Il grande Crac: Riflessioni di un liberista

Dopo l’articolo apparso qualche giorno fa su Cartalibera riguardante la grave crisi finanziaria americana, nuovi avvenimenti degli ultimi giorni ci costringono a tornare di nuovo sull’argomento anche perché , come si legge sul “Corriere della Sera”: Ciò che è successo “è la più grande distruzione di ricchezza finanziaria della storia dell’umanità. Qualcosa che costerà all’America addirittura il 10% dell’intera ricchezza prodotta dal Paese in un anno (l’ordine di grandezza è quello del Pil della Spagna)”.

Ciò che è successo in questi mesi, prima in Gran Bretagna ed oggi negli USA, (prima la nazionalizzazione della Northern Rock; poi il salvataggio della Bear Stearns; poi la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac, le due agenzie finanziarie specializzate per i mutui immobiliari; il fallimento della storica banca d’affari e di investimento  Lehman Brothers; l’acquisto  della Merrill Lynch da parte della Bank of America ad un terzo del suo valore; e da ultimo la pratica nazionalizzazione del più grande gruppo assicurativo del mondo, l’AIG, al prezzo di 85 miliardi di dollari), ci deve far riflettere : è la più grande crisi dopo il ’29.

Altre banche sono a rischio come la Morgan Stanley e la Goldman Sachs.

La crisi finanziaria brucia non solo Wall Street, ma anche i risparmi degli americani, le pensioni, il valore delle case.

In queste ore il governo americano ha lanciato la proposta della creazione di un fondo pubblico di emergenza al quale banche e finanziarie cederanno i titoli cosiddetti “tossici”, in gran parte di natura  immobiliare, che nessuno vuole comperare.

Un fondo che metterà a carico dello Stato e quindi del contribuente americano un onere enorme.

Obiettivamente il Ministro Tremonti già due-tre anni fa aveva previsto una crisi finanziaria mondiale (si veda il libro precedente “Rischi fatali”), certamente non di queste proporzioni, ma sicuramente molto grave..

Praticamente in questi anni  nel mondo anglosassone (Wall Street, Londra) c’è stato: a) una chiara mancanza  di regole adeguate e il fallimento dei meccanismi di vigilanza e controllo; b) una scarsa trasparenza e attendibilità dei bilanci societari; c) poca attendibilità delle agenzie di “rating”; d) la cosiddetta finanza “yuppie”, quella dei contratti speculativi, dei derivati, dei “futures” indiscriminati, dei “leveraged buy-out”, e un uso spregiudicato della leva finanziaria; e) volumi trattati senza alcuna corrispondenza con i beni reali sottostanti; una finanza senza alcun collegamento con l’economia reale. Qualcuno ha parlato di gioco d’azzardo.  Lo stesso candidato repubblicano McCain , se fosse presidente, ha detto che  “licenzierebbe Chris Cox”, numero uno della SEC, l’autorità di controllo dei mercati americani.

In Europa e in Italia la situazione, per fortuna, è un po’ diversa. Il modello europeo di vigilanza è più efficace e adatto a tutelare i risparmiatori e il sistema. In Europa le Banche centrali non hanno consentito eccessi di uso spregiudicato di leva finanziaria.

A mio avviso, salvataggi, aiuti e garanzie pubbliche possono tamponare situazioni di grave emergenza, ma non possono aiutare a medio termine o spostare continuamente il rischio sui contribuenti e sulla collettività. Oggi il vero problema è la mancanza di fiducia; quindi è necessario riportare soprattutto la fiducia in mercati che l’hanno completamente persa e questo si può ristabilire solo con nuove regole. D’altra parte senza regole, il mercato muore.

Il professore Mario Monti  si domanda: “Può reggere un sistema in cui un continente si è dato un mercato garantito dalle regole, se altrove nel mondo questo non esiste? “ Poi aggiunge:  “Da ora in poi inevitabilmente ora ci sarà più Stato”, “importante è non far fare troppi passi indietro all’economia di mercato”. Come un pendolo in rapido spostamento.

L’idea di Tremonti di usare la Banca europea degli investimenti per la spesa in infrastrutture può essere positiva: “Se l’intervento pubblico fosse comunitario, invece che nazionale, sarebbe più compatibile con l’integrazione europea”. Poi aggiunge: “Dobbiamo essere vigili perché se si pensa che ora ci si può abbandonare con più capriccio agli interventi pubblici, torneremmo a una situazione compromessa come negli anni ’70 o ’80, dopo i quali si è fatta un’enorme fatica nel rimettere ordine all’economia italiana”.

Oggi  di fronte a questa situazione esiste un reale pericolo di contagio e c’è il rischio di un forte ritorno al pubblico.

Come ha scritto Luigi Zingales su “Il Sole-24 Ore”: “I principi dell’economia di mercato che hanno retto finora il liberismo americano sono stati infranti, con conseguenze difficilmente stimabili. …… Nel giro di qualche anno, queste imprese potranno essere riprivatizzate. L’eredità più pesante di queste decisioni è la convinzione diffusa che se un’impresa è sufficientemente grande, il governo interverrà sempre a protezione dei creditori

Il salvataggio di Aig – e la garanzia implicita estesa da questa decisione d’emergenza alle grandi imprese – non solo promette di bloccare per i decenni le forze distruttrici del capitalismo, ma ne congela anche la forza propulsiva. Segna la fine del capitalismo come lo abbiamo conosciuto finora. E lascia temere che, in una regione dell’economia globale chiamata Italia, siano da oggi più deboli le ragioni di quanti stanno lavorando alla definitiva uscita dello Stato da una grande impresa chiamata Alitalia: da molto tempo distruttrice di valore.”

Il rischio del contagio purtroppo esiste specie nelle teste di molti nostri governanti e sindacalisti.

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