Le quattro A del made in Italy ci possono salvare?

Nei mesi scorsi, specie sulla stampa anglosassone (New York Times;  l’inglese Times; l’Economist) sono stati espressi giudizi abbastanza negativi sull’Italia, un Paese in declino. Il nostro Paese è stato definito “triste”, “depresso”, “vecchio”, incapace a far fronte i problemi e le sfide della globalizzazione.

Senza alcun dubbio la situazione del nostro Paese non è per nulla brillante: alto debito pubblico, alta tassazione, preoccupanti carenze di infrastrutture, bassa spesa in ricerca, importanti settori industriali come la chimica, l’elettronica, la farmaceutica, in mano estera, e così via.

Nel contempo però notiamo alcune nicchie e specializzazioni produttive che sono in forte ascesa e garantiscono un interessante attivo (surplus) commerciale con l’estero di circa 90-100 miliardi di euro.

Queste nicchie produttive sono quelle che gli economisti definiscono le “Quattro A del made in Italy”, cioè Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Alimentari-vini e Automazione-meccanica.

Una versione inglese di questi settori secondo alcuni esperti di comunicazione americani e britannici,  è la seguente: Tre F (Food; Fashion; Furniture)  e Quattro M (Marble, stone and ceramic tiles;  Metal products; Machinery, equipment and domestic appliances;  Motorcycles, bicycles and yacht).

Alcuni di questi settori hanno avuto in questi ultimi anni una fortissima concorrenza specie da parte della Cina con spregiudicate azioni di dumping, prodotti contraffatti, svalutazione competitiva dello yuan cinese.

Ciò nonostante alcuni di questi settori, in un primo momento pesantemente colpiti da questa aggressività commerciale asiatica, hanno poi reagito con fermezza e rapidità puntando soprattutto sulla qualità dei prodotti e sull’esportazione in  nuovi mercati esteri (Russia; Paesi dell’Est europeo) e quindi l’export specie verso l’Europa centro orientale è cresciuto in modo significativo.

A questo punto nasce una domanda: per salvare sul piano economico il nostro Paese è sufficiente il “made in Italy”?  oppure queste nicchie produttive, sulla media-lunga distanza, di fronte alla concorrenza internazionale, si dimostreranno, come dice qualcuno,  “specializzazioni sbagliate”?

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