Una nuova questione morale?

Siamo in presenza di una nuova questione morale? E’ questa la domanda che si pongono tutti dopo l’esplosione di casi corruzione che interessano diversi livelli della pubblica amministrazione ed esponenti sia della destra che della sinistra. La classe politica nega: tangentopoli era un’altra cosa.

La verità è che si deve riconoscere che la questione morale non è mai venuta meno. Tangentopoli ha distrutto i partiti della “Prima Repubblica ma non ha eliminato i mali che affliggono la politica e la società italiana. In parte la responsabilità di questo fallimento è proprio nelle modalità spettacolari con cui è stata gestita tangentopoli e nell’imprevedibile trasformazione del suo paladino Di Pietro da inquisitore a politico, non privo di qualche scheletro nell’armadio.

C’è però qualcosa di nuovo rispetto a tangentopoli: è aumentata la protervia dei protagonisti e si è alzata la soglia di tolleranza dell’opinione pubblica. Le ruberie non nascono dal nulla, ma dall’accettazione di una serie di comportamenti ai confini della legalità, ma sicuramente oltre la soglia della moralità che si dovrebbe richiedere ad un amministratore pubblico. Oggi gli amministratori che ricevono in regalo dagli imprenditori a cui fanno favori automobili, viaggi, prestazioni sessuali, ecc. non provano vergogna, non sono costretti a dimettersi, anzi rivendicano la “normalità” di questi comportamenti. Ciò che all’estero porterebbe alle sicure dimissioni o alla radiazione dalla vita politica, qui diventa ammissibile.

Troppo facile allora questa rincorsa a prendere a calci nel sedere Milko Pennisi, il consigliere comunale arrestato a Milano mentre si faceva consegnare una mazzetta da 5.000 euro. Pennisi è un pesce piccolo, senza grandi sponsor, probabilmente colpevole (ma aspettiamo gli esiti dell’inchiesta, visto che in passato il suo collega Giovanni Terzi arrestato con accuse ben più gravi, ne è uscito assolto), fa comodo farne il capro espiatorio di tutto il sistema.

Nei recenti casi che hanno investito la Campania, la Lombardia, la Puglia e addirittura la Protezione civile nazionale si intravede una fitta rete di frequentazioni inopportune, di scambi di favori, di logiche di clan che costituisco il tessuto per far proliferare la corruzione.

Nei posti di governo e di sottogoverno spesso non vanno i migliori, ma quelli che sono in grado di ricambiare i favori o che devono essere ricompensati per aver portato “pacchetti” di voti a chi ha il potere di nomina. Se questi si rivelano dei ladri la responsabilità – almeno quella morale – non è solo loro, ma anche di chi li ha messi in quelle posizioni. Come sono stati selezionati?

Nel mondo anglosassone la “raccomandazione” è intesa come la certificazione da parte di un soggetto autorevole delle qualità di un candidato. Per accedere a certe posizioni, o anche solamente ad una borsa di studio, è richiesto di presentare delle lettere di raccomandazione. Nessuno, che possieda una visibilità pubblica o professionale, scriverebbe una lettera di raccomandazione a favore di una persona in cui non ripone fiducia, perché ne verrebbe compromessa la sua stessa reputazione.

Chi ha “raccomandato” e nominato i politici e i dirigenti che si sono rivelati corrotti nei casi italiani? Con quali logiche correntizie e di spartizione del potere, se non addirittura di “ricatto”? Se non si risponde a questa domanda e non si riafferma il principio della responsabilità, la corruzione continuerà a proliferare.

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