Fatti buon nome

Fu la mattina seguente – raffreddati i bollori e, come buoni amici, assolutamente composti per la colazione davanti a due tazze di the – che mi decisi a farle la domanda che dopo la scampanellata e ancora di più da quando, esplicitamente, mi aveva detto la ragione della sua visita, mi ero trattenuto dal farle, temendo che anche un semplice accenno potesse rompere quella specie di susseguente incantesimo.

“Scusa, Enrichetta, ma come mai hai scelto proprio me? Ci conoscevamo appena. Non capisco”.

“Vedi, carissimo” – una voce sicura e quasi noncurante la sua, tutto l’opposto di quanto si sarebbe potuto immaginare in una circostanza del genere – “Come saprai, da questo punto di vista (e non solo, per il vero), hai una fama pessima.

In ogni famiglia perbene le mamme dicono alle figlie di non frequentarti perché sei quel che si definisce uno sciupafemmine.

Ebbene, avevo deciso di liberarmi di questo tabù, di questa palla al piede della verginità e ho pensato che saresti stata tu la persona giusta.

Meglio rivolgersi agli esperti, no?

Adesso, finito il the, me ne vado.

E’ quasi impossibile che ci si incontri ancora.

Dovesse mai avvenire, un cenno del capo sarà un saluto più che sufficiente!”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *