Obama un anno dopo

I sogni, si sa, muoiono all’alba. Passata la lunga notte di sbronza mediatica che ha caratterizzato la honeymoon con il nuovo Presidente, l’America si sveglia un anno dopo e deve fare i conti con una realtà molto grigia, benchè edulcorata nei rapporti che a noi giungono da tv e giornali, tutti ancora faticosamente impegnati a tenere insieme il personaggio entusiasticamente costruito.

Stiamo ai fatti ed ai numeri, visto che Obama si è meritato, con la sua efficace campagna elettorale, di essere giudicato in modo non-ideologico, essendosi presentato quasi come “bi-partisan” e apparentemente alieno dagli schemi classici destra-sinistra.

I numeri sono chiari, cioè scuri. Il suo indice di gradimento è ancora discreto, ma mentre i giudizi positivi sono scesi in pochi mesi dai due terzi alla metà, quelli negativi sono passati dal 30% di inizio mandato al 45% di oggi. Ma il problema non è la persona: sono le sue politiche, sulle quali le opinioni degli americani sono sempre più negative, tanto che per la prima volta da anni i Repubblicani (che pure non scoppiano di salute) sono da settimane in testa nelle intenzioni di voto.

Soprattutto, come notava recentemente George Will, più gli americani annusano da vicino, studiano e capiscono le proposte e le politiche di Obama, meno le approvano. Questo vale soprattutto per la riforma sanitaria, ma anche per gli altri due grandi interventi adottati nel 2009: lo stimolo fiscale in risposta alla crisi, e le proposte sul global warming.

Riforma sanitaria: mentre molti cercano di presentare come un grande successo, sia pur figlio di faticosi compromessi, l’approvazione (anzi, la serie di approvazioni, poiché il testo sta ancora rimbalzando tra Camera e Senato con successive modifiche) della riforma, i diretti interessati, gli americani, sono passati in sei mesi da un prudente appoggio al progetto, alla neutralità ed infine ad un secco rigetto. Tutti i sondaggi confermano infatti che i favorevoli sono meno del 40%, ed i contrari più del 50%, riducendosi il numero degli indecisi. E sarebbe strano il contrario, visto che l’ultima bozza di riforma, che ancora tra 10 anni lascerà comunque senza copertura quasi 20 milioni di americani, non si sa bene quanto costerà, salvo la certezza che sarà una cifra pazzesca, abbasserà probabilmente gli standard sanitari degli americani già assicurati, e di fatto rinuncia del tutto a pretendere di calmierare i costi sanitari complessivi. Un successone.

Stimolo fiscale: persino un ultraliberal come Paul Krugman ammette adesso che i timidi benefici generati dallo stimolo fiscale non porteranno alcuna ripresa sostenibile. La tempistica in particolare è sotto accusa: il piano è stato attuato per generare, sperabilmente, gli effetti più visibili a metà 2010, guarda caso data delle elezioni di medio termine, ma non avrà effetti duraturi sui consumi e sulla occupazione. Li avrà, però, sul deficit, che si annuncia impressionante ed è, a livello globale, il vero fantasma che si aggirerà per il mondo nel prossimo decennio: la Heritage Foundation calcola che il deficit di bilancio del mandato di Obama sarà pari a quello di tutti i suoi predecessori messi assieme. Se i giovani fanno due conti, l’eredità di Obama sarà accettata con beneficio di inventario.

Global Warming: forse non a tutti è chiaro quello che è successo a Copenhagen. E’ successo che i paesi avanzati hanno costruito un mostro, il riscaldamento globale, generato in parte da corrette preoccupazioni, in parte da maliziose ed interessate speculazioni, e questo mostro ora è scappato, e, ben protetto dai paesi in via di sviluppo, ora si rivolta contro di loro. E’ imbarazzante leggere i retroscena degli incontri del vertice, con Obama trattato dall’alto in basso da un viceministro cinese, e snobbato dal premier indiano che, da lui invitato, si dà per partito salvo farsi beccare poi a complottare con i colleghi sudafricano e brasiliano. Il problema è semplice: se è vero (e non si sa se è vero, ma come dirlo adesso dopo tutte le recite in stile Al Gore?) che il disastro climatico incombe, e che i paesi in via di sviluppo devono contribuire a ridurre le emissioni, e che tutto questo costa, chi deve pagare? I ricchi piangano un po’ anche per noi, dicono i paesi poveri, e caccino la grana, oltre che per ridurre le emissioni loro, anche per le nostre. Parliamo di centinaia di miliardi. Ora, che fare?  Dopo anni di piagnosa retorica sull’aiuto ai paesi in via di sviluppo, e sui pericoli della crescita, ci tiriamo indietro? Gli europei, i più fessi su tutto il fronte su questo tema, non sanno che pesci pigliare (Barroso, mentre i delegati USA, questa volta alleati di Sarkozy, quasi venivano alle mani con i cinesi, ancora belava implorandoli di firmare un accordo), ma il Congresso USA per fortuna degli americani si. Il Trattato di Kyoto fu respinto non da Bush il cattivone, ma dai senatori USA con uno spettacolare punteggio di 95 no e 0 si, e Obama, per quanto lingua di velluto, non può presentarsi offrendo un accordo che vincoli USA ed Europa a pagare per tutti, anche se di fatto il borsone della spesa lo ha già aperto e parecchio. Cosa racconterà ora sul clima? Che drammatizzando i problema e colpevolizzandosi si è fatto male da solo, come in effetti è, mettendosi nelle condizioni peggiori per negoziare qualsiasi trattato? Che a questo punto non può né andare avanti né tornare indietro, e deve nel frattempo stare sotto tiro facendo insultare il suo paese, come in effetti è stato, da due saltimbanchi come i Presidenti di Venezuela e Bolivia?

Questo il bilancio dopo un anno, senza voler discutere di Afghanistan e Irak, dove peraltro le sue uniche colpe sono state di aver in passato criticato quello che adesso si trova a dover inevitabilmente anche lui fare. Intervistato in TV, dovendosi dare un voto si era dato un punto meno dell’eccellenza. In Italia, più modesti, quando si sbagliava ci si accontentava di un sei politico.

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