La Costituzione non è un tabù

Qualche anno fa Vittorio Feltri scriveva: “Sin da bambini la Costituzione ci è stata indicata dalla maestra con un certo tremore. Come il prete faceva con l’ostia della prima comunione. Qualcosa di sacro, guai a toccarla con le mani. Poi – mi dicono – almeno per le particole la faccenda si è evoluta. Adesso il parroco la mette nella mano, e la si mastica come fosse una michetta o una gomma americana. Ma la Costituzione no, guai. Non solo è sacra ma pure magica. …… Si è parlato di ritoccare il Paternoster, ma l’articolo 1 (“L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”) è più stabile dei versetti biblici.”.

Feltri con la sua verve di brillante polemista ha ragione. La Costituzione del 1948 sembra intoccabile.

Ad esempio, circa un mese fa Berlusconi ha accennato alla necessità di alcune modifiche e ad un aggiornamento della Costituzione: apriti cielo, si sono subito scatenati i fondamentalisti de “La  Costituzione non si tocca”; da qui manifestazioni di piazza da parte della sinistra; accuse di voler instaurare una dittatura; discorsi roboanti e di vuota retorica  da parte dell’ex-presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro; perfino un  giuramento sulla Costituzione da parte dell’On. Franceschini come primo atto politico della sua segreteria.

Noi diciamo invece che la Costituzione deve essere modificata e aggiornata, anche rapidamente. Essa è stata elaborata da un’Assemblea costituente, votata direttamente dal corpo elettorale il 2 giugno 1946, insieme al referendum per la scelta tra monarchia e repubblica, ed è entrata in vigore il 1° gennaio 1948; ed ora ha necessità di essere aggiornata.

Bisogna inoltre ricordare che, a parte alcune disposizioni sempre disattese (ad es. artt. 39 e 49 sullo sciopero), da oltre trent’anni si parla di modifiche alla Costituzione, specie della parte seconda, quella che stabilisce l’organizzazione dello Stato. Purtroppo tutti i tentativi sono miseramente falliti.  Secondo noi andrebbe modificata anche la parte prima perché essa contiene articoli con una forte impronta statalista.

Il primo tentativo di riforma complessiva è del 1983 con la Commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi, importante uomo politico del PLI.. Dopo 50 sedute fu presentata una corposa  relazione conclusiva  il 29 gennaio 1985. Furono presentate quindi una serie di proposte di revisione costituzionale che riprendevano in tutto o in parte le conclusioni formulate dalla Commissione stessa. Tali proposte furono assegnate poi alla Commissione Affari costituzionali della Camera che non ne iniziò nemmeno l’esame.

Successivamnete, nel 1992,  fu istituita un nuova  Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (la Commissione  De Mita – Iotti) che, dopo diverse sedute, l’11 gennaio 1994 presentò un progetto di revisione costituzionale riguardante la revisione della parte seconda della Costituzione. Però dopo pochi giorni  (siamo al tempo di Tangentopoli) il Presidente della Repubblica Scalfaro sciolse il Parlamento e convocò nuove elezioni, e quindi tutto si fermò.

Nel 1994, dopo le elezioni che avevano segnato la vittoria del Polo della Libertà e del Buongoverno, la maggioranza di centro destra nominò un “comitato di studio sulle riforme istituzionali, elettorali e costituzionali” (cosiddetto Comitato Speroni ) che, dopo diverse sedute, approvò un progetto di revisione costituzionale composto di 50 articoli. Non se ne fece poi nulla, perché il primo governo Berlusconi dovette dimettersi, a seguito del famoso “ribaltone” promosso da Scalfaro e dell’uscita della Lega dalla maggioranza.

Nel 1997 venne istituita una nuova Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema.

Il 4 novembre 1997 la Commissione presentò il progetto definitivo, ma nel contempo nacquero divergenze politiche con il Polo delle Libertà  specie, ma non solo, sulla riforma della giustizia. Poi cadde il governo Prodi, si formò il governo D’Alema e il progetto di revisione costituzionale si bloccò nuovamente.

Verso la fine della legislatura, nella primavera 2001, quasi come un colpo di coda finale, il governo Amato di centro-sinistra approvò la riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione, quello che regola i rapporti tra Stato, Regioni, Province e Comuni. Questo testo fu votato dalla sola e risicata maggioranza parlamentare  di sinistra, con l’opposizione di tutta la Casa delle Libertà.

Nel successivo referendum confermativo (7 ottobre 2001) partecipò solo il 34% degli elettori, ma il 64,2% dei partecipanti al referendum votò Sì alla legge costituzionale di modifica del Titolo V. A questo proposito occorre però precisare che la coalizione guidata da Berlusconi non si era impegnata in quel referendum, dato che nel suo programma elettorale era inserita una riforma più organica e completa.

Infine si arriva alla importante legge costituzionale del 16 novembre 2005 approvata dal governo Berlusconi  che prevedeva una riduzione drastica di Deputati e Senatori;  l’istituzione del Senato federale; un nuovo procedimento di approvazione delle leggi; il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio; il federalismo; ecc.

Una forte campagna di delegittimazione e falsificazione dei contenuti della riforma promossa dalle sinistre (la “devolution” disgrega l’unità del Paese; il premierato crea una “deriva plebiscitaria” e la “dittatura del premier”, ecc.) , sostenuta anche da alcuni poteri forti e da certa stampa cosiddetta indipendente, influenzò pesantemente i risultati del referendum confermativo del 25-26 giugno 2006, risultati che  affossarono un’altra volta la riforma.

Purtroppo gli anni passano e tutto rimane bloccato come prima; e pensare che lo stesso Presidente Giorgio Napolitano, prima ancora di prestare giuramento alla Repubblica, conversando con un giornalista aveva anticipato che quattro cose, riguardo alle riforme della Costituzione, sarebbero state necessarie: a) la riforma della riforma del Titolo Quinto, votata dalla sola sinistra e rivelatasi un disastro; b) stabilire quali sono i diritti e le prerogative della minoranza parlamentare; c) eliminare il bicameralismo perfetto; d) dare più poteri al Presidente del Consiglio.

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