Gli economisti che sbagliano le previsioni

Sul settimanale “Economy” del 10 dicembre scorso è apparso un divertente, ma serio articolo di Marco Fortis (vicepresidente della Fondazione Edison e docente di economia industriale all’Università Cattolica di Milano) sui grandi “professoroni” di economia che non hanno saputo prevedere nulla sulla crisi finanziaria  (c’è chi, ancora un anno fa, sosteneva che la crisi non sarebbe mai scoppiata) e  su coloro, invece, che già nel 2006 lo avevano previsto.

In questo senso, mette a confronto dichiarazioni di chi capì (Marco Vitale e Giulio Tremonti) e chi non capì’ che la crisi stava arrivando (Alberto Alesina e Francesco Giavazzi).

Ecco alcune citazioni a confronto (attenzione alle date).

Marco Vitale su  “Finanza e Mercati” del 25 luglio 2006 scrive: “Via dall’America, prima che sia troppo tardi. La depressione immobiliare potrebbe causare una crisi dei consumi e un rallentamento di 2 punti della crescita attesa del Pil americano, con un crash landing dell’economia globale”.

Fornisce poi alcuni suggerimenti agli investitori: “Realizzare gli investimenti in Usa, sia mobiliari che immobiliari, prendendo tutti i benefici maturati. Ridurre la leva finanziaria e porsi in una posizione più liquida possibile. Non investire nulla per ora negli Usa”.

Il Ministro dell’economia GiulioTremonti, in una intervista al “Corriere della Sera” del 12 novembre 2006 dal titolo “Come nel ’29: rischio crisi per l’America” afferma: “Mentre in Europa gli immobili sono soprattutto un valore patrimoniale, in America sono il centro dell’economia: è sul valore degli immobili che le famiglie americane ottengono credito dalle banche. Oggi la crisi immobiliare negli Stati Uniti è molto forte; e questo si riflette sui grandi numeri dell’economia, che in un tempo molto breve è scesa da una crescita del 5% al 2%.”  Poi precisa: “Il 2% in America non è crescita, perché corrisponde in equilibrio solo all’immigrazione e all’incremento della forza lavoro. Anche qui le ipotesi sono due. La prima: il passaggio dal boom allo sboom non ha causato il collasso, perché il sistema finanziario è ben equilibrato, ha assorbito la crisi e può ripartire. La seconda è una crisi strutturale, tipo 1929. Io spero nella prima ipotesi, ma temo la seconda”.

In sostanza sono previsioni abbastanza precise.

Un anno dopo: crisi, già evidente, dei mutui immobiliari; salvataggio delle banche Northern Rock e Bear Stearns in pre-fallimento; inizio del crollo delle Borse mondiali.

Alberto Alesina sulla “Stampa” del 20 agosto 2007  scrive: “Quella in atto è una correzione, come ce ne sono state altre. No, non vedo in arrivo lo scoppio di una bolla come quella della New economy. Ultimamente si era esagerato un po’ a prestare denaro grazie a tassi di interesse troppo bassi, ora è in atto una forte correzione, tutto qui”.

E ancora Alesina sul “Sole -24 Ore” del 7 settembre 2007 scrive: “Finora non è accaduto nulla di catastrofico, né a mio parere accadrà”.

Esattamente nello stesso periodo, sul “Corriere della Sera” del 4 agosto 2007, Francesco Giavazzi scrive: “La crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata. Nel mondo l’economia continua a crescere rapidamente. La crescita consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda”.

Di parere completamente opposto ad Alesina e Giavazzi è il ministro Tremonti che sul “Corriere della Sera” dell’11 agosto 2007 dice: “ In America si trovano il principio e la fine di una crisi potenzialmente globale. La crisi dell’economia finanziaria diventa sempre crisi dell’economia reale. La crisi dell’America diventa sempre crisi del mondo. La cosa positiva è che governi e autorità monetarie, se lo capiscono e se lo vogliono, possono ancora intervenire”

Sul mensile “Vita” del settembre 2007, Marco Vitale scrive: “Sono preoccupato di qualcosa di cui si parla troppo poco e cioè della dimensione immensa che ha raggiunto il mercato dei derivati……Questa eccessiva finanziarizzazione dell’economia creerà ancora problemi”.

Il prof. Marco Fortis, a questo punto si domanda: “Dunque è evidente che, a differenza della coppia dei “guru” Vitale-Tremonti, meritatamente promossa sul campo, la coppia Giavazzi e Alesina non solo non ha saputo prevedere nel 2006 l’attuale crisi, ma persino alla metà del 2007, di fronte ai primi e già evidentissimi segnali di svolta dei mercati, negava ancora che la situazione americana potesse degenerare. Ma come è stato possibile sottovalutare i sintomi di un crac di tale portata, i rischi di contagio a livello mondiale e il possibile impatto della crisi finanziaria sull’economia reale?”.

Il 16 settembre 2008, dopo il fallimento della Lehman Brothers, Francesco Giavazzi è entusiasta (“Ieri è stata una buona giornata per il capitalismo”), sul sito internet La Voce.info scrive: ”Oggi la cintura di liquidità di cui ha bisogno Aig sarà anch’essa offerta dal mercato”. Previsione però smentita quasi in tempo reale, visto che di lì a poche ore il governo americano (e non il mercato) interveniva a salvare Aig, costringendo Giavazzi a una postilla di rettifica. Non è tutto. Nel loro ultimo volume, a pagina 49, Giavazzi e Alesina riconoscono a proposito del fallimento di Lehman Brothers che “ex-post è probabilmente stato un errore non salvare l’istituto”. 

2 comments for “Gli economisti che sbagliano le previsioni

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