La Chiesa, i poveri, il consumismo

Ogni volta che la Chiesa si mette a parlare di economia lo scoramento ci assale, ed anche una leggera ma tenace, chiamiamola così, irritazione, ci piglia. 

La Chiesa può dare addosso al consumismo, per carità, nulla di più comprensibile. Invece di pensare alla propria vita spirituale, una umanità sempre più prosaica e volgarotta si dedica a quelli che una volta erano i vizi capitali (o lo sono ancora?): cibi e vini (gola), vacanze (accidia), bei vestiti e trattamenti estetici (lussuria), orologi e gioielli  portati per far schiattare gli amici (invidia), e così via. Vanitas vanitatum, ogni tanto qualcuno è bene che ce lo ricordi.

Siamo dunque d’accordo: tutti sono d’accordo, anzi, perché, da un punto vista estetico e morale il ”consumismo”, si sa, non è altro che il consumo degli altri. Il nostro invece, vuoi scherzare, è per definizione consumo intelligente, equo e solidale, nonché di buon gusto: mica buttiamo via i nostri soldi, che per definizione non bastano mai, no? Moralmente, ed anche esteticamente, la critica ai consumi “degli altri” è un obbligo del politically correct, vuoi che proprio la Chiesa se ne astenga?

Noi, in effetti, siamo i primi a pensare che un po’ più di spiritualità, di attenzione ai valori non-mondani ed alle radici religiose della nostra cultura sia un percorso che la nostra civiltà deve riscoprire. Siamo anche ben lieti che gli ultimi Pontefici siano e siano stati delle guide credibili per questo percorso, ben più (ci si perdoni l’intrusione in casa d’altri) di alcuni ben pasciuti prelati ambrosiani molto più propensi a dare lezioni di politica sociale che ad occuparsi delle anime del loro gregge. 

Dove infatti la litania anticonsumista diventa insopportabile, è dove questa si sposa con la polemica farisaica contro “le nuove povertà”, il “precariato”, i “terribili effetti della crisi”, e così via.

Forse la Chiesa ancora non sa, ma l’ignoranza non è scusabile, che le “nuove povertà”, esattamente come le vecchie, si combattono proprio con il “consumismo” che tanto detesta. Tanti consumatori esigono tanti prodotti, e quindi tanti produttori adeguatamente remunerati, che a loro volta attraverso i loro maggiori consumi creeranno ricchezza per altri ex-poveri. Pochi consumatori, invece, pochi produttori, tanti disoccupati: non è difficile da capire, no? Chi si avvantaggia del consumismo dei paesi ricchi sono prima di tutto i poveri, i marginali che nelle crisi perdono il posto, o il sussidio per mancanza di risorse, quelli dei paesi ricchi e quelli, soprattutto, dei paesi poveri.  Non avremmo problemi di accoglimento degli immigrati, in Italia, se lo stile di vita consumistico non attirasse milioni di disperati che preferiscono, guarda un po’, rischiare la vita e sopportare mille privazioni per lasciare la “vera povertà”, quella di chi patisce la miseria, le malattie e la negazione dei diritti, povertà da cui l’Occidente è uscito non grazie alle elemosine della Chiesa ma alla libertà di intraprendere, lavorare, di costruirsi un futuro che consenta alla stragrande maggioranza delle persone di non vivere della carità di qualcuno.

Se la Chiesa ritiene dunque che un po’ di benessere, e di tutto quello che al benessere si accoppia (sicurezza sociale, porte aperte agli immigrati, salute, educazione, donazioni, lavoro) debba essere sacrificato per riscoprire virtù e stili di vita diversi, possiamo o meno condividere ma non contestiamo la coerenza: più poveri, più semplici, più puri, forse. Se vuole però creare povertà e poi lagnarsi della povertà stessa, riscopriamo tutto il gusto del nostro laicismo liberale.

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