Il luogo innanzitutto

Il luogo, innanzitutto: cioè il nostro Paese, nella consapevolezza che nessuno, per quanto dotato di talento, può vincere da solo, senza o a spese degli altri. Anche noi, come tanti nostri concittadini, avvertiamo il profondo disagio per le condizioni in cui versa l’Italia. Rifiutiamo però la rassegnazione apatica che sembra impedire qualunque tentativo di contrastare un declino da tutti continuamente previsto. Tocca invece a tutti noi iniziare a darci da fare, per mettere insieme competenze, speranze, determinazione e contribuire a ritrovare le ragioni di un “patriottismo dei cittadini”.

Il tempo: il futuro, cioè il tempo per eccellenza, da scrivere adesso, con una convinzione forte: che la nostra identità si declina al futuro e non è vincolata dal passato, che quello che riusciremo a essere oggi dipende da quello che vorremo e sapremo essere domani. “Sono perché sarò”, e non “sono perché ero”: questo è il primo piccolo ma determinante passo di una rivoluzione che deve innanzitutto partire da ognuno di noi. Nemmeno un grammo di capacità, volontà, entusiasmo e coraggio deve più andare sprecato, perché non sprecare il talento di nessuno significa aprire il futuro al Paese. Oggi, del resto, non possiamo più permettercelo, se vogliamo che venga sconfitta la sensazione che “tutto è vano”. C’è “talento diffuso” nella società, ci sono milioni di persone di valore cui occorre solo fornire la rassicurazione che quella dell’onestà e del cambiamento, del merito e dell’equità non sarà una traversata solitaria, ma un lavoro di squadra. A ognuno di noi, singolarmente preso, spetta l’onere di mettersi in gioco, di iniziare a modificare la particella di realtà sulla quale può incidere. Ma per avere successo, per riuscire a ridare un futuro all’Italia, dobbiamo essere pronti a credere di essere un popolo, un popolo fatto di individui che sappiano mettere i propri talenti gli uni al servizio degli altri.

Il talento di cui parliamo non è solo quello dei “picchi di eccellenza”. È soprattutto il “talento diffuso”, quello di chi, a qualunque livello, in qualunque collocazione professionale o sociale si ritrovi a essere, cerca di dare sempre il massimo, di fare il meglio che può in ogni situazione. È quello che fa sì che le persone facciano il proprio dovere con coscienza e scrupolo nella convinzione che è giusto farlo, senza che nessuno li costringa, glielo spieghi o le illuda.

Non è un disegno tecnocratico, snobistico o elitario. Semmai è un disegno democratico. Una società rispettosa del talento è una società democratica, perché alleggerisce il peso delle diseguaglianze sociali a favore del merito e della competizione basata sul merito, e fa del merito il principale fattore di mobilità sociale. E’ democratica perché competere, in un Paese da sempre bloccato dalle mille corporazioni e reti di clientele e di amicizia, significa allargare la base per la selezione delle classi dirigenti, e non ridurla, significa dare più chances a più persone, e non il contrario, perché “nello zaino di ogni granatiere è nascosto il bastone da Maresciallo”.

Se chiunque può competere, tutti vinciamo: è il Paese che vince. E una competizione vera, leale, aperta a tutti e basata sul merito, consente che aiuto e sostegno possano concentrarsi verso quelli che da soli non ce la fanno, prendendosene cura e cercando di rimetterli in gioco nuovamente. Perché una società rispettosa del talento è una società solidale verso gli ultimi e verso tutti quelli che cadono, ma che chiede a ognuno di dare il massimo, e premia tutti quelli che, a qualunque livello, danno il loro massimo.

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