Tanto paga il consumatore!

Molti anni fa, più o meno all’epoca in cui la Lady di Ferro Margaret Thatcher dimostrava al mondo intero, per la prima volta, che l’unilateralismo dilagante dei movimenti sindacali non solo stava portando l’economia occidentale allo sfascio, ma poteva addirittura essere logicamente ridimensionato, Giuliano Amato, sindacalista allora illuminato, scriveva in prima pagina sul Corriere della Sera un articolo nel quale analizzava criticamente la mancanza di un vero confronto sociale nel nostro Paese.

Questo fenomeno di confronto sociale, che secondo il futuro Presidente del Consiglio stimolava una crescita organica dell’economia attraverso un procedimento di negoziazione, era inesistente in Italia, dal momento che lo Stato ricopriva il ruolo di garante del soddisfacimento delle richieste di entrambe le parti contrapposte – per semplificare, sindacato da un lato e Confindustria dall’altro. Il prezzo che i cittadini dovevano pagare per trasformare questo confronto in un processo ideale – diremmo oggi bipartisan – dove tutti vincevano sempre, era altissimo e interamente pagato dai contribuenti, ma allora ciò non era evidente; vedremo più avanti perché.

Allora, però, lo sappiamo bene, eravamo nei primi anni Ottanta e la globalizzazione forse era un fenomeno teoricamente prevedibile ma ben lontano, il regime monopolistico delle imprese a partecipazione statale non si scontrava ancora con un progresso tecnologico devastante e la nostra classe dirigente aveva nella Lira un potente ed elasticissimo strumento che consentiva alle nostre imprese (soprattutto le grandi) di mantenere la loro competitività contro quelle straniere, almeno sul mercato nazionale, del resto l’unico sul quale la nostra miope strategia politico-economica si è sempre e solo interessata.

Oggi, lo sappiamo altrettanto bene, la situazione è cambiata del tutto, ma non in Italia, almeno nei principi. Intendo dire che ancora oggi le grandi riforme stentano a decollare per le resistenze offerte da tutte le possibili e immaginabili lobby e associazioni di categoria, ma il Governo non ha più gli strumenti di una volta – l’inflazione, il muro di Berlino, le frontiere… – e gli effetti delle sciagurate politiche del periodo che va dagli anni Settanta ai Novanta ci presentano oggi il conto. Un conto molto salato.

Esauriti i classici strumenti con i quali stemperare i costi degli ammortizzatori sociali e delle politiche del consenso bipartisan, siamo giunti a gonfiare il debito pubblico, poi fermato dal trattato di Maastricht, abbiamo chiuso con l’inflazione, vincolando i nostri parametri economici a quelli ben più competitivi dell’area dell’Euro, abbiamo tentato di tenere in vita grandi aziende nazionali poco abituate a competere, abbiamo esteso all’impossibile regalie e privilegi sociali e infine il vaso ha traboccato.

Esauriti tutti gli strumenti della politica del secolo scorso, l’unica fonte sopravvissuta, da spremere ulteriormente, siamo proprio noi, i cosiddetti “consumatori”, i cittadini qualunque, quelli il cui parere si scontra con l’indifferenza generale e con la perfida concorrenza del panem et circenses che ci costringe a pensare con rassegnazione che nulla si può fare contro queste ingiustizie quotidiane; quindi, tanto vale.

Gli effetti di questo fenomeno li vediamo ogni settimana, attraverso il dilagare dei brevi, piccoli e improvvisi scioperi dei tassisti, assistenti di volo, autotrasportatori e altre categorie – cito quelle più evidenti, non per altro.

Per la loro natura questi scioperi sono ancora più insidiosi dei grandi scioperi generali degli anni Settanta, soprattutto perché a farne le spese siamo ancora una volta noi (cosiddetti consumatori), attraverso disagi, inefficienze, inutili affaticamenti quotidiani.

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