Il mezzogiorno è senza speranza?

Un mese fa sul settimanale inglese “The Economist”, in un reportage sui problemi del Sud Italia, abbiamo letto questa osservazione:  “Il Mezzogiorno è senza speranza e malgrado le sue non poche eccellenze ha ancora enormi problemi che la recessione sembra stia aggravando”. Tra le difficoltà analizzate dal settimanale: il calo della popolazione, l’emigrazione dei giovani (soprattutto quelli che hanno studiato) e la qualità dell’educazione (molto più bassa rispetto al Nord).

Contemporaneamente a questa analisi, nei mesi di luglio e di agosto, la politica italiana (specie nell’area di centro-destra, ma non solo)  è stata caratterizzata da tensioni, polemiche e rivendicazioni, tese a costituire un partito del Sud (vedi: Lombardo, Miccichè, ed altri) o movimenti autonomisti e rivendicazionisti.

Qualcuno, addirittura, ha invitato Berlusconi, oltre a chiedere scusa alla Libia per il passato coloniale,  di “trovare il modo di presentare le scuse dello Stato italiano anche a tutti quegli italiani che hanno sofferto per la sua unificazione, non solo quelli che sono morti “per”, ma anche  quelli che hanno sofferto “a causa” dell’unità ”,  quindi scusiamoci con i meridionali. Su questo ultimo punto concordo pienamente con Mario Cervi quando risponde: “Ma quali colpe dello Stato: coi Borboni si stava peggio. Le ombre ci furono; ma questo revisionismo ci sta portando a presentare il Regno delle due Sicilie come modello di efficienza. Avere rispetto per gli sconfitti non significa volerli indicare come esempio di buon governo. Furono il contrario. Soprattutto furono l’espressione di una società e di una concezione dei rapporti sociali obsolete”.

Ma torniamo alla situazione odierna. Alcune ricerche e informazioni apparse sulla stampa nazionale negli ultimi due o tre mesi ci devono far riflettere. Mi limito ad alcuni semplici esempi.

Nella Sanità i deficit del settore specie nelle regioni meridionali sono enormi  e diverse regioni sono state giustamente commissariate (Lazio, Campania, Calabria, Molise, Puglia). Non parliamo poi dei frequenti casi di mala-sanità negli ospedali del Sud.

Se esaminiamo le Università dal punto di vista della qualità (e non delle votazioni), vediamo che la maggior parte delle università meridionali (salvo qualche eccezione) figura in fondo alla classifica stilata dallo stesso Ministero competente.

Tra l’altro è stato anche  notato una diretta corrispondenza inversa tra rette pagate e qualità: dove gli studenti pagano poco, in molti atenei del sud, anche la qualità è poca, nei Politecnici di Torino e Milano dove le rette sono tra le più alte, la qualità è alta. Occorre riflettere su come risolvere questa sperequazione per non creare una frattura insanabile tra università di serie A e di Serie B.

Se guardiamo la Scuola ordinaria vediamo situazioni preoccupanti e penose.

Un boom di diplomati col massimo dei voti (spesso incredibilmente alto)  in Campania o in Sicilia rispetto alla Lombardia o al Veneto.

Da una ricerca dell’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione dell’apprendimento scolastico) riguardante i ragazzi di terza media è emerso, in un primo momento, che gli studenti del Sud erano di gran lunga più bravi rispetto a quelli del Nord. Poi si è scoperto il “trucco”.  L’Invalsi ha esaminato i test di 1.304 scuole medie su un totale di 6.000 ed ha accertato che nel Sud molti test erano stati copiati e falsati, d’accordo con i professori, per far fare bella figura agli studenti e ai professori. Quindi la classifica ministeriale è stata poi completamente rovesciata.

Non parliamo poi dei concorsi . Per diversi anni, molti giovani laureati in legge, per ottenere la qualifica di procuratori legali si trasferivano da Milano in Calabria perché era facilissimo superare i test: a Milano il 94% dei bocciati e a Catanzaro il 94% dei promossi.  Recentemente si sono scoperti  2.295 compiti copiati su 2.301 all’esame di Stato per avvocati a Catanzaro. Non parliamo poi delle decine di concorsi taroccati in certe Università meridionali o i concorsi per magistrati.

Se guardiamo le Pensioni d’invalidità , è meglio non parlarne.

Da una recente relazione risulta che le persone che percepiscono il trattamento per l’inabilità in tutta Italia sono più di due milioni, per un costo complessivo di 12,5 miliardi di euro all’anno. Circa il 50% sono pagate nel Sud: 4,39 pensioni di invalidità ogni 100 abitanti, a fronte del 2,91 erogate nel Nord.

E potrei continuare con altri esempi.

Ora di fronte a questi numeri  non ha alcun senso parlare di complotti del Nord, di discriminazioni, di piagnistei, di chiedere ulteriori finanziamenti. E’ invece un reale e concreto problema di responsabilità di classe dirigente meridionale.

Se al Sud i 100 e lode sono il doppio rispetto al Nord è chiaramente un esempio di comportamento opportunistico,  è “il riflesso di una cultura ispirata all’arte di arrangiarsi”.

Gian Antonio Stella sul “Corriere della sera”, a proposito della scuola, qualche settimana fa, scriveva: “ … c’entra anche con il sei politico e il ’68 e quelle cose là. Ma c’entra soprattutto con una filosofia egualitaristica che affonda le sue radici, trasversali a destra e sinistra, nel clientelismo, nel familismo amorale, nel patto insano tra lo Stato e una parte del sistema pubblico: io ti pago poco, tu mi dai poco. Col risultato che anche la scuola non ha come obiettivo il “cliente”, cioè la crescita dello studente. Ma la gestione il più possibile tranquilla, “pacificata”, di un milione di posti di lavoro.”

Come non essere d’accordo !

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