Segnali di risveglio nell’economia

Il 15 aprile scorso era stato pubblicato su Cartalibera un articolo “Il nostro Paese regge meglio alla crisi?”. Il titolo conteneva una domanda, ma poi l’articolo terminava con una risposta positiva: “Senza essere o voler essere ottimisti ci sembra che il nostro Paese regga meglio la crisi rispetto ad altri Paesi. Un sistema bancario, nonostante tutto, abbastanza solido, un sistema di “welfare” diffuso, una struttura produttiva manifatturiera di piccole e medie aziende, alcune nicchie produttive specializzate ci possono salvare.“

Ora nelle ultime settimane alcuni segnali positivi incoraggiano e legittimano, sia pure sempre con cautela,  un certo ottimismo e quindi confermano la tesi finale del sopracitato articolo.

Nonostante la caduta del PIL nel primo trimestre del 2009, il 5,9% in meno rispetto al 2008, si comincia a pensare ad una inversione di tendenza proprio a partire da aprile.

Le entrate fiscali di aprile tornano ad aumentare. Il calo dell’Iva si è dimezzato; gli aumenti retributivi per i rinnovi contrattuali e i giochi o lotterie hanno fatto aumentare il gettito tributario.  L’OCSE, con la diffusione dell’“Indicatore anticipatore del ciclo economico”, sostiene che, dopo Francia e Cina, l’Italia è il Paese che nei prossimi mesi tornerà a crescere per primo, e meglio degli altri.

Il nostro Paese ha sì il secondo debito pubblico del mondo, che impedisce di mobilitare grandi risorse di sostegno dell’economia, ma ha anche un debito privato (famiglie e imprese), nettamente inferiore a quello di quasi tutti i Paesi sviluppati.

Inoltre la nostra economia è orientata fortemente verso l’export ed ha una struttura produttiva molto flessibile, con piccole e medie aziende, in grado di seguire tempestivamente l’evoluzione della domanda. E questo in più settori produttivi: meccanica, tessile, arredamento, lusso, agroalimentare.

Poi ci sono due indicatori interni molto importanti: i consumi delle famiglie (le famiglie italiane sono meno indebitate rispetto a quelle degi altri Paesi) e il tasso di disoccupazione (in Italia abbiamo l’effetto positivo degli ammortizzatori sociali).

Se facciamo un confronto tra il nostro Paese e, ad esempio, i quattro maggiori Paesi avanzati colpiti dalla crisi finanziaria e immobiliare (Usa, Gran Bretagna, Spagna, Irlanda)  notiamo una situazione migliore per l’Italia.

Nel 2009 e nel 2010  il calo dei consumi privati in Italia sarà inferiore rispetto agli altri Paesi.

Anche il tasso di disoccupazione (8,8% nel 2009 e 9,4% nel 2010) è uguale a quello della Gran Bretagna, ma inferiore a quello degli Usa e soprattutto della Spagna e Irlanda.

A questo punto concordo completamente con questa affermazione di Marco Fortis, docente di economia industriale all’Università Cattolica di Milano e vicepresidente della Fondazione Edison: “La riprova che il nostro modello economico non era poi così fragile e obsoleto come veniva dipinto negli anni scorsi (all’estero e anche in Italia) sarà data dal fatto che, senza un sostanziale peggioramento dei conti pubblici, terminata la recessione mondiale i consumatori e i lavoratori italiani  risulteranno complessivamente meno danneggiati rispetto a quelli dei Paesi che oggi sono invece costretti a mettere a repentaglio i propri bilanci statali per ottenere risultati in termini di contenimento degli effetti della crisi assai inferiori ai nostri”.

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