Katyn: l’ultimo capitolo del negazionismo italiano.

In una recente intervista apparsa su “Il Corriere della sera”, l’on. Fabrizio Cicchitto dice che Berlusconi ha smontato l’egemonia culturale della sinistra italiana, però subito dopo aggiunge che “alla sinistra resta l’organizzazione della cultura: finita nelle mani della sinistra peggiore, quella giustizialista. L’università. I libri di testo. Il teatro. Il cinema e la distribuzione del cinema: si rende conto che non si riesce a vedere Katyn, il film di Wajda  sul massacro degli ufficiali polacchi? lo sa che in tutta Italia lo danno solo in 12 sale?“.

Il grande storico Victor Zaslavky, a questo proposito,  ha scritto: “Non capisco, non riesco a spiegarmi questo boicottaggio. E’ un cattivo segno, il segno che in Italia manca ancora una sensibilità storica, culturale. Katyn è un film che spiega come pochi altri che cos’è stato il Novecento, che cos’è l’ideologia”.

In questi giorni, finalmente, alcuni giornali ne hanno cominciato a parlare e si sono chiesti “perché continuano a imboscare la pellicola di Wajda?”.

Su “Libero” Renato Farina infatti ha scritto:  “Questo è un film bellissimo. Si chiama “Katyn”, e ne avrete sentito parlare perché censurato, ma non l’avete visto – salvo pochi coraggiosi – perché appunto censurato. Il film c’è, ma non lo tirano fuori. Non lo fanno circolare. Ci si ritrova come carbonari in sale misteriose. Non vale trasmetterlo in tivù. Non è un film per la tivù. Bisogna stare sotto il telo immenso, in prima fila, (…) con il collo storto, perché la verità incombe come un cielo su di noi. Si racconta come il totalitarismo comunista dei russi, a braccetto con il gemello siamese nazista, abbia perpetrato un crimine orrendo e perfettamente pianificato. L’eliminazione sistematica con nove grammi di piombo nella nuca di tutta la giovane classe dirigente polacca: gli ufficiali dell’esercito, dai generali ai sottotenenti. Mentre dall’altra parte gli hitleriani inviavano a morire, per l’analogo scopo di tagliare le teste e le anime, i maturi professori di Cracovia nei lager. Opera occultata. Perché questo occultamento di un capolavoro? Si è deciso di non rompere le scatole alla verità. E qui la verità abbonda. Questo film andrebbe mostrato alle scolaresche (mi associo alla proposta di Avvenire) ma soprattutto ai loro professori. Bisognerebbe fare come la moltitudine manzoniana che diede l’assalto ai forni per farsi dare il pane. Dateci questo pane, per favore. Abbiamo fame di tutto, e non sappiamo neanche che ciò di cui abbiamo più bisogno è la verità. Basta assaggiare le prime briciole di questo film, e se ne è travolti. Il grande regista 83enne Andrej Wajda, polacco, racconta la vicenda storica, usando i diari, tirando fuori la memoria dei pochissimi sopravvissuti, usando immagine perdute. C’è la documentazione scientifica e c’è la realtà esistenziale. Il lavoro poetico è simile a quello compiuto da Aleksandr Solzhenitsyn con “La ruota rossa”, la ricostruzione degli avvenimenti che portarono al potere in Russia i bolscevichi di Lenin. Si sperimenta in “Katyn” la differenza tra una pagina di storia, espressa didascalicamente bene, e una invece che ripropone il respiro delle persone e delle cose, come fosse adesso. Un conto è trovare scritto che i due totalitarismi, apparentemente di destra e di sinistra, ringhiosi l’uno con l’altro, poi quando trovano la pecora, se la spartiscono. Arcivero. Successe con il patto Molotov-Ribbentrop.”

Gianpaolo Pansa su “Il Riformista” ha scritto: “L’opera di Wajda è bellissima e straziante. Le sequenze finali delle esecuzioni nella foresta procurano un’angoscia profonda. Ma il tema del film è la verità. La cercano le mogli, le madri e le sorelle degli ufficiali uccisi. E la nascondono i sovietici, che accusano della strage i tedeschi. Si dovrà aspettare il 1990 e il coraggio di Gorbaciov per avere la conferma che la strage di Katyn era stata voluta da Stalin.
Il tema della verità e della menzogna sul massacro riguarda anche il Pci. Nel dopoguerra, i comunisti italiani difesero a spada tratta la versione bugiarda dell’Urss.”

Pierluigi Battista, a sua volta,  su “Il Corriere della sera” ha aggiunto: “Il massacro stalinista degli oltre ventimila ufficiali polacchi a Katyn non è quantitativamente il più efferato delle carneficine prodotte dal comunismo ma fu, come ha scritto in pagine memorabili Victor Zaslavsky, il laboratorio di una «pulizia di classe»: lo sterminio, attuato negli anni della fattiva collaborazione tra Hitler e Stalin, di intere categorie soppresse non per qualche eventuale «colpa» soggettivamente commessa, ma perché colpevoli semplicemente di esistere e di rappresentare un «oggettivo» intralcio all’edificazione tragica dell’ ordine nuovo”. “Si è imposta , non per ordine censorio, ma per per spontanea adesione a un luogo comune, l’ idea secondo la quale, a comunismo morto, l’anticomunismo non è che ossessione minoritaria di passatisti risentiti e nostalgici della guerra fredda. Immaginate lo scalpore che susciterebbe l’ idea secondo la quale, a fascismo morto, anche l’ antifascismo fosse una patetica sopravvivenza del passato. Ma sul comunismo, nessuno scalpore. Nel mondo della cultura. Nel dibattito pubblico. Al botteghino in cui l’ anticomunismo fa mestamente flop”.

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