L’unica certezza

Tutto, assolutamente tutto quanto viene scritto sui giornali (e, per carità, non parliamo delle riviste), detto o fatto vedere in televisione specie in tema di informazione è falso!

Può essere – assai più raramente di quanto si pensi – che ciò accada per ragioni politico/ideologiche.

Può darsi (ed è la norma) che ciò si verifichi semplicemente perché chi scrive o parla non sa praticamente nulla dell’argomento sul quale si intrattiene e, quando va bene, si affida al ‘sentito dire’.

Così, per la scrittura, da sempre.

Così, per le immagini, più recenti, naturalmente, da meno tempo.

A volo d’uccello, alcuni esempi.

Nei primi anni del tredicesimo secolo avanti Cristo, a Qadesh, l’esercito di Ramesse II fu, sia pure non rovinosamente, sconfitto da quello ittita guidato da re Muwatalli.

Visto che una divinità – e tale era considerato il faraone – non può perdere, in Egitto, attraverso narrazioni orali, papiri e lapidi, fu diffuso e reso popolare il ‘Poema di Qadesh’ nel quale si narrava della grande vittoria di Ramesse e del fatto che il solo suo apparire nell’occasione avesse disperso irrimediabilmente le linee nemiche.

Restando al passato abbastanza remoto, una cattiva stampa (diciamo così) ci ha rappresentato Nerone ‘al nero’ – e passi anche se era certamente migliore di quanto storicizzato – e Giuliano l’Apostata (imperdonabile, dato l’altissimo livello culturale e intellettuale dell’imperatore) solo quale persecutore dei cristiani.

Evito di ricordare le infinite menzogne medievali tese a rappresentare al peggio il nemico di turno e a giustificare ogni propria nefandezza e approdo a tempi a noi più vicini per esaminare – in poche righe, ma lo spazio è tiranno – l’operazione messa in piedi ovunque dalle sinistre per criminalizzare gli avversari politici.

Un’operazione scientificamente ideata e condotta che è riuscita talmente bene da non avere avuto, dopo pochi anni, più necessità alcuna di essere orchestrata considerato che i giovani, in cotal modo indottrinati e resi incapaci (non li si fa più studiare) di ogni verifica, hanno proseguito nel sostenere falsità storiche assolute ritenendole vere e incontrovertibili.

In proposito, un solo e duplice esempio.

I repubblicani americani (di destra) sono per tutti guerrafondai, sceriffi rozzi e incolti sempre pronti ad estrarre la colt mentre la sinistra (i democratici) è aperta, tollerante, liberal, colta e pacifista.

Non solo, i colleghi di Bush sono razzisti e quelli di Obama no.

Ebbene, la storia – non le opinioni – ci dice assolutamente l’opposto: tutte le guerre del Novecento alle quali gli USA hanno preso parte li hanno visti intervenire con alla Casa Bianca un democratico (prima mondiale Woodrow Wilson, seconda Franklin Delano Roosevelt, Corea Harry Truman, Vietnam John Kennedy e Lyndon Johnson, ex Jugoslavia Bill Clinton), salvo quella del Golfo deliberata però dall’Onu, tanto che partecipava perfino l’Italia.

L’Afghanistan e l’Iraq vengono – qualcuno se lo ricorda? – dopo le Twin Towers, in un mondo diverso.

Quanto al rapporto con le minoranze, il partito repubblicano è stato fondato nel 1854 contro i democratici razzisti proprio per sconfiggere la schiavitù, il primo presidente repubblicano fu Abramo Lincoln, il presidente della Corte Suprema che negli anni Cinquanta del trascorso secolo deliberò per l’abolizione delle leggi razziali fu il repubblicano Earl Warren, fu Ike Eisenhower a inviare la Guardia Civile perché negli Stati del Sud fossero rispettate le nuove disposizioni, il capo dello Stato che conferì per primo a un nero (Colin Powell) il massimo incarico governativo fu il secondo Bush.

Di contro, i democratici hanno governato legiferando contro i neri in tutti gli Stati del Sud da poco dopo la fine della guerra di Secessione (furono definiti ‘Borboni’) agli anni Sessanta del Novecento.

Fra mille e mille altri, i massimi rappresentanti politici del feroce razzismo USA furono i governatori Orval Faubus e George Wallace (anche candidato a White House), ovviamente democratici.

Ebbene, è talmente pervasiva la mistificazione storica che, ne sono certo, perfino molti di coloro che in questo momento stanno leggendo queste righe, fra pochissimo, dimenticheranno i fatti (ripeto, non le opinioni) qui elencati per tornare agli stereotipi.

Passando alle immagini (ancora più pericolose: è a quanto si vede con i propri occhi che maggiormente si crede), si pensi che già pochi anni dopo l’invenzione del cinema – e cosa può essere ‘vero’ quanto una scena di un documentario? – una casa di produzione americana che aveva inviato una troupe in Messico per seguire la Rivoluzione in quel Paese in atto aveva concluso con Pancho Villa, pagandolo lautamente, un accordo in base al quale gli attacchi della sua cavalleria ai nemici andavano fatti in alcune, ben precisate, ore del giorno perché le riprese venissero meglio, ripetuti se per caso le macchine si fossero inceppate e, se necessario, girate con finti avversari ed armi caricate a salve.

Persino le fucilazioni dei prigionieri, spesso fasulle, dovevano avere luogo, si direbbe oggi, ‘in favore di telecamera’.

E sono forse ‘vere’ e credibili le riprese televisive che mostrano i dimostranti intenti a sparare per aria? Non è stato per caso il cameraman un attimo prima a dire ai presenti “Sono pronto, cominciate pure”?

E non sono sempre falsi i servizi fotografici – ne sono spesso protagonista – laddove la persona (non parliamo degli oggetti!) viene opportunamente collocata: “Si metta là. Legga quel libro…”?

E non si sono rivelati, se non veri falsi, delle artefatte ripetizioni, ovviamente ‘abbellite’, di scene in precedenza accadute la celebre foto di Robert Capa del miliziano abbattuto o quella dei marines che alzano la bandiera USA a Iwo Jima?

E non è forse assolutamente incontrovertibile che foto e riprese effettuate nel corso della medesima manifestazione pubblica possono documentare una partecipazione oceanica come anche il fatto che in verità non vi fosse quasi nessuno? Non è, alla fine, solo una questione che riguarda il punto nel quale si colloca l’operatore e il dove dirige il mirino?

E non sappiamo (accade in questi giorni in Abruzzo) che pochissimi manifestanti in grado di spostarsi – avvertiti e orchestrati – da un posto all’altro dovunque si trovi una telecamera e di agitarsi al momento opportuno possono far credere che le proteste siano diffuse e di tutti?

Riflettevo a voce alta e accalorandomi a proposito di tutto questo pochi giorni orsono a Lugano al termine della presentazione (fungevo da intervistatore) alla mitica libreria Melisa del bel libro di Mario Cervi ‘Gli anni del piombo’ quando una gentile signora mi ha detto “Ma noi abbiamo bisogno di certezze. Se quel che dice è vero…”

“Senta”, ho risposto di getto, “L’unica certezza che lei può nutrire è questa: nulla di quel che legge su giornali, nulla di quel che sente in radio e tv, nulla di quel che vede è vero. Nulla!”

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