Il governo Prodi non ha capito la crisi in arrivo

Il governo Prodi tra qualche giorno termina il suo mandato, ma lascia un Paese con una crescita dello 0,6% (ufficiale, ma in realtà la crescita è più vicina allo zero), un tasso d’inflazione intorno al 2,9%  (ma per i prodotti di prima necessità, l’inflazione è al 4,8%), un deficit verosimilmente al 2,7% e una pressione fiscale record  vicina al 44% . Non dimentichiamo che la pressione fiscale è passata dal 40,6% del 2005 alla percentuale attuale; e questo frena la crescita.

Lo “spread” dei rendimenti tra i Bund tedeschi e i Bot italiani non è mai stato così alto da quando c’è l’euro; è in sostanza il premio di rischio sull’Italia.

I tassi d’interesse sono in salita e la liquidità del sistema è in difficoltà; l’economia italiana è già in grande affanno.

Crisi in arrivo di cui il governo Prodi doveva sapere; oppure, come qualcuno ha scritto, “ non lo capiva e hanno fatto le cicale anziché le formiche”.

Nel 2006, l’Italia ebbe un aumento del Pil (prodotto interno lordo) dello 1,8%, la Francia del 2 e la Spagna del 3,9. Nel 2007, l’aumento del nostro Pil è di 1,5, quella della Francia è di 1,9 e della Spagna di 3,8. Per il 2008, per l’Italia si prevede lo 0,6  (sicuramente meno, quasi zero), per la Francia 1,7 e per la Spagna 2,7.

Praticamente il governo Prodi non ha sfruttato una certa congiuntura economica internazionale favorevole nel biennio testè trascorso per ridurre il debito pubblico e iniziare una serie di riforme indispensabili; nel frattempo la spesa pubblica è continuata ad aumentare ed oggi è oltre il 51% del PIL.

Si è parlato e straparlato di “tesoretto”, ma forse è meglio parlare di “buco annunciato”.

La stessa Commissione Europea comincia a dubitare fortemente sui tempi previsti dal nostro Paese per raggiungere il pareggio di bilancio.

Ora ci troviamo di fronte ad un rallentamento dell’economia internazionale (specie americana) e interna, ed anche all’esaurimento degli effetti positivi derivanti dai vari condoni e concordati. Non dimentichiamo poi che il boom delle entrate  2007, come ci ha  spiegato la stessa Bankitalia, è “una tantum”, quindi destinato a scomparire.

La crisi è già arrivata: i rovesci delle borse internazionali, la crisi di diversi istituti bancari internazionali  (i salvataggi della Northern Rock in Inghilterra  e della  Bear Stearns negli Stati Uniti), il disastro dei mutui “subprime” americani, una globalizzazione finanziaria easperata, la ormai quasi certa recessione americana, la concorrenza commerciale (non sempre corretta) di Paesi asiatici hanno senza alcun dubbio influenzato e condizioneranno pesantemente anche l’economia italiana.

A questo punto, un certo pessimismo comincia a diffondersi e quindi sarebbe sbagliato e controproducente peccare ancora di ottimismo e promettere molto più di quanto si potrà poi mantenere.

Tutti concordano sulla necessità di ridurre la spesa pubblica “primaria” (non la spesa in conto capitale), però in presenza di una crescita zero, esiste il reale pericolo di una forte recessione con tensioni sociali non indifferenti.

“Non cè da stare allegri come dice Tremonti, anche perché «la differenza tra il programma di Veltroni e il nostro – ha detto ancora Tremonti – è che il suo è una Disneyland dove si promettono miracoli, mentre il nostro parla di crisi.”

C’è invece bisogno, dunque, di efficaci interventi (fiscali, organizzativi) per favorire la crescita ed anche di una manovra di finanza straordinaria (dismissioni di parte degli immobili di proprietà pubblica), non per ridurre lo stock del debito accumulato, quanto per finanziare la crescita.

È solo con la crescita che si può stabilmente ridurre il debito.

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