Una finanziaria deludente

Il 22 dicembre 2006, nel commentare la manovra economica della pregiata ditta Prodi & Co., dichiarai alla Camera: “l’aumento delle imposte non danneggia chi è già ricco, si tratta di un lusso che, essendo ricco, può permettersi. I veri danneggiati sono quanti potrebbero diventare ricchi, migliorare la propria condizione e vengono messi nell’impossibilità di farlo dall’aumento del carico fiscale. L’eccesso di tassazione è la misura più iniqua e reazionaria che si possa immaginare; impedendo a chi potrebbe crescere di farlo, congela la struttura dei redditi, rende durature (se non permanenti) le differenze tra chi ha molto e chi ha poco, taglia i gradini più bassi della scala dei redditi lasciando a terra quanti potrebbero salire e migliorare la propria condizione. Credete che siano i super ricchi a piangere quando le tasse aumentano? No, la maggior parte di loro non si accorgerà nemmeno del cambiamento! Il pauperismo e l’abuso del torchio fiscale che ne consegue garantiscono l’immiserimento di tutti gli italiani e i danneggiati veri sono proprio i più deboli. Questa finanziaria è incomprensibile, iniqua, recessiva e profondamente antisociale”.

Il collega seduto accanto a me (la seduta era trasmessa in diretta televisiva) si unì entusiasticamente agli applausi del centro-destra; era il predecessore di Padoa-Schioppa al ministero dell’Economia. Chiamato a succedere al sullodato ministro, ha ritenuto opportuno astenersi dal correggere gli errori commessi da costui. Grato per l’implicito, solenne riconoscimento tributato alla sua perizia, il Tommaso nazionale non ha lesinato elogi al suo predecessore nonché successore.

Tre anni dopo quella seduta, giovedì scorso, il governo ha posto la fiducia sulla legge finanziaria. Ero deciso a votare contro, ribadendo quanto detto nel dicembre 2006, ma le condizioni di salute del presidente del Consiglio ed il radicato convincimento che l’attuale momento politico imponga il massimo della coesione del Pdl mi hanno convinto a non farlo. Mi sono quindi limitato a non votare.

La cortesia dei colleghi ha suggerito di affidare a me il compito di fare la dichiarazione di voto a nome del gruppo sulla proroga delle missioni internazionali di pace. Non ho potuto astenermi dal sottolineare un altro motivo che mi costringeva a disapprovare la finanziaria (non ho preso parte neanche al voto conclusivo di questa legge): l’irrisorietà delle risorse destinate alla Difesa, un misero 0,8% del prodotto interno lordo quando i Paesi europei membri della Nato spendono quasi il 2% e gli Stati Uniti d’America il 4%.

Ho ricordato che a mio parere la Difesa non costituisce uno dei tanti compiti dello Stato. La difesa è lo Stato; per millenni abbiamo avuto Stati privi di scuole pubbliche, pubbliche pensioni, sanità statale e così via, ma non si è mai dato il caso di uno Stato senza Difesa; sarebbe una contraddizione in termini.

Avevamo promesso che avremmo liberato l’Italia dalla nefasta eredità del “prodismo”,dalla fiscalità penalizzante, dalle aliquote da confisca che poco o nulla rendono all’erario e che incentivano evasione, erosione ed elusione; avevamo garantito che avremmo ridotto l’invadenza della politica nella nostra vita, che avremmo tagliato le spese inutili. Nulla di tutto questo è stato fatto, non abbiamo nemmeno abolito le province, dimezzato i comuni e tagliato drasticamente il numero di comunità montane, parchi nazionali ed autorità indipendenti. Una sola considerazione tiene accesa la fiaccola della lealtà al Pdl: l’inesistenza di alternative e lo spettacolo di una opposizione impresentabile. Ma non si tratta di una grande consolazione.

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