Questo federalismo fiscale non mi convince

Alcuni giorni fa la Camera dei deputati ha approvato la legge delega sul cosiddetto federalismo fiscale. Ora il testo dovrà tornare al Senato per il terzo e ultimo passaggio parlamentare.

Il governo poi dovrà emanare entro due anni i decreti attuativi della delega e a fornire una relazione sui costi del federalismo. L’esecutivo avrà altri due anni per ulteriori decreti correttivi. Quindi la riforma entrerà a regime al massimo nel 2016.

A dir la verità, a mio avviso, più di federalismo fiscale è più corretto parlare di riordino della finanza regionale e locale.

Devo dire onestamente la verità che questo ddl delega,  pur contenendo alcuni importanti principi, positivi e condivisibili, alla fine mi lascia perplesso e non mi convince del tutto.

Cercherò di sintetizzare. Quali sono gli aspetti positivi? Innanzi tutto si abbandona giustamente il criterio della spesa storica (che “va a vantaggio degli enti meno efficienti e spendaccioni, a danno di quelli parsimoniosi”) e si sostiene invece parametri di spesa standard sulla base di obiettivi di efficienza  per i servizi fondamentali che devono costare ed essere erogati in modo uguale in tutto il Paese.

Si punta poi molto su una maggiore responsabilizzazione degli enti locali, su una task force ministero-regioni-enti locali per combattere gli evasori, per ricuperare gettito e per eliminare gli sprechi e risparmiare spesa pubblica. Solo chi spenderà bene e rispetterà i vincoli di bilancio potrà assumere. Gli altri non potranno coprire i posti vuoti negli organici e iscrivere in bilancio spese discrezionali. Ci sarà un mix di compartecipazioni a tributi erariali e tributi propri, corretto da un fondo perequativo a favore delle regioni meno ricche. L’istituzione di un “fondo perequativo” per la redistribuzione tra territori sarà più trasparente dell’attuale sistema.

Detto questo rimangono però alcune perplessità, riserve e grandi timori che, tral’altro,  avevo già espresso in un precedente articolo pubblicato su Cartalibera (25 luglio 2008: “Federalismo fiscale : riforma decisiva per il Paese o pozzo senza fondo?”).

Alla luce di diverse esperienze negative di regionalismo (basti pensare alla Sicilia),   prima di varare il federalismo fiscale era assolutamente necessario (anzi indispensabile) adottare una drastica riforma degli enti locali: riduzione drastica degli oltre 8 mila comuni mediante accorpamenti/fusioni;  robusta riduzione dei troppi enti intermedi, provincie, comunità montane, aziende, consorzi, circoscrizioni.

Non dimentichiamo che abbiamo 21 regioni, 102 province, 8.400 comuni, 320 Comunità Montane, migliaia di ATO, Consorzi monofunzionali, enti sovracomunali, circa 6.000 società pubbliche locali…con sovrapposizioni, sprechi, caste.

Terminavo l’articolo sopracitato: “Se non si farà questa robusta e preventiva rasatura di enti e se non si fisseranno degli obiettivi di bilancio  molto rigidi e relative sanzioni, potremo avere pesanti sorprese negative”.

Purtroppo questa drastica riforma degli enti locali non è stata fatta (nemmeno una parziale riduzione del numero delle province o delle numerose società pubbliche locali) e quindi c’è il grande rischio di una moltiplicazione dei centri decisionali di spesa.

Oltre a queste amare considerazioni critiche concordo pienamente anche con un’altra osservazione critica espressa da Piercamillo Falasca su “L’Occidentale”: è comunque “un federalismo al ribasso”: “La Lega Nord, pur di presentarsi alle elezioni europee con un documento da chiamare “federalismo” e interessata a evitare il rischio di futuri referendum abrogativi, tradisce la sua storia autenticamente federale e accetta qualsiasi accordo al ribasso con la miope lobby meridionalista, con il Pd e persino con l’Idv.”

Di federalismo c’è infatti ben poco; rispetto al progetto originale è stato molto annacquato durante il corso del dibattito parlamentare: non c’è un forte legame tra imposizione e spesa (chi tassa, spende e rende conto ai cittadini); non c’è una vera competizione fiscale tra aree del Paese; la paura dello ”spezzettamento” regionale dell’imposta sul reddito  ha determinato di fatto una piattaforma anti-federale; non c’è una ripartizione precisa di funzioni tra i diversi livelli di governo, “lasciando ognuno di questi libero di determinare la propria fiscalità (cosa tassare e quanto)”.

Persino  Mercedes Bresso, governatrice PD del Piemonte, ha parlato di un “disegno di legge ingannevole, che si annuncia come federale ma che di federalismo non ha proprio nulla”.

Piercamillo Falasca conclude: “Condizionato dalla Lega e spaccato “geograficamente” al suo interno, il Partito della Libertà oscilla tra il desiderio di una vera riforma federale e l’istinto di conservazione o, peggio, di sopravvivenza.

La partita, ad ogni modo, è ancora aperta. Il testo che il Parlamento affiderà al Governo contiene una delega ampia che, se ben sfruttata, potrebbe comunque permettere di “forzare” in senso federale. Rebus sic stantibus, tocca al Pdl scegliere quale “anima” far prevalere.”

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