Robin Hood tax e Jesse James tax alla fine saranno controproducenti

Robin Hood non è mai stato visto molto bene dai liberali. Ayn Rand, nel suo famoso “La rivolta di Atlante”, l’aveva definito così: “Viene ricordato come il primo uomo che fa la carità con soldi non suoi, donando beni che non ha prodotto, facendo pagare agli altri il prezzo della sua pietà. E’ il simbolo dell’idea che il bisogno e non il successo è la fonte del diritto, che non dobbiamo produrre, ma solo desiderare, che non ci appartiene quel che guadagniamo, ma quel che non guadagniamo. E’ la giustificazione per ogni mediocre che, incapace di vivere la sua vita, chiede al potere di disporre delle proprietà di coloro che stanno meglio di lui, proclamando la sua volontà di mettersi al servizio dei deboli al prezzo di aggredire e derubare i ricchi”. Antonio Martino, liberale classico, non può evitare di ironizzare su una tassa, voluta dal Ministro dell’economia Giulio Tremonti, chiamata proprio con il nome dell’eroe per eccellenza dei collettivisti. “Robin Hood fu considerato un mascalzone e venne impiccato. E allo sceriffo di Nottingham non venne mai in mente di affidargli le casse del tesoro”.

Professor Martino, Lei è contrario alla Robin Hood Tax perché è una forma di redistribuzione dai ricchi ai poveri?
Bisogna prima vedere come verrà congegnata. A quanto finora è dato sapere sembrerebbe un provvedimento che camuffa con la redistribuzione quello che, nei fatti, potrebbe risultare addirittura come un aumento dell’imposizione fiscale. Sarebbe bellissimo tassare le “compagnie petrolifere”: pagherebbero solo delle società, delle persone giuridiche e noi, persone fisiche, non pagheremmo nulla. Peccato che a pagare siano sempre e comunque le persone fisiche. Infatti dobbiamo chiederci: che cosa è una società? E’ un tramite fra due flussi di denaro. C’è un flusso di denaro in entrata, che è quello che i suoi clienti spendono per comprare il suo prodotto. E un flusso in uscita, che sono i compensi ai dipendenti, agli azionisti, ecc… Se noi tassiamo le società, a pagare saranno le persone che hanno a che fare con essa. Potrebbero pagare i dipendenti, ricevendo salari inferiori, o gli azionisti, che avranno dividendi inferiori, oppure i clienti che dovranno pagare prezzi più alti. Quindi questa imposta sulle società petrolifere è controproducente, così come è controproducente l’imposta sulle banche. Quando arrestarono Jesse James e gli chiesero perché derubava le banche, rispose semplicemente: è lì che stanno i soldi.

Tuttavia, gli elettori chiedono urgentemente di fare qualcosa per risolvere il problema del caro petrolio…
E voi credete veramente che tassando di più si riduca il prezzo? Se si aggiungono imposte semmai aumenta, non può diminuire. Il petrolio è già ultra-tassato. Se noi vogliamo ridurre il costo della benzina alla pompa, dobbiamo tagliare le imposte sulla benzina. Il cosiddetto prezzo del carburante è costituito da tasse. Un benzinaio, un giorno, mi disse: “Non riesco a fare il mio lavoro: per l’80% del tempo faccio l’esattore delle imposte”.

Tuttavia per tagliare le imposte occorre prima tagliare le spese. Nella Finanziaria si parla di tagliare burocrazie, come le comunità montane. Lei è d’accordo?
Beh, prima di tutto, bisognerebbe almeno tagliare le comunità montane in riva al mare… Bando agli scherzi: la stragrande maggioranza delle comunità montane non serve assolutamente a niente. Così come non serve a niente la stragrande maggioranza dei parchi nazionali e delle authority. Io le abolirei quasi tutte.

Si propone anche di sopprimere le province che coincidono con le aree metropolitane. Ma questi tagli, eliminando corpi intermedi, non procedono nella direzione contraria rispetto al federalismo fiscale?
Non necessariamente, perché il federalismo fiscale diventa una catastrofe se non si inizia a modificare la struttura di governo locale che abbiamo oggi, riducendo i livelli di autorità e il numero degli organi amministrativi. Negli Stati Uniti, il professor Dwight Lee suggeriva un sistema che avrebbe posto in essere un federalismo fiscale funzionante: togliere del tutto la potestà impositiva al governo federale e attribuirla in esclusiva ai singoli stati. Ogni stato è libero di decidere quali imposte avere e quanto tassare. Avremmo così un sistema di concorrenza fiscale, che mette in moto un circolo virtuoso: non è interesse di nessuno stato abusare dei contribuenti, perché questi scapperebbero negli stati vicini meno esosi. Il controllo della spesa pubblica sarebbe più agevole nel piccolo livello, perché la possibilità di controllo dei cittadini migliorerebbe. E soprattutto: riducendo le dimensioni della popolazione sfruttabile, il costo pro-capite delle decisioni di spesa aumenterebbe, quindi vi sarebbe un maggior incentivo ad essere correttamente informati su come e quanto il governo spende.

Tutte le voci della Finanziaria vengono discusse con le parti sociali proprio in questi giorni. La concertazione è inevitabile?
Le “parti sociali” non esistono. I sindacati di oggi hanno perso la loro storica funzione. Esistono delle associazioni di fatto che si sono sempre rifiutate di applicare quanto previsto dalla Costituzione, che non pubblicano i bilanci, che non pagano le tasse, che fanno uso di dipendenti pagati dal contribuente italiano e in congedo sindacale. La concertazione (meglio chiamarla sconcertazione, perché sconcerterebbe chiunque) morirà. Anzi: è già morta e sepolta. E’ null’altro che il metodo che aveva quasi del tutto distrutto la Gran Bretagna, in cui ogni decisione politica veniva presa previo accordo con i sindacati. Fatto sta che alla fine degli anni ‘70 l’Inghilterra aveva un’inflazione e un tasso di disoccupazione a due cifre, una bilancia dei pagamenti in passivo e un’economia sclerotica. Nacque il “male inglese”. Tutto questo è finito quando la signora Thatcher, eletta nel 1979, decise che il potere sindacale dovesse essere riportato entro la legge. Smise la concertazione, sopportò per tre anni lo sciopero dei minatori e il potere dei sindacati fu ridimensionato. Blair ha fatto qualcosa per tornare alla concertazione? No, perché anche i più ferocemente anti-thatcheriani riconoscono alla “Lady di ferro” di aver posto fine all’arroganza e alla prepotenza dei sindacati.

Questo in Inghilterra. Ma in Italia è possibile?
Oggi i sindacati non sono più quelli di una volta. Anche in Italia sono in crisi e se il governo non li resuscita con una respirazione bocca a bocca, si potrà fare a meno di “aprire tavoli” per decidere le cose importanti. La nostra Costituzione non prevede che il governo debba sottoporre le sue decisioni al parere dei sindacati. Le deve sottoporre al voto del Parlamento. Punto.

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