Riduzione delle tasse: aspettare, serve o non serve ?

Qualche settimana fa il Premier Berlusconi in una intervista al giornale “Repubblica” aveva parlato di una riforma fiscale intesa a sostituire le attuali aliquote fiscali (dal 23 al 43 %) con solo due semplici aliquote, 23% e 33%. Alcuni giorni dopo in una conferenza stampa, invece,  ha dichiarato che almeno per quest’anno, vista la crisi economica e l’alto debito pubblico, non è possibile porre mano ad una riduzione delle tasse come promesso. Riportiamo le testuali dichiarazioni del premier.

L’attuale situazione di crisi non permette nessuna possibilità di riduzione delle imposte“.

La situazione attuale del debito pubblico comporterà, solo di interessi, una spesa di 8 miliardi di euro all’anno. In questa situazione – sottolinea il premier è fuori discussione poter pensare a un taglio delle imposte“. D’altro canto, continua , “non abbiamo introdotto nessuna tassa nuova, non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani, nemmeno nell’ultima Finanziaria“. Allo studio c’è una semplificazione del sistema tributario: “Sarà un lavoro lungo, duro. Spero che possa essere sufficiente un anno, ma è un lavoro davvero improbo. Siamo di fronte a un caso che ci impone una semplificazione. Anche i commercialisti si mettono le mani nei capelli quando devono interpretare queste norme“. Ma semplificare, ribadisce il premier, non vuol dire tagliare.

Anche sul quoziente familiare dice: “Ribadisco che il quoziente familiare resta un nostro impegno, ma purtroppo non c’è nessuna possibilità che questo possa avvenire in questa situazione di bilancio“.

Il ministro Tremonti, nella stessa conferenza stampa, ha parlato altresì  di un progetto globale di riforma fiscale che richiederà comunque  alcuni anni, diciamo entro 2013.

Questo “stop” al taglio delle tasse ha gelato i liberisti ed ha creato malumori e critiche all’interno del centro-destra e sorrisini ironici da parte dell’opposizione.

Gli stessi giornali di area di centrodestra, come “Il Giornale” o “Libero”, a caratteri cubitali in prima pagina, hanno parlato di “pasticcio delle tasse”, “Caro Silvio, non ci stiamo”, “E’ un autogol abdicare sulle tasse”. Nella stessa maggioranza di governo, il motivo della crisi non è una spiegazione che convince tutti.

Sono passati 15 anni che si parla di riduzione delle tasse, ma fino ad ora con pochi risultati concreti.

La riduzione fiscale era ed è nel codice genetico, fin dal 1994,  della politica di Forza Italia prima e poi del PdL. Lo stesso Ministro Tremonti aveva elaborato il famoso Libro Bianco sul fisco basato su tre direttrici  portanti: dal centro alla periferia (cioè federalismo fiscale), dalle persone alle cose (tassazione ambientale e dei consumi), dal complesso al semplice (certezza di diritto) e con una drastica semplificazione del numero dei tributi. Concetti molto condivisibili.

Secondo il Tremonti odierno, il sistema fiscale e’ stato drasticamente peggiorato con l’introduzione dell’Irap e marginalmente migliorato con quella del 5 per mille. Dato che si tratta di una riforma fondamentale, non si può improvvisare in poco tempo. Infatti, Tremonti ha annunciato che “inizierà una fase seria di studi e discussioni, dobbiamo aprire un grande dibattito” per creare il nuovo modello fiscale”. Certamente non si partirebbe da zero perché sul sito del Ministero dell’Economia abbiamo la possibilità di leggere un libro bianco (pubblicato in contemporanea alla recente conferenza stampa) che contiene alcune sue proposte. Si tratta di 200 pagine fitte di idee organiche di riforma. Tremonti, in estrema sintesi, propone: nuove aliquote Irpef che non superino il numero di tre e il livello del 45%, tassazione del reddito delle imprese non più alto del 35%, federalismo fiscale in comuni, province e regioni, tassazione delle rendite e tributi ambientali, rafforzamento degli strumenti anti-evasione e anti-elusione, sostegno delle fasce deboli.

Certamente in questi quindici anni ci sono state alcune iniziative, come l’abolizione dell’imposta di successione, l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, l’arrivo di tasse ecologiche, l’esclusione dell’imposta sui redditi fino a 20 milioni di lire (10 mila euro) per i cittadini che hanno più di 70 anni, ma l’ordinamentto tributario, nel suo complesso, è rimasto identico.

Antonio Martino, l’esponente più liberista del PdL, acerrimo avversario di Tremonti, afferma “La riforma fiscale? E’ morta nel 1994” e si chiede “Perché il premier continua a tenersi, come ministro, Tremonti? “. Altri dicono: “Non ha senso dire che non si può fare perché non ci sono i soldi. I soldi non ci saranno mai, neanche tra vent’anni, se non si taglia la spesa pubblica”.

Il tema è delicato, anche perché il nostro debito pubblico (il terzo del mondo e il più alto in Europa) supera il 115% del PIL. In questo senso il ministro Tremonti è stato bravo a tenere la barra ferma nella crisi, nonostante le critiche di alcuni colleghi di governo; ha saputo tenere a bada gli istinti di spesa della maggioranza e le obiezioni dell’opposizione.

Rilanciare oggi il tema fiscale va benissimo, anzi è necessario, però va fatto in modo serio e coerente.

Un analista politico su “L’Occidentale” si domanda: “E’ possibile (ed opportuno) ridurre da subito la pressione fiscale perché in tal modo si da slancio all’economia e si garantisce che il volume complessivo delle entrate pubbliche non crolli (con effetti devastanti sul debito pubblico) ovvero, per consentire una riduzione del carico fiscale virtuosa per l’economia, è necessario prima ridurre la spesa pubblica? E, inoltre, è opportuno avviare la riduzione delle imposte oggi quando stiamo faticosamente uscendo da una grave recessione economica proprio per agganciare la ripresa economica annunciata da più parti o non è, piuttosto, necessario attendere che la ripresa si sia consolidata ed il sistema abbia recuperato gli effetti della crisi?”

Certamente è vero che l’ultima campagna elettorale (quella del 2008) è stata molto morigerata, e l’unica cosa su cui Berlusconi e Tremonti si sono impegnati è “a non alzare le tasse” e, comunque, rispetto alle politiche di Prodi, Padoa Schioppa e Visco, hanno vinto alla grande.

Detto questo, io credo che, a questo punto, l’immobilismo non sia opportuno: a furia di parlare di riduzione delle tasse e poi di non farne nulla, gli italiani che hanno votato centrodestra rimangono spiazzati e delusi. Ulteriori rinvii, come dicono in molti, minerebbero la credibilità del PdL.

Quindi occorre avviare subito una politica di riduzione delle tasse per togliere spazio alla spesa pubblica (riduzione del numero e del livello delle aliquote fiscali, semplificazione delle procedure e degli adempimenti, lotta all’evasione fiscale ), ma nel contempo anche una drastica riduzione delle spese pubbliche e degli sprechi (ad es. abolizione o riduzione delle Province, dei consorzi montani, dei consigli circoscrizionali, del numero dei consiglieri e assessori negli enti locali, ecc.)  nonché alienazione di parti importanti del patrimonio pubblico mobiliare e immobiliare.

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