L’euro al primo vero test

I problemi della Grecia rischiano di contagiare gli altri “Piigs” (Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna) ponendo seri interrogativi sul futuro della moneta unica. 

Nelle ultime settimane, una delle ultime certezze in campo economico ovvero l’impossibilità del rischio default per uno stato dell’Unione Europea, appare scricchiolare vistosamente.

Di fatto il bubbone scoppiato un anno mezzo fa sui mercati finanziari dopo aver toccato l’apparato bancario e produttivo inizia, com’era prevedibile, ad intaccare la solidità gli Stati.

Ad alcuni sono iniziate a fischiare le orecchie ripensando a quel che disse Milton Friedman, da sempre scettico sulla validità della moneta unica europea, al suo allievo Antonio Martino: “Mi raccomando, non buttate le rotative della Lira…”.

D’altronde Eurolandia, se si vuole ragionare in termini economici e fuor di furore ideologico, è un’area tutt’altro che ottimale per un’unione monetaria (il che non significa che l’Unione europea non debba esistere), tanto che al di là dell’Atlantico

alcuni hanno iniziato a commentare sarcasticamente: “When will Greece leave the german currency?”

In altri contesti, si possono fronteggiare gli shock asimmetrici con politiche fiscali o tramite una grande mobilità interna, ad esempio da stato a stato, come avviene negli Usa.

Ma l’Europa, mettiamoci l’animo in pace, non è gli Stati Uniti.

Con la perdita di sovranità monetaria è venuta quindi meno la possibilità per gli stati di ricorrere alla svalutazione, uno strumento di politica economica non certo miracolistico e non privo di controindicazioni, ma che in paesi export oriented ed abituati a una valuta più debole come l’Italia, può comunque ridare fiato al ciclo economico in momenti come questi, in cui oltretutto assistiamo al persistente impegno della Cina, ormai primo Paese esportatore al mondo, nel manipolare al ribasso il cambio dello Yuan.

Il rischio concreto è che Eurolandia viva una sorta di “decennio perduto” come il Giappone anni ’90 o peggio emuli la Gran Bretagna degli anni ’30 che per rimanere abbarbicata a un cambio irrealistico passò un decennio di profonda depressione.

In economia non ci sono pasti gratis e per i cosidetti Pigs l’alternativa passa anche nel contrarre ulteriormente salari già miseri col rischio d’innescare tensioni sociali che rischiano nel medio-lungo periodo persino di scardinare le democrazie.

L’insieme di misure all’insegna dell’austherity prese dall’Irlanda, che in diversi paventano come “cura” per gli altri pigs, non è detto che possa bastare, considerando anche il fatto che i salari irlandesi partono da un livello assai più alto e che gli altri Paesi nel mirino hanno una struttura produttiva ben diversa da quella dell’Emerald Isle, ormai patria europea dell’outsourcing, grazie ad una tassazione molto bassa e ad

Un apparato burocratico e normativo assai migliore di quello dei paesi mediterranei.

In definitiva, da qualsiasi parte la si guardi, c’è poco da stare allegri.

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