili e un po’ irresponsabili, con problemi di bilancio, di situazione finanziaria pesante e di scarsa credibilità sui mercati, cioè Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. Alcuni hanno aggiunto un’altra “i”, come Irlanda, quindi l’acronimo diventa “Piigs”.

Secondo me, nonostante il forte debito pubblico italiano (il terzo del mondo), il nostro Paese non dovrebbe far parte dei “Pigs”, il gruppetto dei “maiali”.

A dir la verità già in un nostro precedente articolo pubblicato su “Cartalibera” (15 aprile 2009), un anno fa, dicevamo  che senza essere o voler essere ottimisti,  il nostro Paese stava reggendo  meglio la crisi rispetto ad altri Paesi, tipo l’Irlanda, l’Islanda, la Gran  Bretagna, o ai nuovi Paesi dell’Est, tipo l’Ungheria, la Lettonia, ecc.   Scene di gente accampata in tende perché ha perso la casa requisita dalle banche  come in California, per fortuna, non si erano e non si sono viste in Italia.

Inoltre abbiamo un sistema di “welfare”, di ammortizzatori sociali,  costoso, ma in grado di far fronte a situazioni gravi di disoccupazione e di degrado sociale.

Abbiamo anche una economia basata non sui servizi  (come la Gran Bretagna o l’Irlanda, oggi in grande difficoltà), ma su una struttura produttiva di tipo manifatturiero e formato di piccole e medie imprese.

Ovviamente la grande crisi finanziaria mondiale ha colpito pesantemente anche il nostro Paese.

Però, fino ad ora, non abbiamo avuto fallimenti delle banche (come negli Usa, Gran Bretagna, Irlanda);  la disoccupazione è aumentata, ma non come in altri Paesi (in Spagna è circa il 20%, in Usa è oltre il 10%), senza considerare poi che noi abbiamo un buon sistema di ammortizzatori sociali, a differenza di altri Paesi; abbiamo, sì, un altissimo debito pubblico (risultato dei governi della prima Repubblica), ma l’indebitamento medio delle famiglie italiane è inferiore rispetto ad altri Paesi come gli Usa, la Gran Bretagna, la Spagna;  il rapporto deficit/PIL  è più basso di quello della Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, Usa e soprattutto della Grecia.  Il ministro Tremonti, nonostante tutto, è riuscito, in questi mesi, a tenere la barra dritta e ferma.   

Alexander Kockerbeck, analista di Moody’s responsabile per l’Italia, nei giorni scorsi ha assegnato all’Italia un rating pari a “Aa2”, con una previsione di stabilità e ritiene che la reputazione e la credibilità dell’Italia sui mercati internazionali siano buone e che “il bilancio pubblico si trova in una situazione di relativo equilibrio”.

Come è noto, il fattore credibilità è molto importante.

Per l’Italia, ma anche per gli altri Paesi ad alto debito, “é importantissima l’immagine che si dà al mondo, la percezione che l’esterno ha del Paese”.

Kockerbeck ha spiegato: “Prima dell’euro, nel 1999, il 70% del debito pubblico italiano era in mano a risparmiatori italiani, oggi è il 40-45%, il resto, più della metà, è in mano a investitori istituzionali per lo più europei”.

Ad esempio i prestiti francesi all’Italia rappresentano circa un quarto del prodotto interno lordo italiano e un quinto di quello francese. L’esposizione delle banche francesi verso il nostro Paese è molto alta; il credito delle banche italiane verso la Francia, è inferiore di più di dieci volte. 

L’Italia aveva una crescita bassa prima della crisi e tale resta. Come altre economie, oggi è in fase di recupero con una crescita debole. Per questo deve tener conto del peso del suo debito pubblico molto elevato e oggi non può ignorare la necessità di trovare l’equilibrio di bilancio.

Oggi i tassi di interesse sono bassi, però i tassi non resteranno bassi per troppo tempo e quindi in futuro il servizio del debito peserà maggiormente sulla spesa pubblica. Di questo bisogna tenerne conto.

In questi ultimi dieci anni, mentre nel nostro Paese, l’indebitamento privato è rimasto abbastanza stabile, nei paesi anglosassoni e in Spagna si è avuto un aumento eagerato del rapporto tra indebitamento del settore privato e PIL, specie con la “bolla” immobiliare, finanziaria e del credito al consumo. Un aumento dell’indebitamento privato fuori controllo.

A questo proposito l’economista Marco Fortis, su “Il sole-24 ore” recentemente ha scritto “non è per una carenza di competitività che l’Italia nell’ultimo decennio è cresciuta poco. Se le famiglie italiane si fossero indebitate come quelle americane e inglesi oggi non saremmo qui a fare questi ragionamenti sulle diverse dinamiche pre-crisi dei Pil, ma anche noi piangeremmo lacrime amare con banche salvate a caro prezzo o nazionalizzate, deficit pubblici alle stelle e tassi di disoccupazione assai più elevati.”

E ha aggiunto: “Nonostante il notevole indebitamento privato spagnolo e i guai della piccola Grecia, la vera potenziale crisi del debito non sta nell’Eurozona, ma nel mondo anglosassone, che ora non ha più soltanto un altissimo debito privato ma anche un debito pubblico in preoccupante espansione. Sono i dati a dirlo.”

Infatti se raffrontassimo il debito pubblico, non tanto col PIL (come si fa di solito), ma con la ricchezza netta delle famiglie (inclusi i beni reali come case e terreni) avremmo delle sorprese positive per l’Italia. Per giudicare l’affidabilità di una nazione, si dovrebbe quindi  affiancare agli altri indicatori, un nuovo parametro: la misura del debito pubblico correlata alla quantificazione del risparmio delle famiglie.

Per questo concordiamo con il Ministro Tremonti quando afferma che non bisognerebbe parlare più di paesi “pigs”, quanto piuttosto di paesi “fire countries”, cioè Finance, Insurance e Real Estate. Bisogna in sostanza occuparsi non di paesi specifici, bensì di settori che oggi sono più in difficoltà e dei paesi che hanno fatto maggiormente conto su questi settori per l’espansione della loro economia.

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