Gli anni che restano

Un barilotto. Non un barile, sarebbe eccessivo.

Un bel barilotto collocato su un paio di gambe corte, da brevilineo, relativamente magre.

Avevo all’incirca tredici o quattordici anni e all’improvviso – dopo un paio di interventi chirurgici che qualcuno, chissà perché, volle ritenere responsabili del fatto: tonsille e adenoidi per cominciare e appendicite subito appresso – non ero più grassottello ma decisamente grasso.

Capelli quasi a zero (alla ‘Umberto’ come si diceva facendo riferimento al taglio usato dall’ex re d’Italia in giovinezza), occhiali tondi e lenti spesse, ancora bassetto, i lineamenti sommersi, somigliavo – lo vedo adesso sfogliando gli album di famiglia dell’epoca – terribilmente al futuro presidente della repubblica Giovanni Leone.

Mangiavo, oh se mangiavo.

D’estate, nella villa di nonna Giorgina a Genazzano, per anni ed anni, mi ero strafogato: fino a otto o nove panini col burro a merenda, piattoni di pastasciutta a pranzo e a cena.

E non è che mia madre a Varese restasse indietro, primavera, autunno e inverno.

E, d’altra parte, a Roma – e noi siamo e, soprattutto, eravamo romani – di quei tempi, a tavola, ai bambini era “Magna, che te fa’ bbene” che si diceva!

Poi, in libreria, quasi nascosti, due titoli: una storia del pugilato opera di un certo Salvatore Salsedo e un manuale (il primo mai apparso da noi? credo di sì) di esercizi fisici scritto da un tale John Vigna – in foto, un ‘bellone’ molto ben piazzato – che in quarta di copertina veniva presentato come “il primo e unico italo americano selezionato per il ‘Resto del mondo’ nel rugby a quindici”, qualsiasi cosa ciò volesse dire.

La boxe, ecco, la boxe: dovevo imitare i due Rocky.

Graziano, immortalato appena un paio d’anni prima al cinema da Paul Newman in ‘Lassù qualcuno mi ama’ (e come potevo dimenticare il momento in cui, sul ring, pieno di sangue, apparentemente sull’orlo della disfatta, dopo averle prese da Tony Zale ininterrottamente per cinque round, dice al manager che vuole fermarlo: “Ma non lo vedi che è morto. Adesso lo stendo” e subito dopo, con il suo terribile gancio, lo fa!) e Marciano che, unico, aveva lasciato imbattuto e imbattibile, da campione.

E dovevo cambiare.

Cambiarmi fisicamente: dimagrire ma senza perdere peso, trasformare la ciccia in muscoli, trovare una giusta proporzione.

Quanto all’altezza, beh, non me ne preoccupavo granché: Marciano non era certo uno spilungone, ma quelli sui due metri li stendeva senza pietà!

Così, con applicazione ferrea, una dieta da me inventata – solo e sempre cotolette alla milanese (mi piacevano e mi piacciono un sacco, ovviamente), colazione del mattino compresa – e almeno un’ora di esercizio fisico al giorno – flessioni, piegamenti, saltelli, corse…

Trascorsi un paio d’anni e cresciuto fino a un metro e settantasei, in forma perfetta, avevo ritrovato i miei lineamenti ed ero (come sono) bellissimo!

Forte, mi riusciva facilmente di prendere in braccio uno zio che pesava più di novanta chili.

Soddisfatto (un solo rammarico: per via dei polsi piccoli, non funzionavo granché a braccio di ferro), rallentai alquanto gli allenamenti fino a smettere di darmi da fare verso i ventidue anni.

Non mi era riuscito di salire davvero sul ring: per via degli occhiali avevo dovuto rinunciare.

Miope quale ero, non mi avrebbero dato la licenza per combattere.

A sessant’anni – fosse merito di John Vigna o fossi io dotato naturalmente in tal senso non so – i muscoli di allora non mi avevano abbandonato e non ero per niente quel tipo di ex atleta grasso e molle che si vede in giro.

Sotto un po’ di ciccia, conservavo uno chassis di ferro.

Di questo e della mia sostanziale buona salute ero profondamente orgoglioso.

“Sono forte al punto di superare malattie che stroncano gli altri” (ho vinto una terribile polmonite virale, due decenni orsono), mi dicevo.

Intanto, mio padre, pressappoco settantenne, aveva avuto un ictus dal quale lentamente si era ripreso per andarsene alcuni anni dopo per tutt’altra ragione ma avendo trascorso malamente e quasi in attesa della fine il tempo ulteriore che gli era stato concesso.

Più a lungo, ma sempre moralmente dolente, sulla stessa via, mia madre, dopo un intervento al cuore.

L’uno e l’altra, all’improvviso fiaccati nel fisico dal cedimento di un organo vitale, avevano vissuto tempi diversi da quelli precedenti la malattia, tempi consapevoli della finitezza umana.

E così, allorquando, tra giugno e luglio del 2004, compiuti da non molto i rammentati e fatidici sessant’anni, ho avuto un infarto, dopo avere inveito nei confronti del mio cuoricino per il suo imperdonabile tradimento, irrimediabilmente, ho pensato che da quel momento avevano inizio anche per me ‘gli anni che restano’.

Diversamente e secondo la mia natura, li ho percorsi con una qualche, disincantata allegria.

Così fino a venti giorni fa, quando, caduto rovinosamente praticamente sotto casa, mi sono rotto (un record!) tutti e due i capitelli radiali.

Terribile conseguenza, i muscoli delle braccia, si sono di colpo svuotati.

Provo, malgrado il dolore, a muoverli, a tenerli in allenamento, per converso a gonfiarli, ma non ci riesco Ecco: in grado a sedici anni di tirare su oltre novanta chili con disinvoltura, già fermato dai cardiologi dopo l’infarto (mi dissero di non fare sforzi, soprattutto di non spingere né sollevare alcunché) ma comunque certo di esserne ancora capace, mi vedo ora fisicamente ridotto ai minimi termini. Lo so, lo so, ho molte altre frecce al mio arco e finché la testa (la mia testa!) funziona. Ma, al di là del dolore fisico conseguente alle fratture, soffro sapendo che nulla negli anni che ora mi restano sarà davvero più come prima.

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