Libertà di velo?

In Turchia, specie dopo la recente grande vittoria del partito islamico moderato, il premier Erdogan quanto il neo-Presidente della Repubblica Gul vogliono eliminare l’attuale divieto per le donne, esistente fin dai tempi di Ataturk,  di portare il velo negli edifici pubblici (scuole; università; ospedali; ecc. ). Molto probabilmente questa decisione riaprirà lo scontro con i vertici militari delle forze armate, da sempre ferrei custodi della laicità dello Stato.

Secondo noi i divieti di mettere il velo (Turchia) oppure l’obbligo di metterlo (imposto dagli ayatollah di Teheran) sono entrambi sbagliati. Per noi  è una semplice questione che va lasciata alla libera scelta individuale, ovviamente senza costrizioni.

Detto questo,  c’è però un particolare da ricordare. Come ha scritto Il Sole-24 Ore (20 settembre u.s.): “ Erdogan non ha parlato del fatto che tale libertà dovrà valere anche per le altre confessioni religiose in senso di reciprocità: oggi in Turchia preti e suore cristiani non possono indossare in pubblico abiti talari (veli, appunto per le suore) che richiamino l’appartenenza religiosa. Allora se il Governo turco vuole veramente aprirsi a una Costituzione più europea e meno legata a un secolarismo dei primi del ‘900, non tralasci la libertà per le altre confessioni. Altrimenti ci sarà “un laicismo a senso unico” a favore della comunità islamica, un rischio evidente in un Paese al 99,9% mussulmano”.

Già qualche anno fa su Cartalibera era stato affrontato questo problema del velo nei paesi occidentali (si veda Cartalibera del 5 ottobre 2004: “La legge francese sull’esibizione dei simboli religiosi e la questione del burqa”) con un articolo nel quale si  criticava apertamente la legge approvata in Francia che proibiva e proibisce l’esibizione e l’ostentazione dei simboli religiosi nelle scuole (il velo islamico come il “chador” o lo “hijab”, il “kippah” ebraico, il turbante dei sikh o i crocefissi).

Secondo i legislatori francesi il potere pubblico deve essere estraneo alla religione, che deve rimanere una questione privata ed interiore; la legge sarebbe quindi una garanzia per l’eguaglianza e la libertà dei cittadini.
Da laici e liberali convinti, ci sembra invece che questa legge sia sbagliata e poco liberale, per niente rispettosa delle convinzioni, delle culture e delle idee altrui; una legge eccessivamente laicista.

Sarebbe una cancellazione delle varie identità religiose, con rimozione di altre espressioni culturali. Qualcuno, giustamente, ha parlato di fondamentalismo laicista, di divieto alla maniera talebana. Per noi invece è importante  che non ci siano degli obblighi o delle imposizioni di portare il velo, ad esempio  per le donne mussulmane.

Purtroppo la realtà di molti paesi, anche in Italia, è molto diversa.

Come ha detto Souad Sbai, direttrice del mensile Al Maghrebiya e presidentessa dell’Associazione delle donne della comunità marocchina in Italia (Acmid):

“ Noi non abbiamo mai detto alle nostre donne di togliere il velo. Ma deve essere una libera scelta. Quel che sappiamo, quel che vediamo ogni giorno, invece, è che il velo viene vissuto dalla stragrande maggioranza delle donne musulmane che vivono in Italia come una costrizione, un obbligo».
In caso contrario c’è sempre un padre, un fratello pronto a menar le mani, se non peggio; per una gran parte delle mussulmane il velo non è una libera manifestazione di fede ma un’imposizione odiosa, una costrizione.

Ovviamente, a nostro avviso,  tali copricapo (chador, veli o turbanti) sono ammessi, in ossequio alla libertà religiosa, purchè i tratti del volto siano ben visibili. La riconoscibilità delle persone è una garanzia di tipo liberale. Questa libertà quindi non vale per il “niqab” o per il “burqa”, perchè la copertura integrale del volto è prima di tutto un’offesa alla dignità della donna. Il “burqa” poi non è un simbolo religioso, ma un simbolo politico dei talebani, è un segno di sottomissione femminile.

Per questo il recente provvedimento del Prefetto di Treviso che ha stabilito, in base ad una circolare del Dipartimento di polizia (dicembre 2004), la legittimità del “burqa”  non è accettabile. Una circolare della polizia non può ignorare e scavalcare le leggi vigenti dello Stato.

La legge 152/1975, art 5, infatti vieta “l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo”. E’ comunque veramente difficile ammettere che il “burqa” sia segno di una libera scelta delle donne.

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