Si spende di più di quanto si dichiara al fisco

Secondo il fisco non si dovrebbe spendere più di quanto si è guadagnato, salvo che non si sia fatto ricorso all’indebitamento, oppure all’utilizzo del risparmio o a somme già tassate o esenti da imposizione.

 Per questo nel 1991 era stato istituito il redditometro, che in questi anni, però, dopo un iniziale diffuso utilizzo, è stato poco utilizzato. Solo negli ultimi due anni, l’Agenzia delle entrate ha ricominciato ad utilizzarlo come metodo di accertamento per rettificare direttamente il reddito complessivo del contribuente e per dar maggior peso agli studi di settore.

In una recente ricerca pubblicata su “Il Sole-24 Ore”, riguardante dati dell’anno 2007,  si rileva che mediamente un cittadino italiano dichiara al fisco 100 ma spende 120. Se poi calcoliamo il reddito effettivamente disponibile dopo aver tenuto conto di deduzioni, detrazioni e imposte pagate , il divario con i consumi sale al 50%. Questo vuol dire che ciò che viene dichiarato nei modelli fiscali basta per pagare la metà dei consumi.

La fotografia nelle varie regioni presenta un quadro diverso e abbastanza variegato. Se ci limitiamo al confronto fra le disponibilità reali e quelle dichiarate al fisco (quindi redditi lordi e non netti), vediamo che in Calabria, in Sicilia (38,6%), in Campania (36,2%) si registra la differenza più ampia (48,3%), mentre in Lombardia il divario è il più basso (5,8%). C’è in sostanza una divaricazione reale, specie in diverse regioni del Sud.

Non per niente Carlo Triglia, sempre su “Il Sole-24Ore”  scrive: “Se si gira per il centro di Palermo, o di altre grandi città meridionali, si resta colpiti dai livelli di consumo: negozi di lusso, auto di grossa cilindrata, locali alla moda. Con le debite differenze spesso la stessa sensazione può cogliere chi si trova a passeggiare per centri minori. Forte appare poi il contrasto tra la ricchezza privata e la povertà di servizi pubblici e attrezzature collettive.” 

Come si può spiegare questo contrasto?

Certamente il divario tra redditi dichiarati e consumi è dovuto a vari fattori: la diffusa tendenza ad evadere; oppure  il risparmio accumulato o il ricorso al debito; oppure  beni consumati dai turisti; le rimesse degli emigranti. Però l’indebitamento e i risparmi non bastano a giustificare tali scostamenti:  “quando si arriva a differenze di oltre il 35%, come spesso accade nel Sud, è evidente che ci troviamo in presenza di un circuito economico-sociale alternativo a quello legale: una sorta di società parallela, anche se strettamente legata a quella visibile”.

D’altra parte sono le stesse regioni meridionali che presentano un’ampia diffusione del lavoro in nero (evasione del fisco; non rispetto delle normative sul lavoro o sulla sicurezza e sull’inquinamento) e dell’economia criminale. Con i trasferimenti di enormi capitali pubblici al Sud, sono cresciuti i consumi, si è sviluppata una economia sommersa, ma non uno sviluppo autonomo; si sono sviluppati invece assistenzialismo e clientelismo.

Per questi motivi qualcuno ha giustamente detto che “i trasferimenti pubblici da soluzione si sono trasformati in problema”.

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