Gli avrebbe fatto piacere

Le nove del mattino.

Ho fatto colazione, ho letto i giornali, non ho voglia di guardare la tv e non ho con me neanche un libro.

Neppure uno dei miei.

Ho due ore di tempo da ammazzare.

Così mi avvicino al concierge e gli chiedo se nei pressi c’è qualcosa d’interessante da vedere.

Una chiesa, ed è tutto quel che passa il convento.

A destra, appena fuori dall’hotel, duecento metri, una piazza: è lì.

Eseguo e meno di dieci minuti dopo sono all’interno del tempio.

Fatico ad abituarmi all’oscurità e ad orientarmi.

È abbastanza grande, tre navate, quattro cappelle, i soliti banchi.

Può darsi che i dipinti meritino una qualche attenzione…

Faccio per muovermi verso sinistra e il portone centrale si apre e, nel silenzio, ecco quattro portatori e una bara.

Avanzano con qualche fatica verso l’altare e depositano il feretro.

Un rapido segno di croce e se ne vanno.

Incuriosito, mi avvicino.

Un paio di secondi e qualcuno – dev’essere un gatto tanto silenziosamente cammina – mi tocca sulla spalla destra.

Mi giro: una bella e commossa faccia aperta al sorriso ma con una evidente tristezza di fondo.

“E’ stato davvero gentile a venire al funerale di mio padre, Maestro. Non capisco come abbia potuto sapere. La morte è venuta di notte e improvvisa. E’ estate, non c’è nessuno. Non abbiamo avvertito che pochi intimi. Eppure lei è qui. L’ammirava tantissimo. Gli avrebbe fatto tanto piacere, glielo assicuro!”

Basito, atteggio il viso adeguandolo – mi auguro – alla circostanza.

Non ho la minima idea di chi sia la persona che mi parla né di chi sia il padre defunto e sono quasi certo di essere stato scambiato per qualcun altro.

Attorniato oramai da una decina di sopravvenuti, non trovo di meglio che accomodarmi con aria partecipe sul secondo banco di destra.

Vedo che quel tale, indicandomi, mi rappresenta e mi piacerebbe davvero sentire cosa dice.

Alcuni, complici, mi sorridono.

Non resta che assistere alla messa funebre ma è mio intento sgattaiolare via prima della fine per evitare ulteriori imbarazzi.

Eseguo ma, proprio sull’uscio, vengo raggiunto da un differente parente del defunto.

“Deve andarsene? Può almeno firmare il libro delle partecipazioni? L’accompagno, è in sacrestia”.

Un colpo al cuore: che dire?

D’impulso, accorgendomi che anche il figlio del morto è in precipitoso approssimarsi, rispondo: “Mi spiace, ma mi sono fatto male alla mano destra e non potrei che fare uno scarabocchio. Me lo eviti”.

Esco senza girarmi, ma sento alle spalle il forte peso dei loro sguardi.

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