A.A.A. Liberali – liberisti cercasi disperatamente

L’intervento del Ministro Tremonti al recente Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, ripreso poi con un breve resoconto apparso sul Corriere della Sera (28 agosto) , ha suscitato diverse riserve e perplessità tra alcuni amici liberali.

Mi riferisco in particolare a queste affermazioni :”…alla caduta delle ideologie del secolo scorso, il fascismo, il comunismo, il socialismo, il ‘68 nichilista, il liberismo mercatista hanno tutte fallito……la nuova ideologia dovrebbe risiedere in una sorta di ritorno al passato, al sistema dei valori del romanticismo…..se dovessi sintetizzare tutto questo userei tre parole, Dio, Patria e Famiglia.”.

A dir la verità queste sue affermazioni contro il cosiddetto “liberismo mercatista” non sono nuove, non è la prima volta che lo dice. Citazioni e riferimenti a slogan quali Dio, Patria e Famiglia (forse per accattivarsi le simpatie dei ciellini) sanno poi molto di populismo retrò.

Il suo recente libro “La paura e la speranza” ha avuto, senza alcun dubbio, un grosso successo di pubblico: contiene una grossa critica alla globalizzazione. La globalizzazione tanto celebrata, secondo Tremonti,  ha un lato oscuro, fatto di disoccupazione e bassi salari, crisi finanziarie, rischi ambientali, pericolose tensioni internazionali. E per l’Europa un doppio declino : cadono sia i numeri della popolazione, sia i numeri della produzione. La speranza quindi non può nascere solo sul terreno dell’economia, ma su quello della morale e dei principi. Dice :” Il carovita è solo il primo effetto, seguiranno disastri ambientali e geopolitici. Poi però precisa : Questo libro non è affatto contro il liberalismo (anzi), è contro il mercatismo, la versione degenerata del liberismo”.  Da qui la necessità di un intervento della politica, di interventi discrezionali del potere pubblico (“colbertismo”)  e per contrastare la concorrenza “sleale “ di Paesi come la Cina e l’India è disponiblie ad applicare anche i dazi.

Senza alcun dubbio la liberalizzazione economica e finanziaria iniziata 20-30 anni fa negli Usa, negli ultimi anni  non è stata adeguatamente regolata (non dico governata, ma regolata) dal governo americano, e quindi ha provocato effetti negativi planetari (scandali finanziari e societari; crisi finanziarie;  crollo delle borse; mutui subprime;) come il processo  di inserimento della Cina e dell’India nel WTO  forse è stato troppo accelerato e ha creato non pochi problemi.

Queste osservazioni possono essere abbastanza condivisibili, però, come ha scritto giustamente (recentemente) Mario Monti (ripreso poi da Salvati e Ostellino sul Corriere) se una liberalizzazione ben regolata non è possibile, se la liberalizazione è intesa come sinonimo della “mercatizzazione” di Tremonti, la conseguenza (purtroppo) è il discredito dell’economia di mercato, della visione liberale dell’economia, nonché il via libera ad un confuso interventismo statale. E questo non mi sta assolutamente bene.

La storia e l’esperienza dimostrano che dove esiste il mercato, dove c’è la concorrenza interna e internazionale si crea un circolo positivo per l’economia, per lo sviluppo,  per i consumatori, per i produttori. Il mercato  funziona, ma deve avere delle regole che vanno poi rispettate.

Ad esempio , come ha scritto recentemente Carlo Lottieri dell’ IBL : “Tutti gli anni l’americana Heritage Foundation dà i voti ai differenti Paesi, premiando chi ha scelto di ridurre il peso dello Stato. Ogni indice è solo una fotografia e non c’è perfetta corrispondenza tra l’adozione di politiche orientate al mercato e alti livelli di sviluppo. Nel 1995, ad esempio, il reddito pro capite dell’Irlanda era inferiore a quello italiano (17.957 dollari contro 21.161), anche se le scelte politiche liberali compiute a Dublino piazzavano la “tigre celtica” al ventesimo posto nel ranking della Heritage, mentre l’Italia era solo quarantaduesima. Negli anni successivi, però, l’Irlanda si è sempre migliorata, collocandosi perfino terza nel 2001 e mantendendo sostanzialmente tale posizione nelle annate successive. Nei medesimi anni l’Italia si è invece collocata a livelli molto bassi: tra il sessantesimo e l’ottantesimo posto. La conseguenza è che nel 2006 gli irlandesi “liberisti” hanno registrato un prodotto interno pro capite di 40.716 dollari contro i soli 28.866 dollari degli italiani “statalisti”.

Vorrei citare anche  Antonio Martino :” Come sosteneva Bastiat nel diciannovesimo secolo “dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Il libero commercio internazionale forse non costituisce condizione sufficiente di pace ma credo ne sia condizione necessaria, perché il tentativo di impedirlo col protezionismo è stato spesso causa di guerre, commerciali prima, guerreggiate poi”. “ La concorrenza internazionale fra politiche diverse pone in essere un circolo virtuoso che fa sì che sia nell’interesse di ogni Paese tutelare il potere d’acquisto della propria moneta, gestire con prudenza i conti pubblici, non abusare del torchio fiscale, rispettare le libertà dei cittadini, consentire il libero svolgersi delle attività produttive, in una parola, grazie alla mobilità internazionale dei capitali, conviene a tutti i Paesi l’adozione di politiche liberali”.

Senza alcun dubbio l’attuale coalizione del governo Berlusconi è abbastanza eterogenea , composta da liberisti e socialisti, da cattolici e laici, da lib-lib e da lib-lab, riformisti e conservatori. D’altra parte anche in altri Paesi bi-partitici è un po’ così  (si veda la grande eterogeneità all’interno del partito repubblicano e all’interno di quello democratico negli USA).

Importante invece è che i liberali e liberisti italiani si facciano sentire e questo non mi sembra che accada.

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