Il pensiero unico liberalsocialista ed il futuro dei liberali

Nulla resta, ancor prima del suo insediamento, del richiamo di Obama al “need for change”. Le nomine dell’ultraottantenne Paul Volcker, uomo di Reagan alla FED nel secolo scorso, e del ministro della difesa di Bush, Robert Gates, parlano da sole. Cosa volete che cambi, quando la politica sembra ormai una pura discussione tra tecnocrati, tutti a favore “e dello stato e del mercato” che solo dei giornalisti-tifosi fradici di ideologia possono classificare secondo le vecchie categorie di destra e sinistra?

Dicono che negli USA destra e sinistra si distinguono, in economia, su: tasse, sanità, spesa pubblica e protezionismo. Balle. Tasse: il dibattito è solo se tassare un po’ meno i ricchi, o piuttosto la classe media (gli altri, in USA, e nessuno lo sa, le tasse non le pagano: il 50% più abbiente dei contribuenti paga  il 95% delle tasse sul reddito totali). Il dibattito non è ideologico, ma solo tecnico, sul fatto se l’economia sia più stimolata da una agevolazione agli uni piuttosto che agli altri: o qualcuno si sente di dire se è più “di destra” tassare meno il ceto medio piuttosto  che quello abbiente? Sanità: la spesa sanitaria pubblica per cittadino è, negli USA, esattamente pari a quella dei paesi europei più evoluti, quindi il problema non è l’assenza dello Stato, ma la scarsa efficienza del mix pubblico-privato, che porta il peso della spesa sanitaria totale ad essere quasi doppio di quello europeo. Il problema è tecnico più che ideologico, nessuno vuole davvero rivoluzionare un sistema che, se lascia (in teoria, perché dimentica l’intervento poderoso delle numerosissime “charities”, e copre comunque tutti gli anziani) 40 milioni di cittadini senza copertura gratuita, ne copre quasi 300 con una assistenza che non ha rivali al mondo. Basti dire che il piano illustrato da Obama in campagna elettorale non mira alla copertura integrale, ma a dimezzare in 10 anni il numero di chi non è coperto. Terzo punto: la spesa sociale nel suo complesso. Se questo tema, contrapposto al rigore di bilancio, era una volta uno spartiacque, George Bush l’ha polverizzato: la sua presidenza è stata più “social” di quella di Clinton, come si nota dallo spaventoso deficit pubblico, ed ha coperto sia ambiziosissimi piani come quello volto a migliorare l’istruzione dei bambini di famiglie povere (“no child left behind”), sia aiuti a pioggia a tutti gli amici degli amici che stanno in Congresso, secondo la più deteriore tradizione del “Pork barrel” clientelare.  

Ultimo tema, il protezionismo: peggio che mai. Le campagne a tutela dei produttori americani tagliavano orizzontalmente i candidati democratici e repubblicani, facendo davvero salvi peraltro solo alcuni di questi ultimi (oltre a Mc Cain, solo Romney ed il libertario Ron Paul). Se questo è vero negli USA, lo è altrettanto in Europa.  Sarkozy è definito dall‘ Economist un socialista mascherato, Tremonti si fa beffe dei “mercatisti”, Brown e Cameron sembrano indistinguibili nei programmi, persino Angela Merkel invoca gli aiuti di Stato senza imbarazzo.  Mentre gli imbecilli ancora parlano di “pensiero unico” liberista, la verità è che il pensiero liberale originale è oggi dunque scomparso dalle scene della politica in tutti i continenti (ci piace però ricordare le recenti vittorie elettorali dei liberisti in Canada e Nuova Zelanda). E’ un guaio, ma anche un’occasione: nella stagione sfortunata, gli “amici” interessati spariscono, e rimangono solo quelli che ci credono davvero. Si riaprono spazi di dibattito e proposta che sinora sono stati ingolfati da troppi sedicenti liberali: se ci siamo, battiamo un colpo, e rifioriscano le idee capaci di mettere in discussione questo pensiero unico neokeynesiano che rischia di ipotecare i prossimi decenni di questo secolo.

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