Il G20 e le questioni irrisolte

La montagna ha partorito un topolino? Difficile dirlo ora, ma pare evidente che la decisione principale del G20 londinese, la stretta sui cosiddetti paradisi fiscali, tra liste cangianti e sanzioni da studiare, ha ancora contorni e tempi piuttosto indefiniti, mentre sulle nuove regole per la finanza siamo di fronte a un quasi nulla di fatto, anche in virtù dello scontro consumatosi tra l’asse franco-tedesco e il duo Obama-Brown.

Sarkozy e la cancelliera Merkel hanno ribadito con forza la validità dei modelli di sviluppo dei rispettivi Paesi imperniati ancora sull’industria (basti pensare ai campioni nazionali francesi e alle eccellenze tedesche) e non hanno lesinato critiche, e visti i risultati non a torto, ai sistemi bancocentrici americani e britannici con Brown e Obama costretti giocoforza a minimizzare le bordate contro i santuari della finanza di Wall street e della City londinese, la cui crisi sta portando il Regno Unito in una situazione particolarmente delicata: la sterlina viene scambiata quasi alla pari con l’euro dopo che in un anno ha perso circa il 40% del proprio valore, il debito pubblico sale rapidamente tanto che un’asta di titoli di Stato si è chiusa senza che ci fossero abbastanza acquirenti per coprire tutta l’offerta  e Londra sta subendo in modo ancor più pesante la crisi innescatasi nel settore bancario, che fino a ieri ne alimentava la grande ricchezza.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, checchè ne dica una certa vulgata un pò trinariciuta, Obama ha scelto una strada di grande continuità col passato recente e le nomine di due clintoniani come Summers e Geithner dimostrano quanto ci si muova ancora in quel solco che certo non si può dire  estraneo al mondo delle big 5 di Wall Street, cioè dei principali artefici di quelle architetture finanziarie, poi rivelatesi “tossiche” e basate sul leverage.

I piani del segretario al Tesoro Tim Geithner continuano a sollevare grosse perplessità e diversi economisti , tra i quali  Jeffrey Sachs della Columbia University, hanno definito l’ultimo PPIP “even worse than we thought” poiché riversa quasi  l’intero onere degli aiuti per il salvataggio delle banche, alcune delle quali dette “zombie banks”, sulle spalle dei già altamente indebitati contribuenti americani e la stessa strategia della Fed con tassi prossimi allo zero e il grande volume di dollari  immesso nel sistema alimenta i timori di chi pensa che  prima o poi i nodi di questa politica monetaria “non convenzionale” verranno al pettine.

La Cina intanto continua a recitare la parte dell’elefante in cristalleria; da un lato ha cercato di mettersi di traverso per non far passare la stretta contro i paradisi fiscali (leggasi difesa di Macao e Hong Kong), dall’altro ha  auspicato la creazione di una super valuta mondiale, così dopo aver contribuito a destabilizzare il sistema mondiale finanziando poderosamente il debito americano, rafforza le inquietudini di chi crede che se questo secolo sarà davvero all’insegna del dragone cinese, non si potrà continuare a far finta di niente di fronte ad un modello di sviluppo che unisce i difetti delle dittature comuniste alle pericolose dinamiche d’un capitalismo ancora selvaggio.

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