Puntare sul cavallo giusto? non si puà mai essere sicuri

CAMP DAVID

 

Un cavallo sicuro, che non può perdere?

Non ci credere. Chiunque te lo dica, non ci credere.

Anche se la voce che corre in sala ha qualche consistenza, troppe sono le possibili variabili e può capitare davvero di tutto.

Ricordo quella volta che nel mentre entravo in agenzia il ‘Cavaliere’ mi si fece incontro e, quasi sussurrando, mi disse: “Marvina alla terza di Firenze: puoi giocarci le mutande!”

Beh, gli diedi retta e mi ritrovai nudo.

Non che la cavalla non fosse da corsa.

Ci stava eccome e ci provò con tutte le forze, tanto che in dirittura, nel mentre, come scriveva la telescrivente, “avanzava al largo di tutti”,  le scoppiò il cuore, si accasciò e morì in un amen.

Accade, però, che la ‘dritta’ te la dia uno che non può sbagliare, uno di quelli che il gioco lo controllano.

E’ raro, ma se così è, non hai scommesso, no. Hai messo i soldi in cassaforte e molti di più di quelli puntati.

Una trentina e più d’anni fa, pensavo mi fosse capitato.

Una corsa, l’ottava e ultima a Torino Trotto, nella quale l’amico ‘giusto’ garantiva assolutamente la vittoria di Camp David.

Mi diedi da fare e nella mattinata mi riuscì di mettere insieme quello che ai tempi si poteva considerare un discreto gruzzoletto, cinquantamila lire.

In sala, alle due, poco dopo l’apertura, eccomi in fila allo sportello.

“Gioco subito e poi me ne vado”, mi ero detto.

“Torno verso le sei e mezza a corse finite. Meglio evitare l’attesa e la sofferenza della diretta della corsa per telescrivente”.

A sera, eccomi di nuovo in agenzia, ma sul tabellone il risultato dell’ultima di Torino non c’è.

“Sono in ritardo”, fanno i due o tre che bivaccano ancora in zona, “Partono tra poco”.

“Si vede che è destino. Mi tocca seguirla questa benedetta trottata”, mi dico.

Pronti, via e sullo schermo le prime parole che appaiono sono: “Allo stacco della macchina, Camp David rompe rovinosamente e, rimesso, insegue lontano”.

Buona notte.

Mi viene voglia di scappare, ma dove diavolo vado?

Resto e, con distacco mano, mano decrescente, seguo il resto della cronaca.

Beh, la faccio breve: da lì alla fine, tra rotture degli altri, squalifiche, ritiri e improvvisi, ‘inspiegabili’ rallentamenti, pare che tutti non facciano altro che aspettare il rientro di Camp David che, risorto, stampa sul palo in un finale per me indimenticabile l’unico rivale ancora sulle gambe.

Fotografia, annunciano, ma è certo che il mio cavallo ha vinto.

Che dire – penso – se non che quella corsa era segnata al punto che tutti in pista si erano dati da fare per quel risultato?

Oramai tranquillo, allo sportello, aspetto la quota del totalizzatore.

Buona, sarà buona.

Alta non può essere se quelli che so io hanno ‘caricato’.

Un paio di minuti e il cassiere mi chiede il biglietto, lo controlla e mi conta la bellezza di ottocentonovantacinquemila lire.

Senza parole, incasso e vado verso l’uscita.

Fuori, sul marciapiede opposto, ecco quel tale: quello della soffiata sicura.

“Non dirmi che è davvero arrivato”, mi fa mentre, attraversando, mi avvicino.

Ho come un tuffo ritardato al cuore.

“Scusa”, replico quasi balbettando, “ma non avevate combinato?”

“No”, conclude, “Mi sa che hai capito male. Pensavo solo che quel Camp David avesse qualche chance.

Sono contento per te. L’angelo custode ti ha tenuto la mano sulla testa”.

 

SOTTOCORNO/MUSCOLONAR

 

 

Non so come davvero stiano le cose.

So solamente che le vecchie ‘bibbie’ del giocatore di cavalli di un tempo non ci sono più.

Parlo di quei due giornali, ‘Il Cavallo’ e ‘Trotto Sportsman’, che gli scommettitori compravano per studiare le corse e decidere, anche tenendo conto dei suggerimenti collocati in genere dopo l’elenco degli iscritti e le loro ultime prestazioni, le puntate.

La diffusione dei due organi specializzati era praticamente per zone geografiche: a nord tutti seguivano ‘Trotto Sportsman’ mentre al centro e al sud il più letto era ‘Il Cavallo’.

Ricordo, in proposito, un episodio che credo risalga al 1978 o al 1979 quando avevamo una casa di vacanze a Terracina.

Partito da Varese per raggiungere la famiglia colà, quasi arrivato, nei pressi di un porto canale, mi capita di vedere l’insegna della locale agenzia ippica e vengo immediatamente colto dall’idea di una scommessa.

In macchina, proprio il predetto ‘Trotto’ dal quale, al volo e dopo aver dato un’occhiata all’orologio per vedere le corse di lì a poco al via, traggo ispirazione.

Bene: alla quinta di Roma Tordivalle, dieci partenti.

I due favoriti – e, leggendo le prestazioni, concordo – sono Sottocorno e Muscolonar.

Entro e mi trovo in un locale stretto e lungo in fondo al quale, accanto a una porta aperta che dà sui campi, c’è un solo sportello abilitato a ricevere le scommesse.

Quattro o cinque gli anziani presenti e vedo che le loro massime puntate non superano le cinquecento lire.

Come deciso e attirando involontariamente l’attenzione degli astanti, annuncio al basito impiegato la mia puntata: “Ventimila di accoppiata alla quinta di Roma”.

Foglietto azzurro in mano, mi siedo aspettando di seguire la cronaca della corsa che mi riguarda.

Pronti, via.

Niente di speciale.

Neanche un palpito.

I ‘miei’ trottatori – Sottocorno davanti – prendono la testa e conducono tranquillamente fino al palo.

Mi accorgo che tutti mi guardano quasi fossi un marziano e proprio non capisco: non ho fatto niente di strano scommettendo sui favoriti.

Una quindicina di minuti ed ecco le quote: accoppiata (quella che mi interessa) ottocento e qualcosa, il che, in agenzia, significa ‘seicentodieci massimo’ e quindi per me la bellezza di un milione e duecentoventi mila lire.

Un colpaccio del quale non riesco a capacitarmi.

Allo sportello, in attesa del pagamento che tarda (“Saranno andati a farsi prestare i soldi”, penso), preso da un vicino tavolino ‘Il Cavallo’, così, giusto per cercare di capire qualcosa, scopro che per l’esperto di quel giornale, chissà perché, i ‘miei’ due trottatori erano gli ultimi della pista, assolutamente esclusi da ogni pronostico, la qual cosa aveva ovviamente orientato il gioco di Tordivalle, laddove proprio ‘Il Cavallo’ imperava, in tutt’altre direzioni.

Ben rimpinguato, ho trascorso quell’anno ferie decisamente più allegre.

Ci si potrà chiedere come sia possibile che gente e staff specializzati arrivino, esaminando gli stessi partenti, a pronostici assolutamente opposti, ma, al riguardo, è sempre valida la vecchia osservazione di Mark Twain: “E’ la differenza di opinioni che rende possibili le corse dei cavalli”.

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