In vista del supertuesday un endorsement a Mc Cain

Quando, in una tornata elettorale, si è indecisi sul da farsi, vi è un metodo sicuro per non sbagliare: vedere come si schierano i personaggi dello spettacolo, e scegliere l’opposto.

Se consultate la lista degli “endorsement” per John Mc Cain, trovate una mezza dozzina di ex segretari di stato (da Henry Kissinger a George Shultz), alcuni uomini d’affari (tra i quali i CEO di Cisco e Merryll Lynch, ed anche Carly Fiorina, famosa ex CEO di HP e per la verità una delle non molte donne), militari a manciate, compreso Norman Schwarzkopf, parecchi stretti collaboratori di Ronald Reagan, e molti giornali, dagli autorevoli New York Times e New York Post ai più caserecci Sacramento Bee, Salmon press e Kalamazoo Gazette . La voce “entertainer” è invece talmente spoglia da essere citata al singolare: vi è infatti il solitario nome di Sylvester Stallone, essendo il mestiere di Arnold Schwarzenegger ormai da tempo quello di governatore.

Possiamo dunque fidarci di John Mc Cain: gli è ostile persino uno dei pochi attori non democratici, l’espressivo “Texas Ranger” Chuck Norris, che ha dato il suo appoggio all’evangelico Huckabee e insinuato che sia troppo vecchio per questo mestiere (Mc Cain ha risposto che gli avrebbe mandato sua madre 95enne a lavargli la bocca col sapone). Con Mc Cain dunque niente nani e ballerine, ma persone di esperienza e sostanza, e ci fa piacere aggiungere al loro nome il nome, modesto, nostro.

Perché Mc Cain? La presidenza Bush è stata controversa, da un punto di vista liberale, non solo per la infelice (il tempo dirà se opportuna) esperienza irachena, ma anche nella gestione dell’economia: al positivo taglio delle tasse, non è seguito invece quasi nulla in termini di apertura dei mercati, e tantomeno nella riduzione della spesa pubblica. Se al taglio delle tasse non segue quello del “big government”, un megadeficit è il minimo che ci si possa aspettare. Otto anni un po’tirati a campare, senza lo spirito riformatore, ideale e pragmatico ad un tempo, che aveva caratterizzato l’epoca di Reagan alla Presidenza e poi quella di Newt Gingrich al Congresso: i repubblicani sono tornati ad essere identificati con l’establishment, e non con l’americano medio che vuole industriarsi liberamente per realizzare la propria ricerca della felicità.

C’è dunque bisogno di aria fresca: ed è normale il dubbio se sia il più anziano dei contendenti il più adatto a portarla (anche se per la verità il candidato davvero più innovatore è ancora più vecchio: è il 72enne medico Ron Paul, libertario e iperlibeista, ma purtroppo senza speranze).

Perché non preferire i democratici, per una volta? Purtroppo ci è antropologicamente impossibile guardare con simpatia a Hillary Clinton, che pure potrebbe essere un Presidente cinico e duro come necessario: un DNA troppo liberal per essere digeribile. Non ci può entusiasmare neppure Barack Obama, che pure ha il coraggio di mettere in discussione molti archetipi della new left. Da un lato diffidiamo per esperienza degli “uomini della provvidenza” animati da spirito salvifico fondato sulle dottrine sociali anziché su una schietta conoscenza della natura umana; dall’altro, che si debba pilotare un aereo o la nazione più potente del globo, riteniamo che un po’ di sana esperienza non possa essere supplita dall’avere la pelle nera ed una eccellente retorica. Il nuovo Presidente troverà probabilmente un’economia USA e globale in recessione, ed il problema è sempre quello: c’è la soluzione “tax, spend & protect”, e quella “gain, save and invest”. I democratici sono per la prima, che non funziona, ed i repubblicani (almeno in teoria) per la seconda, che è quella che piace anche a noi. Una sola ragione ci farebbe propendere per i democratici: l’imbarazzo che la elezione di un Presidente “progressista” genererebbe poi in concreto nel vasto e deprimente mondo dell’antiamericanismo. Poiché la politica (estera e interna) degli USA cambierebbe di fatto molto poco, sarebbe simpatico vedere gli alleati di Veltroni bruciare le bandiere e le effigi del “nuovo Kennedy” in piazza (dopotutto, fu ben il vecchio Kennedy ad attaccare Cuba alla Baia dei Porci).

Nel campo repubblicano, evaporato Giuliani (ed un tipo bizzarro alla Casa Bianca non sarebbe in effetti stato molto tranquillizzante), rientrato nei ranghi il populista evangelico Huckabee, è ormai partita a due. Non che Mitt Romney sia un candidato da sottovalutare: benché i media abbiano solamente evidenziato il suo essere mormone, l’esperienza politica e le capacità personali sono probabilmente migliori di quelle di Mc Cain. Il padre di Romney fu per 3 volte anch’egli governatore, e candidato alla nomination repubblicana contro Nixon nel 1968; lui stesso è riuscito in diverse “mission impossible”, come conquistare ai repubblicani uno stato ultraprogressista come il Massachusetts e salvare nel 2002 le olimpiadi invernali di Salt Lake City, che sembravano votate al disastro finanziario e organizzativo. E’ stato inoltre il CEO di una delle migliori società di consulenza al mondo: non sappiamo se sia veramente convinto che Dio si sia rivelato a Joseph Smith nel 1844, come dicono i mormoni, ma sinceramente non ce ne importa gran che (non è più irrazionale, a parer mio, che credere che alzare le tasse porti a servizi pubblici migliori).

Romney è dunque un candidato competente, che si è già confrontato con alcuni dei temi chiave della politica americana, come il deficit di bilancio e la riforma sanitaria. Anche se privo di esperienza in politica estera, è una persona piena di energia, e con evidenti capacità di guidare un team di alto livello. Perché preferirgli Mc Cain ? Una risposta è facile: perché Romney contro un rivale democratico probabilmente perderebbe, mentre Mc Cain può farcela. Non è poco, ma c’è dell’altro. I programmi innanzitutto: anche se molto simili, rivelano che Mc Cain è, ad un tempo, più liberista in politica economica e più realista in politica estera e sociale.

Mc Cain è il candidato più coerente nel voler tagliare realmente la spesa pubblica, abolendo i sussidi a pioggia (i cosiddetti “pork barrel”, delizia delle lobby e del Congresso, che ne ha appena approvati per 10 Milardi di US$), e a voler aprire le frontiere al commercio internazionale, affrontando la globalizzazione con fiducia e non con il populismo protezionista oggi diffuso anche tra molti repubblicani. Romney, superliberista a parole, è più legato al mondo del big business, che disprezza sussidi e barriere quando vanno a vantaggio di altri, salvo ritenerli invece “investimenti strategici indispensabili alla crescita del paese” quando sono incamerati nei propri bilanci.

Ma c’è più di questo. Romney è il candidato della continuità con Bush, e l’America ha bisogno di cambiare, e innanzitutto di cambiare la propria immagine all’estero. Ha bisogno di tornare una nazione dove la libertà è il valore fondamentale, inscindibilmente legato a quello della sicurezza, ed un ex militare paradossalmente sa meglio di tutti che non è militarizzando il proprio paese che si sconfigge il terrorismo. Sa che con l’immigrazione i conti vanno fatti con realismo e attenzione, anche perché non sono certo tutti in perdita. Sa che i principi morali ed i valori familiari sono sacri, ma che proprio per restare tali devono essere tenuti lontano dalle professioni religiose, perché sono i valori fondanti di una comunità estesa e non di una setta. Sa che il potere, per tutto il pensiero liberale e per la Costituzione degli Stati Uniti, è innanzitutto una minaccia, e solo dopo che sia stato addomesticato per bene può diventare una risorsa. Si tratta dunque di due buoni candidati: un solido uomo di potere, da un lato, e di un servitore della Patria che ha combattuto l’invadenza dei poteri forti dall’altro. Quando tanto la comunità internazionale che i cittadini statunitensi devono rigenerare la propria confidenza nel potere degli USA, il secondo ci sembra più adatto.

1 comment for “In vista del supertuesday un endorsement a Mc Cain

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