Tremonti, il reazionario coraggioso, e il silezio dei liberisti

Lo scorso anno il duo Giavazzi/Alesina, ispirandosi ad un luogo comune muffito, che la difesa del privilegio è a destra, mentre il patrocinio della mobilità sociale sta a sinistra,  aveva tentato di dimostrare che “il liberismo è di sinistra”. Non avevano convinto nessuno, ma se non altro avevano cercato di dare dignità ad un percorso ideologico faticoso ma che sembrava irreversibile: la accettazione delle regole del mercato da parte della sinistra moderna. Il “non possiamo non dirci liberali” sembrava il collante culturale del mondo occidentale,  certo più dell’inattuale “non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce.

Ai liberali con “pedigree”, questa inattesa popolarità dei principi di mercato suonava, diciamolo pure, fastidiosa (essendo però lo snobismo un difetto) e sospetta : “timeo danaos et dona ferentes…”. Alcuni di questi parvenus, come il D’Alema illiberale già nel portamento, mancavano anche di quel minimo di frequentazione con i buoni principi della tolleranza e del dubbio; altri, come Veltroni, mescolavano una ipocrisia molto democristiana con un liberalismo da bigino Cepu. Eppure, bisognava forse esser contenti: anche qui l’ipocrisia era l’omaggio che il vizio -del socialismo con le scarpe rotte- rendeva alla virtù di un liberismo tanto vittorioso da far parlare i suoi ormai pochi nemici di “pensiero unico” dominante.

E’ passato un anno, ed il mondo è alla rovescia. Molti di sinistra, che senza nemici da odiare non trovano la forza di alzarsi la mattina, sono tornati a parlare di “liberismo selvaggio”, qualcosa di moralmente repellente e scientificamente bambinesco. Questo era però da prevedersi. E’ invece curioso che anche la destra, quando parla di “mercato” oggi sembra non pensare allo spazio dove il lavoro di ciascuno soddisfa i bisogni (o, perché no, i desideri) della comunità, ma ai marciapiedi dove bassi istinti e voglia di illecito guadagno trovano di notte squallido asilo. La destra non solo non difende più il mercato: vuole persino prendere la leadership culturale del suo  spernacchiamento: rovesciando i ruoli, non è la sinistra che vuole scippare al “popolo della libertà” il liberismo, ma è la destra che vuole presentarsi come la vera nemica del “mercatismo” maligno, della globalizzazione, degli speculatori avidi che, come la giudoplutocrazia un tempo, succhiano il sangue ai poverini che lavorano. Giulio Tremonti è il gran sacerdote di questa nuova religione civile.

A Tremonti va riconosciuto di avere iniziato da tempo un percorso di critica forte a quello che ha chiamato, con neologismo furbetto, “mercatismo”. Da anni è ben lontano da essere un commercialista votato al risanamento delle finanze pubbliche, veste nella quale esordì in politica umiliando in tv un Ottaviano Del Turco allora ministro delle finanze palesemente ignorante dei numeri primi che avrebbe dovuto gestire. Tremonti attraverso ormai molti articoli e libri nei quali si parla poco di economia, e molto di temi desueti come onore, autorità, spiritualità, radici, si propone di fatto come una sorta di “intellettuale organico” della destra italiana, in cui l’economista è in seconda fila dietro il filosofo, il giurista, lo storico e finanche il sociologo. Un aspirante Gramsci, se non addirittura Marx, del ventunesimo secolo, con una visione globale della società che non critica la globalizzazione economica in quanto tale, ma come uno dei fenomeni di una modernità corruttrice che toglie alle persone ed alle comunità identità e senso della vita.

Che sia un caso, una scelta astuta, o la ricerca di una profonda sintonia, Tremonti recupera nella sua visione i temi forti di tutti gli schieramenti del centro-destra italiano: accanto al richiamo, doveroso ma non certo enfatico, ai valori del liberalismo, vi è la chiamata alle armi contro le sue supposte degenerazioni consumistiche e mercatiste: il nostro vuole valorizzare le tradizioni comunitariste ed identitarie tanto care ad AN, quelle federaliste che sono bandiera della Lega, ed anche la necessità di uno spirito religioso nell’agire dei popoli e dei governanti, patrimonio dei cattolici. Sarebbe riduttivo limitarlo a questo, ma è chiaro che il messaggio di Tremonti non può non porsi anche come una sorta di tentativo di una “visione del mondo” comune ad uso delle forze del Governo  Berlusconi. Peccato che sia una visione del mondo che si colloca più nel solco del pensiero conservatore classico, se non addirittura in quello controrivoluzionario, che non in quello liberale: nelle sue pagine è più facile trovare echi di De Maistre che di Popper, del comunitarista religioso Mounier che di Hayek, di De Gaulle più che di Einaudi. Non saremo certo noi a demonizzare il pensiero conservatore, ma insomma, per dirla con il titolo del suo libro, i riferimenti culturali sembrano molto più legati alla “paura del nuovo” che alla “speranza” nel futuro di ciascuno, che in fondo è sempre stata un ingrediente di fondo del pensiero liberale.

Ben venga dunque un tentativo tanto ambizioso, se è un passaggio per riaprire (o aprire del tutto, perché non mi risultano molti precedenti…) il dibattito delle idee all’interno del centrodestra italiano. Sarebbe bene però che i liberali intervenissero con un po’ più di energia, soprattutto quando il nostro Tremonti scende dall’empireo, dove possiamo anche seguirlo volentieri quando parla di restaurazione del principio di auctoritas, di perdita delle radici, di orgoglio per le nostre tradizioni, per cadere terra terra nella caccia a fantomatici speculatori e nel scimmiottare Robin Hood, che a me tra l’altro stava antipatico sin da piccolo. Perché noi liberali sappiamo benissimo che quasi sempre, dietro la caccia allo speculatore c’è semplicemente il prendersi gioco della plebe per non dover affrontare i problemi veri, e dietro la retorica della tassa al superricco c’è una visione o molto ingenua o molto pericolosa del ruolo dello stato, perché le tasse dei ricchi alla fine le pagano sempre i poveri.

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