OGM sì – OGM no

Da alcuni anni sul problema degli OGM (cioè gli Organismi geneticamente modificati) in agricoltura c’è una specie di guerra ideologica che, a mio avviso,  impedisce un serio approfondimento scientifico. Credo che, obiettivamente, nessuno sia contro la libertà di ricerca, in serra e sul campo, né contro le biotecnologie, però credo che la discussione in essere sia troppo ideologicamente accesa: il fronte del no contro quello del sì; i nemici della scienza contro i nemici della natura. Qualcuno ha parlato di alleati delle multinazionali contro i fondamentalisti ambientalisti.

Il fronte del sì, in Italia, è rappresentato da “Sagri-Salute, agricoltura, ricerca” (un coordinamento tra le Società italiana di genetica agraria e di tossicologia, l’Associazione di imprenditori agricoli Futuragra e l’Associazione per la libertà di ricerca Luca Coscioni, appoggiate anche dalla Fondazione Umberto Veronesi, dall’Associazione dei cristiani per l’ambiente, da Galileo 2001 e dall’Istituto Bruno Leoni).
Sostengono che «sulla base di un’analisi critica della letteratura scientifica internazionale, gli Ogm sono ancora più sani dei prodotti dell’agricoltura tradizionale e che sono sicuri sia dal punto di vista della salute umana, sia da quello dell’impatto agronomico ambientale». Queste evidenze sono il frutto di due decenni di sperimentazioni e dieci di commercializzazione dei prodotti da essi derivati.

Le colture Ogm aumenterebbero la produttività per ettaro e ridurrebbero le spese degli agricoltori. Si chiede inoltre che anche in Italia venga autorizzata la ricerca scientifica “in pieno campo” (per ora possibile solo in laboratorio e in serra), sia agli enti pubblici di ricerca sia agli agricoltori che lo desiderano; una piena libertà di sperimentazione di questo tipo di coltivazione.

“Quanti italiani – sottolineano  gli organizzatori  del fronte del sì – sanno, ad esempio, che a causa delle nostre condizioni climatiche metà del mais italiano ha un contenuto di tossine fungine cancerogene e teratogene superiore alla soglia consentita dalla normativa europea? E che il mais ogm già coltivato in Spagna, Francia e Germania, ma non in Italia, consente di ridurre drasticamente la presenza di queste pericolose sostanze, dette fumonisine?”. “Dati, hanno lamentato ancora gli scienziati, “che non hanno mai raggiunto l’opinione pubblica e in qualche caso sono stati oggetto di una sorta di cover-up tanto da meritare un’interrogazione parlamentare”.
Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, uno dei più importanti centri italiani di ricerca biomedica ha detto: “Gli organismi geneticamente modificati sono vittime di paure da Medioevo e continuare ad invocare il principio di precauzione non ha più senso se, parallelamente, non si avviano programmi di ricerca intensi e mirati”.
Il fronte del no invece è di parere opposto. La Coalizione Italia Europa-Liberi da Ogm (che riunisce 32 associazioni anche molto diverse tra loro, tra cui Acli, Adiconsum, Cia, Coldiretti, Codacons, Consorzio del Parmigiano Reggiano, Fedagri, Coop, Confartigianato alimentazione, Focsiv, Fondazione diritti genetici, Libera, Greenpeace, Legambiente, Wwf, anche partiti politici come i Verdi; uno dei principali animatori è l’ex-parlamentare DP , Mario Capanna; quando era ministro dell’agricoltura, lo stesso Alemanno era per il no agli Ogm) ha recentemente raccolto ben 3.086.524 di firme «a favore di un’agricoltura di qualità e libera da Ogm», quindi tese ad impedire all’Italia di coltivare e commercializzare prodotti geneticamente modificati.

Dicono: «Siamo convinti che l’agricoltura può diventare il volano dell’economia, purché punti alla qualità e all’enorme ricchezza e varietà dei suoi prodotti». “Gli organismi geneticamente modificati non sono funzionali al modello di sviluppo del nostro paese e agli interessi dei consumatori. “Siamo per un modello di sviluppo agroalimentare, sia in Italia che nell’ Ue, libero da Ogm.” “Aprire al transgenico sarebbe una scelta autolesionistica per il nostro sistema agroalimentare.”

“La Natura va capita, interpretata e ripulita. La scienza e la tecnologia hanno fatto passi da gigante, ma allo stesso tempo hanno distrutto la biologia naturale e gli ecosistemi. Le api, più sensibili di noi, non si sono posate sui fiori di piante geneticamente modificate”.

A questo punto occorre ricordare che notevoli estensioni di terreno agricolo, soprattutto negli Stati Uniti, in Brasile, Canada, Argentina, India, hanno già coltivazioni di piante transgeniche.  L’Europa invece, in parte, resiste.  Nel 2004 la moratoria europea contro gli Ogm è stata cancellata e la Commissione europea ha autorizzato l’importazione (solo per import e commercializzazione, ma non per la coltivazione) di 13 prodotti biotech, la maggior parte destinata al consumo animale e con delle restrizioni.

I consumatori europei sono però diffidenti, gli ambientalisti sono contrari, nel mondo degli agricoltori non c’è una completa convinzione.

Alcuni Paesi europei sono incerti  per la sospensione o meno della coltivazione di Ogm in attesa di nuovi e più approfonditi riscontri. Quidi anche in Europa  non si placano le polemiche. Nei giorni scorsi la Commissione europea, spaccata al suo interno, di  nuovo ha deciso di rinviare all’Autorità europea di sicurezza alimentare di Parma, l’esame di tre dossier riguardante la coltivazione della superpatata transgenica Amflora e di due varietà di mais geneticamente modificato.

L’Italia però è l’unico grande paese europeo che  rifiuta gli Ogm un po’ acriticamente.

Da tempo tutta la comunità scientifica italiana è favorevole. Il problema è che l’Italia è l’unico Paese dove la ricerca in pieno campo sugli Ogm è vietata di fatto, perché mancano i regolamenti.

Nei giorni scorsi Sergio Romano sul Corriere, rispondendo ad un lettore sull’argomento Ogm, ha scritto: “Io continuo a pensare che non si può “disinventare” la modernità. Occorrerà sperimentare, verificare, controllare. Ma non credo che sarà possibile sbarrare la strada agli Ogm”.

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