La destra europea lo ha capito bene: il nuovo è “green”

Non è solo il presidente americano Obama a puntare sulla “green economy” per uscire dalla crisi e rilanciare l’economia, anzi l’ambiente è diventato una bandiera per i leader della destra europea. Nel luglio 2007 il Presidente francese Sarkozy ha presentato il piano “Grenelle” dell’ambiente, che prevede circa 20 azioni per trasformare il sistema economico. Il cancelliere tedesco Angela Merkel è impegnata nella battaglia per il clima nella convinzione che i benefici superino ampliamente i costi. Il leader conservatore inglese David Cameron ha lanciato nel settembre 2007 il “Blueprint for a green economy” un’agenda per il rilancio del Paese.

E l’Italia? L’Italia sta uscendo dalla crisi economica più lentamente rispetto agli altri Paesi europei (secondo stime OCSE la crescita prevista del PIL nel 2010 sarà pari all’1,1% contro il 2,6% media europea). Ad appesantire lo sviluppo del Paese è l’eccessivo storico peso dello Stato nell’economia. Nella recente presentazione da parte dell’IBL dell’indice di libertà economica il nostro Paese figura al settantaquattresimo posto (il più basso tra i grandi Paesi industrializzati).

Ma a compromettere la crescita nazionale è anche un sistema produttivo ingessato dalle molte tutele (equamente distribuite fra lavoratori ed imprese) per l’esistente, a discapito del nuovo. E il nuovo, che rappresenta possibilità di intrapresa e di lavoro, oggi è la “green economy”.

Purtroppo alla crisi dell’ecologismo rosso-verde della sinistra, ha fatto riscontro un sostanziale disinteresse della destra per il tema. Aspettiamo con fiducia il piano nazionale per l’ambiente urbano preannunciato dal Ministro per l’ambiente Stefania Prestigiacomo.

In realtà la “green revolution” è già iniziata. Interi settori sono stati investiti da un’ondata di innovazioni all’insegna della sostenibilità. La produzione e il consumo di energia e la mobilità urbana sono gli ambiti in cui gli sviluppi sono più evidenti. Ma non c’è un solo settore che sia rimasto estraneo a questo processo..

Ai benefici privati si accompagnano quelli sociali, in termini di miglioramento dell’ambiente globale e locale, salute, riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, occupazione. In molti casi produrre in modo sostenibile si giustifica anche secondo una mera logica di profitto, perché si possono ridurre i costi ed aumentare i margini, vista la crescita dei consumatori “ecoconsapevoli”. Ma anche la presenza di incentivi o disincentivi pubblici si giustifica quando è rivolta a far funzionare i mercati ed il sistema dei prezzi, incorporando all’interno di essi le “esternalità ambientali”, cioè i danni subiti dalla società in assenza di una adeguata tutela ambientale.

Non c’è dunque solo Obama con il “Green New Deal” e la promessa di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro nel prossimo decennio nell’ambiente e nelle energie pulite, con 70 miliardi di dollari di investimenti già effettuati e 150 in vista.

E’ sbagliato mettere in alternativa nucleare e rinnovabili. Ci vogliono entrambi. Ed entrambi sono “green”. A questo proposito il Presidente Obama ha appena rilanciato il piano nucleare americano con investimenti di 8 miliardi di dollari per una nuova centrale.

Il pacchetto “energia e clima” presentato nel gennaio 2007 dal Presidente Barroso costituisce il quadro di riferimento per lo sviluppo della “green economy”in Europa.

L’auto elettrica è già una realtà. Negli USA si prevede un milione di auto “plug in”, cioè ricaricabili attaccando la spina alla presa della corrente elettrica, entro il 2015 (la Cina 500.000 entro il 2011). Alcune città europee, come Londra, hanno già sperimentato i sistemi di ricarica. Nel 2010 sarò la volta anche di Milano e di Roma.

La certificazione energetica degli edifici consente di conoscere i consumi per riscaldarli, in modo che gli acquirenti attribuiscano un valore maggiore a quelli che consumano meno.

Gli standard ed i marchi di efficienza energetica per elettrodomestici, apparecchiature per ufficio, lampadine consentono di orientare le scelte del consumatore associando i vantaggi individuali e quelli sociali.

Una opportunità competitiva per l’Italia, che non manca di capacità creativa e di innovazione, ma ha bisogno di una Pubblica amministrazione più moderna in grado di creare le condizioni perché il sistema industriale si rinnovi e possa competere e perché possano svilupparsi gli investimenti pubblici e privati necessari.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *