Perché a Roma sì e a noi no?

Nei giorni scorsi il Governo è stato battuto su un Ordine del giorno del PD, grazie all’astensione della Lega, riguardante il patto di stabilità degli enti locali. L’ordine del giorno del PD impegna l’esecutivo ad estendere le norme di favore previste per il Comune di Roma anche agli altri enti locali.

A dir la verità le deroghe previste dal decreto anticrisi per il Comune di Roma sono state contestate non solo dalla Lega, ma anche da numerosi sindaci, specie del Nord Est, sia del Centro-destra che del Centro-sinistra. Anzi numerosi sindaci hanno deciso di rimettere (simbolicamente) le fascie tricolori in prefettura in segno di protesta contro il predetto DL anticrisi ed hanno minacciato la disobbedienza contabile. Questi Comuni, pur in regola con il patto di stabilità interno e non in deficit negli ultimi anni, non possono spendere per infrastrutture le risorse già impegnate a questo fine e che quindi poi restano in bilancio come residui passivi.

Al Comune di Roma si consente lo sforamento e ad alcune ammnistrazioni del Sud in deficit vanno anche aiuti straordinari.

In sostanza molti sindaci (bi-partisan) non ritengono giusto che un solo comune possa avere la possibilità di violare il Patto mentre gli altri, anche se virtuosi, se vogliono spendere soldi che hanno in cassa, non possono.

A nostro modesto avviso questo è stato un passo falso del governo. Infatti l’Anci (l’associazione comuni d’Italia) è tornata subito alla carica per chiedere la revisione delle regole contabili del patto di stabilità escludendo la spesa per investimenti dal calcolo del saldo. Detta esclusione potrebbe essere molto utile come sostegno contro la crisi economico-finanziaria.

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