Il nostro Paese regge meglio la crisi?

Negli ultimi anni, specie sulla stampa anglosassone (New York Times;  l’inglese Times; l’Economist), ma anche da parte di importanti editorialisti italiani, si è parlato di preoccupante declino del nostro Paese. Il nostro Paese è stato spesso definito “triste”, “depresso”, “vecchio”, incapace di far fronte ai problemi e alle sfide della globalizzazione.

Senza alcun dubbio la situazione del nostro Paese non è stata e non è per nulla brillante: alto debito pubblico, alta tassazione, preoccupanti carenze di infrastrutture, bassa spesa in ricerca, importanti settori industriali come la chimica, l’elettronica, la farmaceutica, in mano estera, e così via.

Inoltre sul mercato del reddito fisso lo “spread” fra Bund tedeschi e i BTP decennali italiani,  (differenziale dettato dalla percepita affidabilità: è una specie di termometro della febbre) rimane alto. Non dimentichiamo che questa e’ la spia della differenza dello stato di salute dell’economia e delle finanze pubbliche dell’Italia e della Germania. Con l’euro “in teoria” infatti non dovrebbe esserci differenza tra l’investire in Bund o in Btp. Lo spread Bund-Btp è strettamente correlato al “rating” e al profilo di rischio del Paese. Quando aumenta l’avversione al rischio, vengono penalizzati i Paesi con maggiore debito pubblico.

La dimensione di questo “spread” rappresenta quindi un campanello dall’allarme che richiama a stare molto, molto attenti sulle politiche di bilancio.

Ora com’è la situazione del nostro Paese?  specie di fronte alla grande crisi finanziaria ed economica globale, di fronte ai numerosi fallimenti di banche estere, alle  chiusure di fabbriche e all’aumento della disoccupazione internazionale, ad un ritorno preoccupante del protezionismo, al crollo delle borse internazionali.

Senza essere o voler essere ottimisti, mi sembra che il nostro Paese regga meglio la crisi rispetto ad altri Paesi, tipo l’Irlanda, l’Islanda, la Gran Bretagna, o ai nuovi Paesi dell’Est, tipo l’Ungheria, la Lettonia, ecc. Scene di gente accampata in tende perché ha perso la casa requisita dalle banche come in California non si sono viste in Italia.

Nel nostro Paese il sistema bancario, nonostante tutte le critiche di inefficienza o di burocratizzazione  che abbiamo fatto nel passato e che possiamo fare, è abbastanza solido, è legato alla raccolta del risparmio sul territorio e non concentrato sulla finanza “virtuale” o sull’utilizzo esasperato del “leverage” e del debito; non c’è un sistema finanziario “parallelo”. Certamente ci sono alcuni Istituti bancari in difficoltà, ma non ci sono fallimenti.

Inoltre abbiamo un sistema di “welfare”, di ammortizzatori sociali,  costoso, ma in grado di far fronte a situazioni gravi di disoccupazione e di degrado sociale.

Abbiamo anche una economia basata non sui servizi  (come la Gran Bretagna o l’Irlanda, oggi in grande difficoltà), ma su una struttura produttiva di tipo manifatturiero e formato di piccole e medie imprese.

Non solo, queste piccole e medie imprese, per la gran parte padronali e familiari, sono delle vere e proprie nicchie e con alte specializzazioni produttive.

Queste sono in ascesa e garantiscono un interessante attivo (surplus) commerciale con l’estero di circa 90-100 miliardi di euro.

Queste nicchie produttive sono quelle che gli economisti definiscono le “Quattro A del made in Italy”, cioè Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Alimentari-vini e Automazione-meccanica.

Una versione inglese di questi settori secondo alcuni esperti di comunicazione americani e britannici,  è la seguente: Tre F (Food; Fashion; Furniture)  e Quattro M (Marble, stone and ceramic tiles;  Metal products; Machinery, equipment and domestic appliances;  Motorcycles, bicycles and yacht).

Alcuni di questi settori hanno avuto in questi ultimi anni una fortissima concorrenza specie da parte della Cina con spregiudicate azioni di dumping, prodotti contraffatti, svalutazione competitiva dello yuan cinese.

Ciò nonostante alcuni di questi settori, in un primo momento pesantemente colpiti da questa aggressività commerciale asiatica, hanno poi reagito con fermezza e rapidità puntando soprattutto sulla qualità dei prodotti e puntando sull’esportazione in  nuovi mercati esteri (Russia; Paesi dell’Est europeo) e quindi l’export specie verso l’Europa centro orientale è cresciuto in modo significativo.

In un precedete articolo apparso su Cartalibera ci domandavamo: per salvare sul piano economico il nostro Paese è sufficiente il “made in Italy”?  oppure queste nicchie produttive, sulla media-lunga distanza, di fronte alla concorrenza internazionale, si dimostreranno, come dice qualcuno,  “specializzazioni sbagliate”?

A questo punto direi di no, queste nicchie produttive ci possono salvare.

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